Riviste Porno Ai Fori Imperiali

Non la smettono di romperti i coglioni neanche in ferie. Parlo dei neoliberisti, quelli che scrivono sui giornali, che votano Tramaglino Renzi e che invece di rivistine come LeOre e Caballero, in edicola comprano il Sole o Repubblica.

Insomma, quelli che ci comandano dai, che è più facile. Il guaio è che in estate ci sono maggiori occasioni relazionali e questi ti scassano gli ammennicoli mescolandosi con la gente normale, con lavoro e vita normale, bambini al seguito ecc. Dopo un gelido inverno di telegiornali raccapriccianti, tocca così anche in aereo, in treno e sul bagnasciuga sorbirsi tutta una sequela di luoghi comuni sulla ripresina italiana (ahahahahahaha), sul plurisecolare “vivere al di sopra delle nostre possibilità”, sulla mafia a Roma e il sud che lì non hanno voglia di fare niente ecc. ecc. Il guaio è che mescolano queste pantagrueliche fesserie piddiote con altre di un certo buon senso riferite agli sprechi, alla corruzione, al nepotismo, all’atavica disorganizzazione italiana. Quindi, oggettivamente, si va anche male a mandarli a cagare, che però sarebbe sacrosanto riuscendo a separare le tante cose corrette che citano dalla loro visione strutturale, che rimane una visione a pensiero unico e malato.

Quello che proprio non riesce agli italiani dal pensiero unico – oggi tristemente maggioranza – è:

1) la capacità di individuare il declino del paese!

(da quando in televisione dicono che va meglio, che il turismo è in ripresa, che abbassano le tasse e altre bestialità così, infatti, molti sono divenuti più ottimisti anche se il datore di lavoro gli ha appena consegnato la lettera di preavviso. Cose già viste con Berlu).

2) qualora qualcuno riuscisse anche ad individuare il de-cli-no, gli italioti rifiutano a livello psicanalitico i veri motivi della decadenza e bollano come “old style” e “ancienne regime” tutto ciò che, invece, è semplice dialettica storica.

Il malinteso degli italiani sulla storia, anche da parte di chi dice di conoscerla, studiarla e amarla, riguarda la convinzione di fondo che la storia sia un racconto rilassante da godersi su History Channel o, in altri casi, un insegnamento di vita per non ripetere gli errori del passato.

Naaaaaaaaaaaaaaaa,

Niet,

Nada,

Nein,

No!!!

La Storia è soprattutto il presente, non il passato!

O, meglio, la storia è tutto ciò che del nostro presente fatichiamo a scorgere in modo chiaro e cristallino. Studiare e quindi conoscere DAVVERO la storia, significa conoscere e capire DAVVERO perché succedono oggi questo e quello, perché molti si comportano così e perché pensiamo in un certo modo piuttosto che in altri. La Storia è la memoria del presente.

Se il sottoscritto stamane non si aggira nudo per il mondo con la barba fino ai piedi, i motivi sono legati soprattutto alla storia occidentale, e infatti non è per tutti così in altre zone del mondo.

Tornando al declino: ciò che gli italiani fingono di non ricordare è cosa facevano e cosa pensavano fino a pochi anni or sono e per quale motivo oggi si comportano e pensano in modo molto diverso, radicalmente diverso.

Si pensi, tanto per dirne una grossa e forte, al terrorismo italiano. Se oggi parli ad un italiano del terrorismo rosso e nero degli anni ‘70 e ’80, costui salta sulla sedia inorridito e ti descrive quegli uomini come oggi parlerebbe del Clan Casamonica alla Tuscolana, o dei camorristi Casalesi in Campania.

Ma per quale motivo si finge di non ricordare che costoro, semplicemente, hanno perso nel loro tentativo di fare una insurrezione come avvenuto a Cuba? Perchè non si dice chiaro che i terroristi erano attivisti politici che tentarono di rovesciare la repubblica, ma fallirono miseramente nella maturazione del consenso? Perché non si dice questo e stop?

