I Gender vittime dell’Economia

Su real time va settimanalmente in onda una trasmissione sui bambini “gender”, cioè bambini a cui viene insegnato che l’orientamento sessuale – non essendo possibile scegliero – può essere di diversi tipi. Quando c’è una differenza, spiegano, tra l’identità sessuale e la propria genetica, si deve iniziare un processo di transizione…

Affrontiamo la questione prima sotto il profilo pratico, poi, e più importante, sotto il profilo storicofilosofico al fine di svelare cosa davvero cova sotto la cenere di tutta questa questione

LA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA IN PRATICA. CONFINDUSTRIA?

Le questioni divorzio facile, coppie omosessuali, eugenetica, teoria gender non sono mai state oggetto di interesse di nessuno al mondo e tanto meno dello scrivente fino all’arrivo delle crisi politiche ed economiche degli ultimi15 anni. Io ad esempio mi sono chiesto: ma per quale motivo da qualche anno a questa parte non possiamo più vedere un film, uno che sia uno – ma anche un telefilm, un report, un reality – dove i protagonisti, in barba alla statistica, non siano divorziati, separati, singles oppure omosessuali?

Provateci voi a trovare una commedia, una love story, persino un film d’avventura o d’azione, dove non sia mostrato come cosa normale, ad esempio, che una figlia abiti a casa della madre divorziata, pur se rapita dai cattivi e salvata dal papà eroe; oppure dove la nonna che aiuta la nipote a recuperare un amore o una carriera non sia parimenti una vecchia lesbicona alternativa che si fa le canne (vadasi, su tutti, il film Grandma).

Gli artisti, le persone di successo, devono oggi essere minimo minimo bisex e devono aver avuto più matrimoni. Le attrazioni dello star system, i modelli che dovremo imitare, non sono più gli eccentrici e travagliati playboy e playgirl che sperimentavano nuove forme d’arte, ma annoiati bisessuali o (meglio) omosessuali che cambiano più i partner che le mutande. Sono noti più per queste cose che per il loro talento (mi dite, di grazia, quali cose saprebbero fare una Belen o un Costntino della Gherardesca che non sappia anche fare un qualsiasi viandante?)

Allora proviamo a rispondere a queste domande con qualche studio, tralasciando la morale, che puzza di paternalismo e che non convince nessuno se non chi era già convinto prima.

Secondo una ricerca dello University College London pubblicata sulla rivista Environment, Development and Sustainability, i single consumano il 55 per cento in più di elettricità pro capite rispetto ai membri di una famiglia di quattro persone, il 38 per cento in più di prodotti di largo uso, il 61 per cento in più di gas. Producono più spazzatura e inquinano di più.

In altre termini, più single ci sono e più vi è … rullo di tamburi …

CONSUMO! CONSUMO! CONSUMO!

Ok, per i single ormai ci sono tonnellate di prove, non mi spreco neanche, ma questo dato di fatto non dovrebbe forse rafforzare, per esempio, l’idea che chi divorzia poi va a realizzare un’altra famiglia, oppure che gli omosessuali vogliono finalmente essere riconosciuti come famiglia e quindi in una prospettiva anticonsumistica? In altri termini, il divorzio facile e le unioni civili non dovrebbero remare in direzione contraria alla vita da single appena tacciata di consumismo?

L’Istat certifica che nel 2014 si sono celebrati 189.765 matrimoni, meno 57mila in cinque anni. E’ piuttosto noto che i divorziati non si risposano, ma effettuano periodi più o meno prolungati di convivenze, conducendo uno stile di vita, in pratica, del tutto simile allo stile di vita del single medio, e comunque con relazioni che spesso durano meno del primo matrimonio.

Le coppie omosessuali si separano 80 volte su 100 e al 100 per 100 si registra infedeltà continuata. In pratica, le unioni tra omosessuali, anche quando non portano alla separazione, sono di solito “senza regole”, in puro stile single. Nei matrimoni canonici, quelli tra etero, i divorzi – che pure sono in aumento – non superano il 12 per cento, contro l’80 per cento di quelle omosessuali.

