Per Capire l’Economia pensate al gioco del Monopoli

Bill Gross ha la nostra stessa visione macroeconomica: mancano i soldi nel circuito economico! Siccome molti analisti che vivono di consulenze, ma non di investimenti, dicono che invece “si stampa troppo”, pubblichiamo il resoconto di luglio che Gross ha appena preparato per gli investitori di Janus. Ricordiamo che Gross oltre a capirne di macroeconomia è anche il 32esimo uomo più ricco al mondo secondo la rivista Forbes.

IL GIOCO (di Bill Gross)

⌈Se solo i presidenti e i governatori della Fed se ne intendessero un po’ di più di Monopoli e un po’ meno di modelli storici datati come la regola di Taylor e la curva di Phillips, la nostra economia e le sue prospettive future potrebbero beneficiare di un lieve miglioramento. Ciò non vuol dire che il Monopoli possa far luce su tutti i problemi della nostra attuale stagnazione economica. La Brexit ed un crescente movimento populista, indicano chiaramente che la possibilità di una de-globalizzazione ha un certo peso (minori scambi commerciali, flussi migratori e crescita). Un contributo significativo è ascrivibile anche a una serie di elementi strutturali che ho individuato tempo fa nella mia tesi della Nuova Normalità, proposta nel 2009: l’invecchiamento demografico, l’eccesso di debito e il progresso tecnologico, con la minaccia all’occupazione derivante dalla robotizzazione, sono senz’altro responsabili del picco del 2% raggiunto dalla crescita del PIL reale statunitense, a fronte del 4-5% registrato appena un decennio fa. Ma tutti questi elementi altro non sono che caratteristiche di un panorama economico più ampio, egregiamente esemplificato dal Monopoli. In questo gioco i capitalisti si muovono lungo il tabellone, acquistando proprietà, pagando pigioni e, soprattutto, passando per il “Via” e ritirando ogni volta 200 dollari. E sono proprio i 200 dollari in contanti (che nel quadro economico generale rappresentano nuovo “credito”) i responsabili del continuo stato di salute della nostra economia basata sulla finanza. Senza nuovo credito, la crescita economica arretra e il “fallimento” dei singoli giocatori diventa più probabile.

Ma cominciamo dall’inizio, quando la banca distribuisce il denaro e ogni giocatore comincia a lanciare i dadi. La banca – che, si badi bene, non è l’istituto centrale ma il sistema bancario privato – assegna 1.500 dollari a ogni giocatore. L’obiettivo del gioco è acquistare terreni e altre proprietà a un prezzo conveniente e valorizzarli con la costruzione di case e alberghi. Ogni giocatore deve avere una riserva di denaro nel caso finisca sulle proprietà di altri giocatori e debba pagare una pigione. A un certo punto il processo di sviluppo economico, rappresentato dall’attività edilizia, rallenta. Non si può continuare a comprare immobili se si prevede di dover pagare una pigione ad altri giocatori. Serve denaro contante e “credito”, dato che i 1500 dollari iniziali sono stati spesi per la maggior parte per l’acquisto di terreni.

In una certa misura, la crescita per tutti i giocatori in generale prosegue, ma a un ritmo più blando: l’economia rallenta a causa della posizione indebitata di ogni giocatore, ciò nonostante continua ad espandersi grazie ai 200 dollari che ognuno riceve passando dal “Via”.

Ma qui sta l’inghippo

Nel Monopoli la creazione di credito non cambia mai, è sempre pari a 200 dollari. Se le regole del gioco consentissero di incrementare questa somma a 400 o persino 1.000 dollari, i giocatori continuerebbero a costruire e l’economia continuerebbe a crescere senza il rischio di una stretta monetaria o creditizia. Ma così non è. Le regole che fissano a 200 dollari la somma ottenuta passando dal “Via” assicurano a un certo punto il dissesto del giocatore che non ha fatto gli acquisti “giusti” o messo da parte sufficiente denaro. Ecco che cominciano i fallimenti. Il gioco del Monopoli, che al principio era divertente perché i 1.500 dollari iniziali e i 200 dollari a ogni giro consentivano l’accumulazione di proprietà e la crescita economica, diventa improvvisamente astioso e competitivo: una gara senza esclusione di colpi nella quale la sopravvivenza di molti giocatori è a rischio.

Bene. Che attinenza ha tutto questo con l’odierna economia basata sulla finanza? La Fed non ha forse stampato 4 trilioni di dollari di nuova moneta, al pari della BOJ e della BCE? Le banche centrali non hanno di fatto incrementato i 200 dollari ottenuti “passando dal Via” in misura più che sufficiente a consentire la prosecuzione del gioco?

