Boni, state Booooni (Postali)

Non sono Beppe Scienza (nomen omen), ma qualcosa sui buoni postali l’ho capita anch’io, e la cosa più importante – tra quelle che ho capito – è che la liquidità investita è sempre disponibile (hai detto cotica…!).

Ok, convertire il conto corrente bancario in buoni postali non sarà il massimo del rendimento, ma la cosa veramente fantastica dei buoni postali è che le cifre investite si possono subito ritirare qualora le offerte del mondo finanziario relativamente alla liquidità tornassero a presentare rendimenti alti.

Il tasso d’interesse praticato dalle banche centrali è poco più di ZERO. L’inflazione in Europa è poco più di ZERO. Quindi, poste queste condizioni, spuntare oltre l’1 per cento è molto se teniamo conto di un rischio che nel caso delle poste è, anch’esso, quasi a ZERO. Ricordo, tanto per fare un esempio, di quando l’investitore medio italiano si fregava le mani di fronte a un conto deposito in grado di offrire il 4 per cento, ma non teneva conto che l’inflazione, quella volta, superava abbondantemente il 3 per cento.

Pertanto, quei conti deposito non rendevano nulla se teniamo in considerazione le spese di gestione, la tassazione sul capital gain che era al 20, il rischio fallimento sistema bancario, i vincoli di tenuta del deposito, il bollo e ovviamente il carovita.

Un discorso non dissimile si può fare per le obbligazioni statali, i cui rendimenti sono oggi ridotti all’osso, mentre per valutare alcune di quelle estere più remunerative occorre fare attenzione al rischio cambio, che presenta storicamente spread inaccettabili per l’investitore cosiddetto “padre di famiglia”.

Ora vediamo nel dettaglio rischi, tassazione, rendimenti e strategie relativamente ai buoni postali.

RISCHIO.

Nessun investimento è esente da rischi. E’ giusto così, altrimenti quando si prestano soldi (perché investire significa quasi sempre questo) non occorrerebbe pretendere nessun guadagno. Se si pretende di far denaro dal denaro ci sono dei rischi più o meno grandi. MA MA MA, nel caso dei buoni postali questi rischi sono ridicoli. L’emittente dei buoni è la cassa depositi e prestiti, un colosso di cui pochi conoscono le potenzialità. Appartiene al ministero del Tesoro e detiene miliardi di euro di risparmio di lavoratori e pensionati italiani. 235 miliardi di euro! Si, avete letto bene.

La cassa depositi e prestiti crolla solo se crolla anche e prima lo stato italiano. Questo non è impossibile, purtroppo, ed è già successo per esempio in Argentina coi famosi Tango Bond, quando i risparmiatori di tutto il mondo si trovarono senza poter rientrare. Anche la Grecia ha avuto un default parziale del debito e ora si troverà di nuovo a dichiararne un altro. Ma stiamo parlando di obbligazioni statali, non di buoni postali, e non è la stessa cosa. Detta diversamente: è difficile che uno stato fallisca, è successo di rado nella storia, ma anche quando uno stato fallisce a non essere rimborsati sono le obbligazioni statali (btp, ecc), non i buoni postali.

Detto questo, DISCLAMER, la storia non garantisce il futuro, com’è ovvio che sia, altrimenti tutti noi appassionati di storia saremmo miliardari.

TASSAZIONE. I buoni postali sono tassati al 12,5%! le obbligazioni private (corporate), il capital gain sui conti deposito e sulle azioni e tutti gli altri strumenti finanziari in Italia sono tassati al 26%. Su questo punto direi di non aggiungere altro.

RENDIMENTI. Se andate in posta vi consigliano le più disparate tipologie di investimento: hanno i buoni fruttiferi 4×3, fedeltà, ordinari; hanno i libretti smart, le polizze assicurative, le fragole con la panna e il coniglio in umido. Ve li consiglieranno tutti, compreso il coniglio, TRANNE i buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione, che invece sono quelli (ma guarda un po’!) da osservare con maggiore attenzione.

Prima di procedere sarebbe interessante capire perché gli impiegati non li consigliano e privilegiano altri prodotti, come le polizze assicurative a piano d’accumulo, e noi senza tanti giri di parole rispondiamo che è perché le polizze e gli altri prodotti hanno più alti costi di gestione (leggi: le poste ci guadagnano di più) e quindi gli impiegati sono ben indottrinati sulla faccenda. Più polizze piazzano, più vengono premiati.

I BUONI POSTALI INDICIZZATI ALL’INFLAZIONE. Ogni mese esce una “serie” di questi buoni che il risparmiatore può andare all’ufficio postale a comprarli in tagli da 250 euro. Queste serie hanno nomi assurdi e suonano più o meno così J10, J11, Z4, Z5 ecc. Voi prendete questi buoni (dematerializzati, nel senso che ora scrivono sul pc e su un foglio che li possedete con relativa cifra e codice – non è più come una volta che avevate una specie di pergamena da portare a casa) e per 18 mesi non avete diritto a intascare interessi. Potete ritirarli prima i soldi ma se li ritirate prima non avete interessi, se li ritirate dopo invece anche i primi 18 mesi sono contabilizzati.