Gli omosessuali in coppia, così come le coppie unite ma che non hanno figli, non comprano un frullatore, ma due. Non prendono un letto matrimoniale, ma uno matrimoniale e due singoli, anche se non hanno figli. Non comprano una radio, ma due. Non una televisione, ma due. Anche se sono solo loro due e ci sono tre stanze. Spesso, spessissimo tornano nelle loro famiglie d’origine nei periodi di crisi di coppia, continuando però a pagare affitti, mutui ecc.

L’alto consumo di queste particolari “famiglie” sono sotto gli occhi di tutti, lo sanno tutti e la mia critica strutturale alla promozione del fenomeno sta al bigottismo e all’omofobia come i classici cavoli a merenda.

Se lo sanno tutti di questo meccanismo, perchè diamine non dovrebbero saperlo i grandi industriali ed i pianificatori di business? E’ proprio un caso che la famiglia del Mulino Bianco sia stata sostituita dal single seduttore bucolico Antonio Banderas?

Ecco perché non possiamo più vedere un film, una pubblicità, un servizio di report o di Presa Diretta dove non siano esaltate o poste come unico modello possibile lo stile da single, le separazioni e, ultimamente, situazioni caratterizzate da vicini di casa, compagni di scuola, amici di calcetto, insegnanti rigorosamente gay o lesbiche. Tutto questo come se abitualmente noi, nella vita di tutti i giorni, avessimo continuamente a che fare con persone con questi orientamenti sessuali o che vantano diversi matrimoni alle spalle e non fossero che quello che sono. Eccezioni.

La famiglia non è gradita al circuito turbocapitalsitico oggi sempre più in crisi in Occidente e affamato di nuovo consumo. Ciò accade, semplicemente, perché la famiglia tradizionale RISPARMIA e può AMMORTIZZZARE per anni le situazioni di difficoltà economiche di uno o più dei suoi membri alla faccia dei mercati.

Il resto, la naturalità dell’omosessualità e delle poligamia, il cattocomunismo, il clericalismo, sono solo specchietti per allodole vanesie.

LA DISTRUZIONE DELLA FAMIGLIA IN FILOSOFIA

Su Hegel è da qualche tempo permesso sparare, sputare, affermare ovvietà e banalità che non sarebbero concesse ad uno studentello di quinta liceo. Perché? Perché Hegel, pur essendo stato un pensatore borghese, era programmaticamente anticapitalista. Egli distingue in modo piuttosto netto la borghesia dal capitalismo. Oggi, che viviamo nell’epoca del turbocapitalismo, la borghesia ed i suoi valori – e la famiglia su tutti – sono diventati realtà intollerabili. Rappresentano uno stop al processo capitalistico che ha come obiettivo finale la riduzione di tutto a MERCE

Con chi non mastica questo lessico filosofico, si può benissimo usare un linguaggio più pop e dire, in estrema sintesi, che il capitalismo è un sistema perennemente incompleto, per definizione incompleto.

Il sistema economico capitalistico è come una botte forata: per quanto vino ci si possa versar dentro essa rimarrà sempre incompleta. Ebbene, questo sistema economico, per rimanere ancora in piedi deve allargarsi attraverso il consumo. E perché il consumo si allarghi ancora, giunti a questo punto di già forte consumismo, l’unica strada rimasta al capitalismo è quella di togliere di mezzo quelle istituzioni sociali  che ancora non hanno “un prezzo”, come la famiglia e le relazioni famigliari.

La borghesia è sede di una coscienza dialettica, è sede di scontri, incontri, rapporti personali, conflitti e riappacificazioni. La borghesia (intesa in senso ovviamente largo e non qui distinta dalla classe operaia) è una classe sociale che ha posto sull’altare dei propri valori alcuni riferimenti chiari. Questi riferimenti sono puntualmente contestati e oggetto di conflitto, ma mai radicalmente eliminati. Ebbene il capitalismo non può sopportare questo elemento valoriale, coscienziale, personale che ha la borghesia. Essa per i neo capitalisti va superata nel senso del superamento dei suoi valori.

Il capitalismo è infatti, all’opposto, un meccanismo anonimo e impersonale. Meccanico e che deve prendere il sopravvento, cioè dominare la volontà umana attraverso rapporti totalmente mercificati.