Non proprio…

Nell’economia moderna le banche centrali sono la “cassa comune”, più che il sistema bancario. Hanno a disposizione un’enorme mole di denaro, ma solo se il sistema privato – le banche vere e proprie – decide di impiegarlo per erogare “credito”. Se le banche non concedono prestiti, perché lo considerano rischioso o perché individui e imprese non sono disposti a indebitarsi, la crescita del credito non accelera

…Il sistema continua a generare 200 dollari a giocatore per ogni giro di tabellone, ma ciò non è sufficiente a sostenere un ritmo costante di crescita del PIL e ad impedire che alcune famiglie/imprese vadano in fallimento.

Questo è ciò che accade oggi e che continua ad accadere da alcuni anni. Come mostra il Grafico I, la crescita del credito, che dall’inizio di questo secolo si attesta in media al 9% all’anno, nella maggior parte degli ultimi trimestri ha raggiunto a malapena il 4% su base annua. Ma perché questo non basta? Lo dimostrano i fatti, ovvero i dati sulla crescita annualizzata del PIL sia qui che in altri paesi. La stabilità e la longevità di un sistema economico altamente indebitato dipendono dalla creazione di credito, e oggi si registra una crescita subottimale. Certo, parte della spiegazione va ricercata negli elementi strutturali menzionati in precedenza. Ma il credito è l’olio che lubrifica gli ingranaggi, il mestolo che rigira la minestra, e se il sistema privato (non la banca centrale) non riesce a generare un’espansione sufficiente del credito, la crescita reale ristagna e finisce persino per arretrare

il GRAFICO CITATO E’ QUI

Molti lettori conosceranno forse la formula assiomatica “MV = PT”, la quale in parole povere indica che l’offerta di moneta M, moltiplicata per la velocità della moneta V, è uguale a PT, ovvero al prodotto interno lordo (mi permetto di semplificare per ragioni di brevità). Detto altrimenti, la crescita dell’offerta di moneta o del “credito” non è l’unica determinante del PIL: anche la velocità della moneta o del credito ha la sua importanza. Come in un negozio di generi alimentari la movimentazione delle scorte è essenziale per i profitti, così la movimentazione del credito è cruciale per il PIL e la crescita economica. Senza addentrarci troppo nei dettagli per amor di sintesi, la velocità del credito viene alimentata da tassi d’interesse sempre più bassi. Nei cinque-sei anni seguiti al dissesto di Lehman, a fronte della crescita inadeguata del credito generata dal settore privato, la progressiva riduzione dei tassi di interesse ha accresciuto la velocità della moneta e dunque il PIL, sia pur debolmente. Ma adesso che i rendimenti sono prossimi a zero e persino negativi su 10 trilioni di dollari di titoli di Stato globali, il contributo della velocità all’espansione del PIL sta per esaurirsi e potrebbe persino generare una crescita negativa, come sostengo da diversi anni. Il nostro sistema finanziario basato sul credito va perdendo colpi e tale realtà trova riflesso negli asset di rischio, anche se la maggior parte dei giocatori (incluse le banche centrali) non ha una chiara idea di come si svolga il gioco. Se domandassimo ad esempio a Janet Yellen da cosa è determinata la velocità del credito o persino a quanto ammonta il credito nel sistema, otterremmo una risposta esitante e probabilmente insoddisfacente. Le autorità monetarie non vedono nel Monopoli il modello di funzionamento del moderno sistema finanziario. Credono in Taylor e Phillips e si preoccupano dell’inflazione futura con l’approssimarsi dell’economia alla “piena occupazione”. Venerano falsi idoli.

In tutta onestà, bisogna ammettere che il ruolo della politica fiscale è stato finora inesistente. Non siamo tutti morti, ma Keynes sicuramente lo è. Finché le autorità di governo non ricominceranno a spendere, sostituendosi agli “spiriti animali” che latitano nel settore privato, la debole crescita del credito lungo il tabellone del Monopoli rallenterà ulteriormente, con effetti deflazionistici in futuro. Ma per gli investitori sarebbe irrealistico sperare in una spesa in disavanzo in tempi brevi. A mio avviso, ciò si traduce n⌋el migliore dei casi in un tetto alle quotazioni degli asset rischiosi (azioni, obbligazioni high yield, private equity, investimenti immobiliari) e, nel peggiore, in performance negative a fine anno che costringeranno gli investitori ad abbandonare le speranze di rendimenti futuri paragonabili a quelli del passato. Per il momento meglio preoccuparsi della restituzione del capitale, più che del suo rendimento. La nostra economia basata sul Monopol si regge sulla creazione di credito, e se questa rimane debole il numero dei giocatori perdenti in futuro è destinato ad aumentare.⌋

 

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