Più Centri Commerciali significa più Crisi, no meno

Il moralismo anticonsumistico non c’entra nulla: i centri commerciali in aumento sono sintomo di desertificazione commerciale e non di crescita. Sui centri commerciali che spuntano come funghi un po’ ovunque soprattutto nel nord Italia c’è una vulgata incompetente che festeggia ad ogni inaugurazione, ma che non tiene conto né delle infrastrutture preesistenti, né della fine che stanno facendo i grandi magazzini nel paese dove li hanno inventati: gli Stati Uniti.

“Ad Arese ha aperto un nuovo shopping center da 200 negozi – commentano caustici gli analisti de l’InKiesta – che sta facendo impazzire il traffico e creando entusiasmi collettivi. Ma quanti dei 2.500 posti di lavoro rimarranno, quando i negozi dei centri storici chiuderanno? E cosa ne faremo dei piccoli centri commerciali che chiuderanno?”

Ci sono diversi elementi che consentono di affermare che l’esplosione di nuovi centri commerciali implica un’implosione futura, anche degli stessi, non solo delle piccole botteghe del centro. Vediamoli.

PRIMO. I centri commerciali vendono (soprattutto) manifattura creata fuori dal luogo che ospita il centro commerciale stesso. Se un’area territoriale vede la chiusura delle attività produttive, come a nordest, e parallelamente l’aumento del numero dei punti vendita stile grandi magazzini, ciò significa che quell’area si sta impoverendo e non arricchendo. “Ad Arese dove c’era l’Alfa Romeo hanno aperto un iper centro commerciale. Da produttori a consumatori finché durano i soldi. Poi addio”. Con queste parole, l’economista Claudio Borghi ha sintetizzato ottimamente il punto della questione. Non migliora la vita di una comunità se i soldi spesi vengono spesi per prodotti seriali atipici, come quelli da bazar e magazzino.

SECONDO. I centri commerciali promuovono la chiusura dei centri commerciali vicini e “di servizio”, cioè quelli più piccoli. Ciò avviene NON perché il centro commerciale più grande goda di un’offerta migliore o più a buon mercato o di maggior qualità. Anzi… La vittoria concorrenziale dell’ipercentro consiste nelle maggiori capacità di intrattenimento. In altre parole, la gente va nei centri commerciali più grandi perché attratta dalla presenza di altra gente e di spettacolini più o meno tristi. Questa capacità di intrattenimento porta però al ridimensionamento dei centri commerciali più piccoli (e più utili) con tutto quanto ne consegue in merito all’occupazione. E’ il pericolo dell’area urbana di Milano ora che hanno aperto ad Arese. Speriamo di essere falsi profeti e sotto pubblichiamo un elenco delle aree commerciali più a rischio.

centri commerciali

TERZO. Il paese pioniere ed esempio storico di questa crescita dei centri commerciali è l’America dove negli scorsi lustri gli iper sono cresciuti come funghi. Oggi su Cnbc news ecco arrivare come una doccia gelata l’analisi impietosa: 1/3 dei centri commerciali nati negli ultimi anni in Usa è destinato a chiudere

Il CEO di Macy’s ha riferito che la gigantesca catena americana di centri commercaili sta subendo il suo peggior declino dopo la crisi finanziaria. Macy e gli altri rivenditori subiscono la migrazione dei Millennials (i giovani) da questo tipo di negozio. Perché mai?

Questi risultati sono anche dovuti ad un eccesso di offerta negli Usa di spazi commerciali in un momento in cui il commercio si sta muovendo in modo piatto e, ovvove ovvove,  su internet. parola del guru di Macys, fino a ieri tempio indiscusso degli acquisti nella Grande Mela.

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