Puzza di PD

Se c’è una cosa davvero odiosa del movimento del ’68 non è il principio di base che ha mosso la protesta, ma i sessantottini in persona di allora che invece di individuare nuovi modelli economici si affrettarono a sostituire la vecchia classe dirigente con loro stessi. E ci hanno messo pure un bel po’ ed a furia di 6 politici, visto che sono arrivati a comandare solo negli anni ’90. Studiando la storia e maturando esperienze personali si fa sempre più forte il convincimento che la differenza tra gli uomini che hanno cambiato il mondo, e che chiamiamo rivoluzionari, ed i cosiddetti ribelli non è affatto sottile, ma proprio sostanziale, un abisso in pratica.

Queste considerazioni, se possono sembrare facili oggi che i sessantottini li abbiamo visti comandare l’Occidente, da Bill Clinton a Massimo D’Alema, diventano più complicate da spiegare se pensiamo ai sedicenti riformisti italiani, schierati ormai indifferentemente a destra e a sinistra. La situazione più grave, tuttavia, è a sinistra, perché proprio in quell’area politica assistiamo a quanto già visto dopo il ’68: uomini che vogliono cambiare il mondo in nome di un’alternativa, ma che in realtà pensano solo a sostituire la classe dirigente con loro stessi senza aver mai davvero pensato ad un nuovo modello politico ed economico. E’ questo il caso di economisti di spessore all’estero, da Paul Krugman a Stiglitz, neokeynesiani antiausterità, ma poco disposti a ripensare al sistema produttivo attuale. In casa nostra, molto più modestamente, il pensiero va ai trombati e agli esclusi dalla Leopola renziana, rimasti fuori dalla finestra ad invidiare lo spettacolo delle carriere dei leopoldini mentre loro, invece di salire sul carro del vincitore, cannarono drasticamente previsione aderendo a Bersani, correntoni, sinistra ds e altri vari girotondismi. Non solo, ma a sinistra, tra quelli rimasti fuori dal ciclo renziano, troviamo anche molti volti noti del giornalismo italiano, tipo Gad Lerner o Michele Santoro, da tempo immemorabile portabandiere della sinistra alternativa, ma completamente incapaci di pensare ad un nuovo modo di produrre e di partecipare alla vita politica.

In altri termini, a Lerner, a Santoro e company sarebbe piaciuto spostare l’opinione pubblica verso la sinistra perbene e impegnata, quella anticorruzione, ma non ci sono riusciti e quindi sono li a contemplare e invidiare i soliti Bruno Vespa e Fabio Fazio, opportunisti convertiti sulla via del renzismo mediaticamente impegnati h24 a dirci le stesse cose che dicevano prima che arrivasse Renzi.

Di fatto, anche se avessero vinto i Krugman e gli Stiglitz in America, i Fassina ed i Santoro ed i Lerner da noi, siamo convinti che la nostra vita non sarebbe cambiata un granchè. Non ci sarebbe (forse) il job act, certo, non si andrebbe in pensione a 102 anni… forse, ma di certo l’approccio al lavoro, la narrazione mondialista, l’appiattimento sul sistema delle fondazioni bancarie e delle coop sarebbe rimasta pressochè intatta.

alemanno

Alemanno… ministro, sindaco, alto dirigente di partito anche lui a protestare nel 1968

Negli ultimi anni, notiamo, si sono aggiunti altri neo68ini, cioè – lo ripetiamo ancora – uomini che si dichiarano alternativi a questo Partito Democratico, ma che invece aspirano ad espugnarlo e non a cambiarne i paradigmi di base. E pensiamo a molti keynesiani italiani che si sono buttati a capofitto sui social e sui blog portando avanti il liberalismo keynesiano senza prendere atto di alcuni presupposti fondamentali, ineludibili, come la sovranità nazionale.

Diceva il grande pensatore francese Jean Jacques Rousseau che non può esservi democrazia senza la sovranità militare e la sovranità monetaria. Parole sante, santissime; eppure la blogosfera internettiana è letteralmente intasata da pseudokeynesiani che parlano contro l’austerità nel nome di Keynes e poi nicchiano (quando proprio non negano) i capisaldi che rendono possibile il rovesciamento stesso dell’austerità, cioè la democrazia e la sovranità, derubricando i sovranisti a nazionalisti razzisti, in pratica.

Come può essere anche solo minimamente pensabile che vi sia democrazia in Italia quando mancano i presupposti di Rousseau? Come possiamo avere sovranità militare con oltre 100 basi americane sparse sul territorio? Come possiamo pensare di avere sovranità monetaria con l’euro della Bce? E, soprattutto, come possiamo credere che sia possibile applicare davvero Keynes con questa forma di globalizzazione?

Niente da fare, come al tempo del ’68 – movimento rivelatosi poi falsamente rivoluzionario – la comunicazione è intasata oggi da comunicatori blogger solo apparentemente controcorrente come quelli di KeynesBlog o di Nextquotidiano che – per parafrasare il bravissimo trader ed economista Giovanni Zibordi di monetazione.it, alla stregua dei vari Stiglitz e Krugman “sono in realtà tutti marpioni “globalisti”, a cui dei singoli paesi europei non gliene frega niente, per loro conta solo l'”economia globale”, “il mercato globale…”. E temono come la peste ogni vago accenno di difesa di un qualunque interesse “nazionale”. Per loro vanno bene il deficit pubblici e il QE, ma solo come contributo all’economia globale delle multinazionali e del mercato finanziario. Ogni accenno di movimento che difenda gli interessi della popolazione di un singolo paese contro quelli del mercato globale è “…a terrible thing”.

E dunque, questi neo68ini ini ini, sono un nemico?

Si, lo sono, sembrano anzi messi li apposta solo a confondere le idee. Non ci sarà mai democrazia senza sovranità: è semplicemente impossibile. Si convertano o vadano a farsi fottere. Il lavoro dei vari Krugman, se applicato, sarebbe solo un calcio al barattolo.

E che fare con loro?

Semplice:

1 smascherarli, (ma è molto difficile: chissà come mai ch’anno più blog, pagine facebook e profili social che capelli in testa. Come si mantengono? Mah!)

2 non dimenticarli qualora si affermasse un nuovo modo di intendere la partecipazione politica e la produzione e finisse il capitalismo dollarocentrico. Sia mai che portino in giro referenze per dirigere televisioni, testate giornalistiche, istituti culturali, magari dicendo in giro di essere sempre stati “contro”.

Lo so, lo so. Se Pasolini fosse ancora vivo, questi concetti li avrebbe scritti meglio.

 

1 Commento

  1. Anche Montalbán aveva espresso bene analoghi concetti riferendosi alla sinistra e ai riformisti spagnoli del dopo Franco.

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