Le facoltà di filosofia hanno oggi questa caratteristica: l’espulsione di Hegel – che poneva la famiglia come Tesi dell’eticità – ma anche di Spinoza, di Vico e dei filosofi greci. E’ una strutturazione a chi scrive piuttosto chiara perché questi pensatori sono sì trattati nei corsi accademici, ma vengono ridotti alla storia delle idee e non come punto di partenza per filosofare oppure come oggetto di analisi critica. Per chi ha fatto l’università, diremo che questi pensatori sono stati relegati alla parte istituzionale dell’esame e che sono assenti, invece, nella parte monografica

Un filosofo scomparso di recente, Costanzo Preve, maestro del ben più noto Diego Fusaro lo diceva esplicitamente: la filosofia deve rivendicare ciò che è sempre stato suo, e cioè il diritto di valutare la qualità della comunità sociale in cui viviamo.

Ebbene, se la “qualità” della comunità sociale fa sempre più schifo ciò è dovuto alla progressiva distruzione del nucleo etico per eccellenza che è la famiglia

Noi oggi siamo portati a ritenere che ciò che conta siano l’individuo ed i suoi desideri.

E cosa tempera, ridimensiona, controlla, organizza e spesso arresta questi desideri individualistici che sono per natura illimitati?

Ancora una volta, la famiglia!

Naturalmente, è doveroso precisare che qui non si sta affatto dicendo che tutti devono metter su famiglia o avere figli o altre amenità del genere, ma che la struttura famigliare (dalla quale peraltro il 99 per cento di noi proviene) comporta una serie di implicazioni affettive e di costruzione del senso.

Prendiamo ad esempio la formazione personale di molti “impegnati” di sinistra che hanno fatto il ’68 o che guidano i partiti di sinistra o che sono stati persino a guida dei fronti brigatisti del terrorismo anni ’70, alla Toni Negri o alla Adriano Sofri,  per intenderci. Cos’hanno in comunque costoro?

Se li mettessimo tutti dentro un sacco (che non sarebbe male) e li analizzassimo col microscopio troveremo che sono tutti a chiacchiere anticapitalisti, ma che invece nei libri che scrivono e nei comportamenti esprimono gli stessi riferimenti nichilisti ed edonistici del turbocapitalismo.

Non sono dichiaratamente individualisti e consumistici, ma ne sono l’alter ego. Sono disobbedienti… che è infatti l’altra faccia del capitalismo.

Chi li ha frequentati, chi li ha visti in azione come dirigenti (che strano, sono diventati quasi tutti dirigenti…), chi ne ha letto i pensieri, sa benissimo che costoro non negano tanto il sistema economico, quanto il sistema delle regole. Non promuovono la piena occupazione o l’emancipazione, quanto l’accesso a sempre nuovi e strutturati diritti. Diritti senza emanccipaione economica e senza un riferimento di senso.

In altri termini, molti avranno notato che dietro la maschera dell’impegno politico e dei diritti civili c’era e c’è solo la voglia di non fare un cazzo.

A destra, questa variante risulta non meno becera ed è sintetizzata molto bene nell’assolutismo del fare imprenditoriale come unica cosa che conti.

Se uno guarda con occhi disincanti, però si accorgerà che il disobbediente e l’imprenditore sono la stessa figura concettuale, come le classiche due facce della stessa medaglia. Uno antepone alla comunità sè stesso nella disobbedienza; l’altro antepone alla comunità sé stesso nella forma del dominio

Le istituzioni, quando sono etiche come la famiglia, sono invece superiori all’individuo. Ciò che dicono il papà e la mamma, i nonni ed i fratelli maggiori  sarà sempre – o dovrebbe essere sempre – di maggior peso di quanto dicono i figli, che così imparano, entrano in contrasto, si emancipano e valutano quel nucleo primigenio come bussola e riferimento affettivo.

Impensabile per l’individualista disobbediente e per l’imprenditore-capo-padrone e chi non capisce questa semplice dinamica o è un cretino o è in malafede. O entrambe le cose.

La filosofia contemporanea ha cercato di uccidere la genesi del modello di senso che appartiene ai filosofi greci, Platone ed Aristotele, ma anche ad Hegel, Croce e Gentile fino ai francofortesi. E’ un pensiero nichilista quello che prevale oggi nelle università, neo-realista e quindi pessimista. Parte da Nietzsche e arriva a Umberto Eco.

Ma non vincerà. Non lo permetteremo.

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