Arrivano i Barbari. Il caso Google

L’invasione è avvenuta in modo violento. Veloce. La mutazione antropologica di cui parlava Pasolini fino a pochi anni fa non solo è compiuta, ma ha avuto esiti ancora più radicali di quanto non pensasse lo stesso Pasolini (forse). Sono arrivati i barbari! Hanno saccheggiato, hanno violentato, hanno distrutto. Ora si stanno trasformando da tribù nomade a tribù stanziale, e noi, con loro, ci stiamo imbarbarendo.

Occorre allora che ci sforziamo di comprendere due cose. La prima: come è avvenuta e dove la calata dei nuovi barbari? La seconda: cosa valorizzare – cioè cosa “tenere” – dei barbari e cosa, invece, respingere?

I barbari hanno invaso tutti i settori, dalla cultura al lavoro, dall’educazione allo sport. Fuor di metafora, noi siamo cambiati in modo radicale, la nostra civiltà, quella che noi conosciamo, le nostre radici, sono state soppiantate da un’altra civiltà, molto diversa da quella originaria. E’ già capitato nella storia, ma è quando si comincia ad averne piena coscienza che allora il movimento è già avvenuto e che si gettano le basi per una nuova era.

Se pensiamo alla storia, chi chiamò i medievali, “medievali”? Non furono certo i medievali stessi, che non sapevano di esserlo, ma gli umanisti, che infatti nell’identificare quell’era storica già ne prendevano le distanze. Così speriamo sia per noi, in modo tale che i processi involutivi, hegelianamente, consentano poi una botta evolutiva fortissima, come capita quando si prende una rincorsa. Per darsi maggior slancio, insomma, conviene prima indietreggiare un poco.

Il nuovo paradigma ha a che fare con il senso delle cose, con i punti fermi. La sensazione che molti di noi educati nella vecchia civiltà hanno è che si sia perso il senso delle cose, i valori di riferimento, come la convinzione che il sapere sia fonte di potere, per esempio, o che il lavoro nobiliti l’uomo. Questi valori, e cito questi due solo per comodità, sono diventati da poco tempo valori “vecchi”, inadatti a capire la contemporaneità.

Per spiegare come è avvenuto il fenomeno prendiamo Google, il motore di ricerca di internet che tutti quotidianamente usiamo. Sono miliardi le parole ogni giorno cercate su google e miliardi le persone che lo usano.

Google non ha nemmeno 20 anni di vita ed è un sistema – un algoritmo – che come tutti sanni ci consente di trovare nel mare immenso della Rete le pagine che ci interessano. Se, per ipotesi, volessi trovare il miglior smartphone nella fascia di prezzo 100-200 euro, potrei digitare quella frase e bam! eccomi subito una sfilza di pagine sul tema. Se cercassi un articolo su Einstein scrivo “Einstein” e bam! via con un elenco di articoli su Einstein.

Come molti di voi certo ricorderanno, Google non è stato il primo motore di ricerca, anzi, ce n’erano tanti altri.

In Italia per lungo tempo si è usato altavista, per dire. Ora invece tutti usiamo google o passiamo attraverso di lui anche senza saperlo e google è una delle società più importanti del mondo in quanto a numero di dipendenti e fatturato.

Come mai? Per quale motivo google si è imposta su altavista, excite, yahoo, ecc? Cos’ha google che gli altri non avevano?

Quando iniziarono, i motori di ricerca non servivano a un granchè. Conveniva piuttosto sapere fin dall’inizio l’indirizzo del sito e metterlo nella barra perché tanto il motore di ricerca non ti portava praticamente mai lì dove volevi arrivare. Sapere l’indirizzo esatto del sito, però, è roba da antichi, come quando uno va in libreria e dice all’addetto nome dell’autore, casa editrice, titolo dell’opera… internet non avrebbe mai funzionato così, sarebbe stato un archivio come tanti e non la rivoluzione che invece fu.

La questione delle ricerche non era facile da risolvere! Questo, in sintesi, il problema degli inutili motori di ricerca a fine anni ’90.

Si potevano mettere le pagine in ordine alfabetico, ma così non veniva mai fuori quello che veramente si stava cercando, bensì un elenco generico, magari basato sul numero delle parole contenute nel sito. Cerco la parola Einstein e se un tizio ha fatto un sito contenente 10mila volte la parola Einstein, ecco allora che quel sito andava in cima alla lista. Del tutto inutile, ai fini della ricerca. Si arrivò allora persino a metter sotto sforzo cerebrale, negli uffici, centinaia di persone disposte a leggere lo scibile umano presente nelle pagine internet per fornire una gerarchia dotta sulle singole ricerche.

Immaginerete subito che oltre ad essere improponibile in quanto ad oneri, una simile fatica di Sisifo poteva venir messa in discussione da chicchessia. Chi poteva infatti arrogarsi il diritto di mettere in cima alla lista il sito di Caio piuttosto del sito di Sempronio?

Un casino bello e buono, insomma, finchè su internet non arrivarono due BARBARI veri e propri. Al secolo, Larry PAGE e Sergey BRIN, fondatori di google, appunto.

I ragazzacci – oggi ipermegamiliardari – escogitarono una soluzione al problema in modo un po’ geniale e un po’ idiota, come sempre capita alle cose che funzionano egregiamente.

Dopo aver acquistato per qualche migliaio di dollari un numero imprecisato di computer collocandoli nel classico magazzino-garage da nerd, i nostri eroi scaricarono tutte le miliardate di pagine che compongono il web e cominciarono ad analizzarle, cercandone la regolarità. L’illuminazione venne dalla banale osservazione di una caratteristica totalmente trascurata dagli altri motori di ricerca:

la presenza dei link dentro le pagine!