Quanto rendono?

Dipende da 2 fattori.

1 fattore: la serie mensile che avete preso ha un elenco dei rendimenti e questo varia di mese in mese. Coi tassi attuali avete una percentuale ridicola, cioè lo 0,10 ma che cresce con gli anni di detenzione dei buoni stessi

2 fattore: l’inflazione registrata mese per mese dall’indice FOI (un indice che è quello dell’Istat in pratica, ma maggiormente tarato sulle spese di operai e impiegati). Per esempio, se l’inflazione calcolata sarà del 2 per cento, voi prenderete il rendimento contrattuale della serie contabilizzato per il periodo di tenuta dei buoni più l’inflazione anno per anno contabilizzata.

Ci scuserete se non siamo troppo dettagliati, ma queste sono le informazioni che servono per capire il sistema e non essere infinocchiati dall’operatore di sportello.

Perché vale la pena parcheggiare la liquidità in buoni postali indicizzati inflazione e non nei conti deposito?

Bè, perché la resa finale è simile, ma non ci sono costi di gestione, la tassazione è al 12,5 anziché al 26, sono protetti dal ministero del tesoro e non solo da un fondo interbancario, potete toglierli dalle poste quando volete e approfittare così di nuove occasioni qualora si presentassero.

Facciamo un esempio: lo SWITCH

Voi prendete dei buoni postali ad aprile con una resa dello 0,10 più inflazione perché pensate che Draghi la porterà davvero al 2% e quindi voi tra qualche anno quando liquiderete i buoni avrete avuto il 2,10 annuo, che tenuto conto del rischio è meglio di quanto vi danno ora i btp ed i buoni deposito.

A maggio esce una nuova serie che anziché lo 0,10 fisso vi darà l’1,10% di fisso (+ inflazione, ovvio). Che fare? Bè potete switchare, cioè andare in posta a ritirare i vostri buoni serie di aprile e comprarvi quelli di maggio. E non possono dirvi NULLA!

Provate a farlo con un bond e vi trovate col prezzo a mercato che oscilla al vento più di Fassino!!! Provato a farlo con il conto di deposito “Arancia Emammete” e vedrete che solo di fax raccomandate e telefonate per smobilizzare il tutto spendete una fortuna.

Ora vi propongo il miglior video che c’è su internet (un ringraziamento per la qualità del report va a Giacomo Saver, direttore del sito segretibancari.com). Nella prossima analisi vedremo la variante dei buoni indicizzati inflazione: la serie vincolata EXTRA.

 

1 Commento

  1. Butto lì un’esperienza sul tema BFP.
    Stanno giungendo a scadenza in questi mesi i buoni postali trentennali della serie “O”, emessi nel 1985.
    Professionalmente negli ultimi mesi si sono rivolti a me due o tre persone (l’ultimo venerdì), già clienti, che al momento di incassare i loro BPF si aspettavano una certa cifra, ed invece la posta ha offerto circa la metà.
    La questione è nota a molti, che si sono probabilmente trovati negli ultimi anni nella stessa situazione.
    I buoni postali emessi negli anni ottanta (e anche prima) garantivano tassi di interesse a doppia cifra. Solitamente si partiva da un 8/10 %, per poi arrivare dopo 10 anni oltre il 15% e poi, nell’ultimo decennio, oltre il 20% (nel caso della seri “O” con un bpf da 500.000 lire nell’ultimo decennio erano garantiti interessi fissi di 177.740 lire ogni 2 mesi). L’indicazione degli interessi era dettagliatamente indicata sul retro dei BPF.
    Parliamo di interessi compositi a computo bimestrale con accredito a partire dai primi 18 mesi. Facendo i calcoli uno si aspettava legittimamente, alla fine del trentennio, di portare a casa circa 8.000,00 euro (calcolate che interessi e rivalutazione su 500.000 lire in 30 anni, danno un capitale rivalutato di poco più di 1.200 euro).
    In realtà ciò che la posta pagherà sono 4.000,00 euro ca., che è un risultato strepitoso in sé, ma è la metà delle attese.
    Ciò perché nel 1986, in forza di un DM emesso in Giugno, il Governo ha arbitrariamente ed univocamente ridotto i tassi di interesse dei BPF già emessi. Di ciò i proprietari non sono stati informati e, anche se il DM imponeva alle poste di apporre un timbro sui BPF già emessi per aggiornare i tassi di rendimento, quasi nessun ufficio ha provveduto in tal senso.
    Il DM è stato successivamente abrogato, ma l’effetto di abbattimento era già stato determinato.
    Alla domanda “Avvocato ma, si può fare qualcosa” la risposta è: “Ci si può provare, ma son gran cazzi”.
    Così. Per dire. Io vorrei averne pacchi di quei buoni fruttiferi postali…

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