Eppure sono gli stessi italiani che, dopo aver confuso Fioravanti con Vallanzasca e Curcio con Brusca, magari si commuovono ad ascoltare le parole di Goffredo Mameli, autore dell’inno nazionale e ferito a morte nei pressi del Gianicolo a Roma mentre occupava illegalmente la città e dopo aver (sempre illegalmente, per i cronisti di allora) cacciato il Papa dalla città eterna.

Oppure, sempre questi dell’ombrellone, vanno in piazza con la bandierina a festeggiare il 25 aprile, scordandosi allegramente che i partigiani avevano occupato Bologna, Genova, Milano illegalmente, sempre per il governo di allora.

Con ciò si vuole solo rimarcare una cosa che tutti gli storici in buona fede sanno benissimo: i terroristi (rossi e neri) degli anni ’70 sono oggi confusi con la delinquenza comune perché persero la loro battaglia, mentre sarebbero degli eroi e ci sarebbero strade a loro intitolate, se quelle battaglie le avessero vinte.

Punto e a capo.

Quello del terrorismo, non a caso espulso dalle spiegazioni scolastiche di storia, è un esempio lampante della malafede sulle vicende storiche. Una visione infettata dal sistema mediatico attuale.

Molti di questi soggetti scassaminchia ferragostani (secondo esempio) erano da giovanetti simpatizzanti del pci, sovente elettori della dc, spesso erano socialisti, non di rado negli anni ottanta li sentivo parlare con rispetto della sinistra extraparlamentare o del radicalismo dei Nar fascisti.

Di rado, anzi, sinceramente mai, si rivelavano conoscitori sopraffini, illo tempore, del pensiero liberale di Benedetto Croce. Manco sapevano e manco sanno chi minchia fossero i Croce o i Rosselli, ovverossia i VERI LIBERALI.

Eppure oggi si dicono tutti, tutti, tutti liberali, si riempiono tutti la bocca di questa parola. Al tempo, quando poteva avere un senso parlare con cognizione di causa di cultura liberale non mi risulta che votassero per il partito liberale italiano di Renato Altissimo o per il partito repubblicano di Giovanni Spadolini.

Partiti, beninteso, che non avevano certo il mio voto. Chi scrive non è per nulla liberale, ma è doveroso riconoscere che quelli ben rappresentavano quel tipo di pensiero. Eppure erano partiti che alle urne registravano l’uno virgola per cento. Quelli che oggi si dicono liberali e che sono la maggioranza erano vivi e vegeti ai tempi di Altissimo e Spadolini e avrebbero potuto benissimo votarli, invece erano così liberali che votavano dc, psi, msi, pci. Da morir dal ridere.

E manco oggi sanno chi sono e cosa davvero pensavano i teorici e gli economisti liberali veri. Infatti non sono essi mai stati liberali, ma sono oggi (come allora?) dei volgari NEOLIBERISTI.

I neoliberisti stanno al pensiero liberale di Adam Smith o di David Ricardo, come una bagascia di Via di Prè a Genova sta a Maria Goretti, tanto per rendere l’idea. Spesso, di tali mignotte liguri, evocano semmai la fisicità, almeno da ciò che vedo in spiaggia.

Se solo sapessero, per esempio, del ruolo che Adam Smith attribuiva all’entità Stato, subirebbero l’ennesima crisi d’identità filosofico-politica della loro esistenza e si ributterebbero su Pol Pot, Andreotti o su Francisco Franco, probabilmente.

Un altro convincimento distorto che gli italiani hanno della storia deriva dalla loro indiretta cultura giudaica (neoliberista e finanziaria, in effetti).

Una visione storica per la quale veniamo da una creazione e ci sarà un giudizio universale alla fine. Nel mezzo, una bella linea di progresso e di avanzamento in perenne impennata (notare che ho scritto giudaica e non cristiana perchè Gesù aveva capito di più – che fa pure rima).

La storia non è affatto lineare e progressiva, ma è caratterizzata da continui scontri tra gruppi, da disastri naturali, da dolore e scontri e infatti, sovente, fa una bella marcia indietro.

