Il Toro Gay

torogayDisse il vitello al contadino: la mucca non mi piace quanto il toro del vicino! Se non fossimo persone serie, verrebbe da commentare così l’outing omosessuale confessato dal teologo Krzysztof Charamsa.

Una confessione pubblica che ha fatto scalpore e che ha inorridito molti credenti, per non dire delle parole della Santa Sede, piovute come un macigno sul capo di Monsignor Charamsa dopo la pubblica ammissione di omosessualità.

Il portavoce del Vaticano ha infatti dichiarato:

“Nonostante il rispetto che meritano le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse, la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica. Certamente monsignor Charamsa non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede e le università pontificie”.

L’analisi della questione omosessuale merita più di qualche riga per i risvolti antropologici e sociali che porta con sè, ma anche perché è particolarmente utile per capire se questo nuovo paradigma (cioè la normalizzazione dell’omosessualità) venga o meno favorito appositamente dai potentati economici, cioè dai decisori finali del futuro di tutti.

Se partiamo dall’antropologia e dalla naturalità dell’omosessualità non sembrano esserci troppi dubbi. L’omosessualità esiste come atteggiamento sessuale da quando si ha testimonianza della presenza umana sulla Terra e persino alcune specie animali, in determinate circostanze, hanno dato prova di interesse sessuale verso lo stesso sesso, quindi a prescindere dagli scopi procreativi propri della medesima razza.

Inutile quindi gridare allo scandalo? Si dirà che i preti sono uomini, che i preti dunque possono essere attratti da donne, ma anche da uomini, come capita – appunto – “in natura”.

Anche senza star qui a bersagliare di interrogativi questa ipotesi, rimane da capire perché alcuni uomini sono attratti da altri uomini in modo prevalente e perché ciò accada anche tra gli animali. In altri termini, se fosse davvero un fenomeno naturale (quindi voluto da Dio, per un credente), in che senso lo è?

Se questo non viene compreso, infatti, difficilmente ci potrà essere un giudizio sereno sul fenomeno.

Come forse pochi sanno, negli ambienti della tauromachia gli allevatori di tori selezionano per le competizioni ed esibizioni sportive e folkloristiche (dai rodei alle corride) dei giovani tori. Quelli con caratteristiche di corporatura e aggressività più promettenti, vengono segregati tra di loro per settimane in un grande recinto all’aperto al fine di far emergere dal gruppo gli esemplari visibilmente più forti e agguerriti.

Sempre la natura, dopo pochi giorni, provvede però a far emergere all’interno del gruppo anche il cosiddetto “toro gay” ovvero il toro che accetta di essere posseduto e montato da tutti gli altri per consentire loro di scaricare la carica sessuale propria di questi bovini.

Sentite cosa diceva su questo tema il noto economista e tuttologo televisivo Eugenio Benettazzo:

“determinate caratteristiche e limitazioni ambientali producono inconsciamente questo comportamento nel mondo animale ovvero l’omosessualità. Non è una novità questo assunto… a spiegare il fenomeno è stato Darwin nel 1859 all’interno della sua nota opera intitolata L’origine delle specie. Si dimentica tuttavia sempre di citare anche la seconda parte del titolo del libro, che riporta testualmente “the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life” dove con la dicitura “in the struggle for life” si indica in senso ampio il concetto e le conseguenze di quella che noi banalmente spesso chiamiamo la lotta per la sopravvivenza. Anche in precedenti occasioni ho dedicato ampio spazio a questo argomento che per quello che mi riguarda è il primo in ordine di importanza e rilevanza economica al mondo ovvero il clock demografico del pianeta. Ogni cinque giorni la popolazione mondiale al netto delle morti aumenta di un milione di esseri umani. Il comportamento omosessuale rappresenta una risposta naturale della nostra specie al fine di preservare la razza dominante”.

Un’analisi di questo tipo – l’omosessualità come argine naturale alla sovrapopolazione – è valida solo in parte. E’ valida, perché propone una spiegazione credibile del fenomeno omosessuale – per la quale le limitazioni ambientali comporterebbero scelte sessuali diverse da quelle canoniche – ma è assolutamente falsa quando lascia intendere che la natura operi meccanicamente senza che l’intervento dell’uomo possa fare una qualche differenza. Inoltre, è discutibile e tutta da dimostrare sotto il profilo storico, perché altre volte nella storia si è temuto e gridato al sovrapopolamento del pianeta e la risposta della “natura”” non è stata l’estensione dell’omosessualità, ma semmai l’esplorazione di nuovi mondi “giammai uditi”, come scriveva Cristoforo Colombo, o la peste nera, che nel Trecento ridusse gli abitanti d’Europa di un terzo.

Ma la cosa interessante di questo aneddoto sui tori è a parer mio un’altra.

A dar retta ai racconti degli allevatori di bovini da combattimento, il toro gay non lo è dalla nascita, ma lo diventa. E perché … “lo diventa”?

Lo diventa perché determinate condizioni e limitazioni ambientali lo promuovono!

Aha, ecco il fottutissimo punto. Se ci fate caso, e fatte le debite eccezioni, l’omosessualità è prodotta da una indeterminata forma di disagio, di limitazione ambientale. Non può allora essere considerata normale, ma una eccezione, a meno che non riteniamo che l’ambiente, il suo dispiegarsi meccanico, conti più dell’umanità. E a meno che non riteniamo inutile qualsiasi opera dell’ingegno volta a superare le limitazioni ambientali.

Ecco allora che può trovare qualche spiegazione anche la scelta omosessuale di alcuni ecclesiastici. Non si trovano anch’essi, sotto molti punti di vista, segregati dal voto al celibato? In cosa sarebbero diversi dai tori nel recinto, dunque?