Molte pagine dei siti, infatti, RIMANDANO ad altri siti web semplicemente cliccando sopra l’indirizzo appositamente inserito nel testo o vicino ad un’immagine, oppure proprio cliccando sopra un’immagine stessa.

Ehm, niente di barbarico e di nuovo sotto il sole;

il mondo classico l’ha inventata secoli or sono sta cosa e si chiama ipertesto.

In pratica, e tornando al nostro esempio, è come quando – visitando un sito di fotografia – si trova un link, cioè un riferimento ipertestuale, riferito ad Einstein, e se io ci clicco sopra vado direttamente ad un sito che parla di Einstein, della sua biografia delle sue scoperte, ecc. ecc. (wikipedia docet).

Ebbene, cosa capirono barbaricamente Page e Brin?

I due nerd – geniali – capirono che la gerarchia del motore di ricerca poteva essere fornita dal numero dei link presenti nei vari siti internettiani che si riferivano a quella parola oggetto della nostra ricerca.

Semplificando al massimo, è un po’ come se voi oggi vi recaste in una grande piazza per cercare il tabaccaio e interrogate le varie persone che incontrate a casaccio lungo il tragitto. Prima trovate una vecchia signora che magari ricorda male e vi fa fare un giro largo, poi il ragazzino che si ricorda vagamente perchè quella volta ha accompagnato il babbo, poi il barista che lavora a fianco del tabacchino e infine, eccolo li, il tabaccaio in persona che vi aspetta davanti alla porta del negozio.

Google funziona più o meno così! Il sito in cima alla lista, la pagina web del sito, è la migliore in assoluto? Per i barbari Page e Brin si: quella è la prima pagina per numero di link negli altri siti e QUINDI è ANCHE la pagina migliore. E, udite udite, lo è anche per noi che ogni giorno usiamo sto sistema.

La meritocrazia non la fa più la verità dell’intellettuale, del politico, dell’espertone in quel campo, ma la fa il movimento, l’energia degli utenti che convoglia verso quel luogo virtuale. E noi – tutti i sacrosanti giorni – ci fidiamo di questo sistema.

Internet non è una gigantesca biblioteca dove chiudono la porta e ti dicono: si arrangi! Internet si basa sui motori di ricerca che sono una guida basata sulla fiducia che il sistema ha verso gli altri utenti e che si basa sulla filosofia dei link

Altavista apparteneva alla vecchia civiltà. Investì milioni di dollari per pagare impiegati che si studiavano le sterminate pagine di internet per fare le classifiche.

Brin e Page no, erano due cazzoni assurdi che organizzavano nel deserto raduni un po’ hippy. Appassionati di matematica e di informatica, magari un po’ scemi su alcune cose, fecero fare al web IL salto di qualità che tutti noi oggi conosciamo.

Loro fanno parte della nuova civiltà e furono in grado di mettere a disposizione il sapere immenso di internet attraverso un’accessibilità gratuita e fissando una nuova regola, un nuovo criterio di verità, graduando la leadership dei siti di una determinata ricerca sul numero dei links, in primo luogo, e poi filtrando i link sulla base del peso

In che senso in base al peso dei link?

Bè, potrebbe benissimo essere che i vari siti che rimandano alla mia pagina appartengano ai miei parenti, per esempio, o ad amici accondiscendenti. Dunque, come pesare la qualità del link?

E su questo, ecco di nuovo i barbari al lavoro, a fissare un nuovo paradigma meritocratico: “peserà di più il link proveniente da un sito a cui va il maggior numero di links!”

Ora qualcuno dei lettori che hanno avuto la pazienza di arrivare sin qui si chiederà: e cosa vi sarebbe di barbarico in tutto questo? Perché da questa esperienza di Google possiamo trarre considerazioni sulla nascita di una nuova civiltà?

Proviamo a spiegarlo nel modo più semplice possibile.

Immaginate per un momento di essere diventati il più importante studioso al mondo di Einstein. La vostra intera esistenza, gli investimenti della vostra famiglia, la tesi di laurea, quella di Dottorato, i libri pubblicati, ecc. ecc. sono tutti… tutti… dedicati alla figura di Einstein.

Insomma, per l’accademia internazionale voi siete il più importante e competente studioso di Einstein. Il vostro sito, tuttavia – l’austero einstein.org – non ha ottenuto molti link dagli altri siti nel corso del tempo e quando una persona qualunque clicca “einstein” su google ecco che il vostro sito non compare nella prima interfaccia, ma nemmeno nella seconda, ma nemmeno nella terza. Magari siete un professore uzbeko esperto di Einstein e per trovare il vostro sito – scritto in uzbeko – un ricercatore internettiano deve andare alla ventesima pagina (ma alla quarta è già morto di sonno).

Intanto, alla posizione  numero 1 di Google, a godersi tutte le visite e la popolarità ed i soldi di adsense, c’è il sito di uno scemo del Wyoming che ha fatto un sito dal titolo “Einstein e la figa”, pieno zeppo di tette, di culi e di formule della relatività.

Ma è proprio così? Davvero il primo della lista può NON ESSERE IL MIGLIORE?

E se invece lo fosse, il migliore?

Per voi lo è! Per me lo è! Quello è il sito che statisticamente più si va a vedere.

Molti sono convinti che la forza di Page e Brin fu nell’algoritmo che codificava questo sistema. Balle! queste sono masturbazioni da tecnici. Chiunque può trovare un algoritmo simile.

A fare la differenza, invece, fu l’idea, cioè la logica di gerarchizzazione della conoscenza e del sapere basata non sull’approfondimento, non sullo stile, non sulla precisione, ma sul movimento.

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