Pensiamo all’Europa del 1300, che dopo aver vissuto nei fasti imperiali e le grandi architetture monumentali, perse quasi un terzo della popolazione a causa della peste. Oppure all’Europa del Rinascimento che vide un secolo di splendori artistici e scoperte scientifiche dopo secoli di oscurantismo e che riuscì nell’opera di risanamento mondiale solo rifacendosi alla cultura classica che risaliva a mille anni prima.

E ancora: riflettiamo sulla vita europea nel Seicento, in perenne guerra fratricida e con i soldati ancora senza divise e senza caserme, per decenni in scorribanda da un capo all’altro del continente a occupare le case dei privati, a rubare vettovagliamenti, a stuprare e uccidere gratuitamente ecc. ecc.

La storia dell’uomo è fatta di balzi in avanti, di progresso e di innovazioni, ma anche di recessioni nella miseria nera e nella violenza gratuita dopo anni di splendori. Anche oggi è così. Paro paro.

Si tratta di non leggere più la storia come un raccontino del passato, ma di usarla per capire se oggi siamo in una fase di progresso o di decadenza.

E siamo in una fase di decadenza. Viviamo in un nuovo medioevo. In pieno proprio.

E invece il nostro bagnante piddiota non lo sa. Pensa che non si debba tornare indietro su nulla! Sia mai che realizziamo un nuovo rinascimento…

E’ realista, lui. Pensa che la storia sia progressiva e lineare. Pensa anche che se c’è Renzi, allora sia meglio di Cavour! È più giovane, sarà meglio per forza…

Pensa che Lupi ce l’abbia più lungo di Garibaldi, che Maria Boschi sia più intelligente di Nilde Iotti… Piddiota che non è altro!

Quindi se gli proponi cose per il futuro (e non del passato) del tipo: ci converrebbe uscire dal sistema Nato, mollare l’eurozona e tornare alla sovranità monetaria, ripubblicizzare Enel, Eni, Finmeccanica, Alitalia, Telecom e ferrovie in quanto esperimenti falliti di privatizzazione, ti guarda come se fossi un pazzo, un nostalgico, un vecchio arcigno idealista che vive di ricordi. Se dici cose ovvie di critica politica, saresti un idolatra devoto al passato. Passato che invece fa schifo perché c’erano i terroristi, il muro a Berlino, la fame, le cavallette e via di puttanate così.

L’italiota medio, insomma, nega il suo fallimento e rimuove dalla psiche il fatto che la generazione precedente, quella che lottò per vincere gli angloamericani e quella che voleva la Rivoluzione in Italia (cioè i vituperati repubblichini e i criticati partigiani) ERANO MEGLIO DI LUI.

Costoro, seppur con diverse energie e valori diversissimi, avevano lavorato e combattuto per un’Italia prospera. Avevano delle idee, cazzo! Quell’Italia, quella degli anni 50, 60, 70 e 80, proprio quella del terrorismo e del muro, era un’Italia migliore di questa.

Per tanto di quel tempo io comunque c’ero, e lo so. Era un’Italia di crescita, sia in termini di pil che spirituale. Questa, invece, è un’Italia di decadenza, un paese dal quale i ragazzi scappano e dopo che hanno fatto carriera e soldi, non tornano. Saranno gufi!

Il mondo del capitale, per esempio, in quegli anni di boom temeva di essere rovesciato, aveva paura del Muro e del terrorismo rosso e nero e SOLO PER QUESTO (non certo per magnanimità) manteneva alti gli stipendi ed il welfare. Paradossalmente, questo conveniva pure agli imprenditori, perchè in Europa allora c’era una fortissima domanda di beni e servizi sostenuta a circuito proprio dalla politica degli stipendi dignitosi e dal welfare state.

Oggi il mondo del capitale fa i soldi per finta, con montagne di carta stampata dalle banche centrali, prestiti ad usura, produzioni trasferite all’estero in paesi esotici.