Sull’omosessualità nelle carceri non dico nulla, tanto mi sembrano ovvie le conclusioni che se ne potrebbero trarre dopo l’esempio dei tori.

Che piaccia o no, l’omosessualità va si riconosciuta come fenomeno antropologico, ma eccezionale. Il tentativo di affermarla come normale è un tentativo in fondo elitario.

Tra l’altro – seppur del tutto involontariamente volendo egli dimostrare una tesi avversa alla nostra – lo scrive lo stesso Benettazzo nelle ultime righe del commento, che riportiamo ancora:

Il comportamento omosessuale rappresenta una risposta naturale della nostra specie al fine di preservare la razza dominante …

Ma, guardandoci nelle palle degli occhi, preferiamo preservare la razza dominante, cioè l’attuale accozzaglia di finanzieri che tira le fila del mondo, o garantirci una discendenza?

Preferiamo provare l’amore per i figli e per l’altra metà del cielo, o camminare rasente ai muri?

Preferiamo assistere alla corrida, o continuare a mangiare bistecche?

2 Commenti

  1. Mi pare, stranamente, un approccio poco scientifico ed un po’ forzato. Il punto di partenza è che l’omosessualità rappresenta un fenomeno antropologico determinato (o favorito) da specifiche circostanze ambientali. Il punto d’arrivo è che tale fenomeno antropologico, per le sue caratteristiche, è eccezionale. Il problema è che in questo modo si da per scontato l’assunto di partenza, indimostrato, per giungere ad una conclusione che potrebbe essere corretta ma poggia su una base poco solida. Solo nell’era moderna l’omosessualità è stata considerata una malattia mentale (fino agli anni 90 era catalogata tale dall’OMS, ma in alcuni ambienti religiosi è considerata tale anche oggi), una deviazione sessuale, una cattiva abitudine, un costume sociale, una questione di gusto, una malattia genetica, una perversione. Di conseguenza l’omosessuale è stato definito pervertito, deviato, malato, ecc. Tu dici che in realtà è una risposta antropologica eccezionale a situazioni di disagio o limitazione ambientale (come il rutilismo è una caratteristica genetica eccezionale che per alcuni antropologi è condizionata da fattori ambientali). Non so sinceramente se sia così. Ma non credo che scientificamente questa posizione sia dimostrata. Non so se la scelta del pisello o della patata origini da un fattore genetico, da una scelta di gusto individuale, da un condizionamento sociale o da una situazione di disagio. Quanto al caso del prete, lo scalpore non è riconducibile al tema dell’omosessualità (o lo è in minima parte). Credo che il problema, soprattutto in ambiente ecclesiastico, sia quello di rivendicare la legittimità di una relazione stabile con un compagno. Cosa che la chiesa cattolica formalmente non tollera né in ambito omosessuale né in ambito eterosessuale. Quella è la regola che si son dati i cattolici. Se la regola non piace si gioca ad un altro gioco, che di religioni ce ne son fin che si vuole. Altra cosa è che poi, nell’ambiente cattolico, ci sia un’ipocrisia diffusa sia a livello di clero (che quando le cose son fatte con discrezione finge di non vedere o tollera i suoi membri che deviano dalla retta via della castità) che a livello di credenti (che le regole della loro religione le interpretano sempre con grandissima indulgenza). Non cessa di stupirmi, invece, la forza della spinta “normalizzatrice” dell’omosessualità (fortissima a livello politico e mediatico), così come non arrivo a capire l’astio di alcuni nei confronti degli omosessuali. Personalmente, con buona pace dell’INPS, se l’omosessualità arginasse la crescita della popolazione del pianeta, la sosterrei con tutte le mie forze, che come mezzo di controllo demografico mi par preferibile alla peste nera ed alle guerre.

  2. Non ho sufficienti competenze biologiche né studi sottomano. Tuttavia, le teorie scientifiche che ho letto sull’omosessualità sono numerose. Alla fine, le ho per semplicità ridotte a due solamente. O riteniamo credibile che l’omosessualità dipenda dall’ambiente (famiglia, società, costrizioni, fratelli, televisione, moda, tempesta, grandine ecc ecc), oppure riteniamo che la “gaiezza” sia personale e stabilita dalla nascita da questioni complesse di tipo genetico.
    Vi sono studi credibili e seri su entrambi i fronti. Io propendo per il condizionamento ambientale, nel senso che mi pare credibile che alla base non ci sia una scelta sessuale chiara del bambino piccolo e che essa si costituisca sulla scorta dei condizionamenti esterni. L’esempio del toro calza a pennello. Se così fosse, noi umani abbiamo un ruolo e a sto punto discutiamo di omosessualità sulla base di ciò che per noi è preferibile. la mia idea è che l’omosessualità sia una condizione che si presenta come reazione a determinate condizioni ambientali e che, come tale, debba essere un’eccezione, e quindi da disincentivare (non condannare) in condizioni ritenute “normali”. Per esempio, in carcere l’omosessualità è accettabile, in altre situazioni è da rispettare, ma non da incentivare socialmente (magari evitando di scrivere sui libri di scuola che uno si sceglie la sessualità come si sceglie la squadra del cuore…). Questa mia idea di base parte dal fatto che sposo teorie scientifiche che affermano che l’omosessualità dipenda dall’ambiente e che ne sia condizionata, ovviamente. Se invece riteniamo che non sia così, cioè che l’ambiente non centri nulla e che sia piuttosto una questione genetica (gay si nasce e basta), allora non vedo perché non incentivare socialmente anche la pedofilia o, meglio, il sesso con gli animali, magari riconoscendo ad essi lo status di famiglia o coppia di fatto. La mia tartaruga d’acqua ne andrebbe pazza. Già lo so 🙂

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