La domanda aggregata dei lavoratori dipendenti resta malamente in piedi solo grazie ad un sistema basato su debiti, mutui e finanziamenti agevolati. Un castello di carte rischioso sia per il capitale che per il lavoro, perennemente in bilico e che potrebbe bruciare all’improvviso e in modo devastante.

Ma perché gli italioti medi considerano quel passato (imperfetto ma migliore di oggi), peggiore?

Perché non hanno le stesse palle, la stessa cultura umanistica, lo stesso coraggio degli italiani che li precedettero e dicono da sotto l’ombrellone che si deve guardare avanti, che non si può tornare indietro, che bisogna fare le riforme. Come se le riforme appena fatte non fossero altro che un ritorno ad un certo periodo del passato, quello della legislazione ottocentesca imposta dalla restaurazione di Vienna.

Il piddiota pensa di governare e non accetta il suo fallimento, anche se i dati macroeconomici sono lì in bella vista, a sputargli in faccia i suoi insuccessi reali. A chi gli suggerisce: fatti da parte scemo che hai fallito, egli risponde: naaa, tu vuoi tornare indietro, sei nostalgico, prendi invece atto del nuovo, bisogna fare le riforme, ce lo chiede l’Europa, non vedo le alternative, occorre essere realisti, ecc.

Mentre faccio queste riflessioni sparse, non sono in spiaggia, ma mi trovo per fortuna seduto su una pietra ai fori imperiali, a Roma a due passi dal Colosseo.

La guardo. Ha dei meravigliosi bassorilievi che sembrano incompleti perchè mancano dei pezzi. Impossibile spostarla, peserà quintali. Rifletto sul fatto che è di marmo e che è finemente lavorata. In questi giorni, tra l’altro, vorrei cambiare i mobili della cucina ed ho grossi problemi col piano di lavoro che vorrei fosse in pietra, ma tutti i negozi lo sconsigliano perché si rompe facilmente, non riescono a portarlo su al terzo piano ecc ecc e costa un occhio e avanti. Cioè duemila anni dopo la pietra lavorata su cui sono seduto mi strapazzano i testicoli per una banale lastrina in marmo lineare, e solo per portarla su al terzo piano, altro che intarsi!

Certo, con le tecnologie di oggi non ci vorrà un granchè a fare una colonna di marmo lavorato, ma il pezzo su cui sono seduto mi suggerisce anche altre cose interessanti.

Per esempio, perché ai fori imperiali di Roma non è tutto rimasto intatto?

Ok, Ok, sono passati più di duemila anni e ci sono stati i terremoti e i barbari e i piccioni e le piogge e il sole battente e vattelapesca. Tuttavia, il vero motivo è un altro: i romani, non quelli con le palle che conquistarono l’Egitto, la Gallia e il Colosseo, ma quelli nati dopo, utilizzarono i materiali del colosseo e dei fori imperiali per costruire piccoli edifici.

Case del cazzo, insomma, di cui si è perduta la memoria e che nessuno cita o va a visitare come invece si fa, appunto, col Colosseo e con i fori Imperiali.

Ecco cosa ci insegna la storia.

Ecco perché capire la storia intendendola come memoria presente ci aiuta tanto quanto conoscerla.

Oggi è uguale con le privatizzazioni renziane, che furono anche berlusconiane e prodiane. Gli anni della decadenza, appunto.

Oggi come dopo le invasioni barbariche prendiamo i pezzi pregiati dello stato italiano, da Eni a Poste, da Fincantieri ad Alitalia fatti nel passato e, invece di potenziarli e di farne di nuovi (come nel Rinascimento), ci costruiamo le nostre “anonime casette di merda”, cioè ci paghiamo qualche debituccio, per un po’. Proprio come fecero i romani falliti qualche secolo dopo Giulio Cesare con i bellissimi edifici imperiali.

Se la storia non la capite, io direi che sarebbe meglio leggersi qualcos’altro. Io consiglio Caballero, rivistina pornografia difficile da trovare in edicola, ma dalle ottime illustrazioni. Cercate di non appiccicare le pagine però. E’ roba vintage.

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