Il Punk di Destra e l’Imprenditore di Sinistra

Se rimanessimo in un gruppo come ultimi sopravvissuti del Pianeta non ci scontreremo solo per le risorse o per la riproduzione, ma anche e direi soprattutto per il diverso modello di società che ognuno di noi ha e che spesso non coincide col modello di società degli altri. Ecco perché è sempre un esercizio sano quello di pensare al nostro modello di società e capire quanto potrebbe essere compatibile con quello degli altri. Anche se – come si spera – nessun disastro termonucleare ci costringerà a diventare cenere o sopravvissuti. In particolare, da qualche anno a questa parte, mi trovo a discutere in modo aspro con alcune persone che si definiscono “di sinistra” o di “centrosinistra” e che rimangono spiazzate da certe mie uscite che non rientrano nei canoni partitici della sinistra. Questo avviene, di solito, quando parlo di Europa, migranti e omosessualità, ma anche di ideologia filosofica in senso più stretto.

E’ difficile dare una risposta completa e chiara a costoro, anche perchè l’atteggiamento ultras che manifestano nei confronti del loro schieramento d’appartenenza gli impedisce di leggere bene ciò che scrivo e di confondersi col mio impegno politico pregresso.

Punto A. Essere di sinistra ha molti significati. Di norma, significa promuovere l’emancipazione economica di ogni individuo al fine di poter vivere dignitosamente, quindi significa essere solidali. La solidarietà è un sentimento empatico che si prova quando si conosce personalmente la persona o le persone in difficoltà (più tali soggetti sfortunati sono sconosciuti o lontani, più la solidarietà è fasulla). Inoltre, e sempre di norma, essere di sinistra significa pensare che per poter realizzare dignità ed emancipazione occorre costituirsi in comunità e partecipare al percorso decisionale. Ciò è realizzabile nelle comunità piccole (le poleis). Nelle comunità più grandi (gli Stati di grandi dimensioni), invece, è l’apparato normativo e primariamente etico a fare la differenza, e anch’esso è frutto di un percorso storico che passa poi anche per la rappresentanza. In altre parole, oltre all’emancipazione, la sinistra promuove anche l’idea di Stato hegelianamente inteso.

Punto B. Per il sottoscritto questa descritta sopra è, ancora, la base da cui partire, ma non è affatto sufficiente, perché lascia troppo in ombra (quand’anche addirittura in subordine) altri decisivi elementi, come la spiritualità, l’ordine ed il senso della vita che ritengo imprescindibili per la felicità dell’uomo. Queste ultime esigenze testè elencate, sovente, sono ascrivibili alla destra, perlomeno nel senso storicistico dell’espressione.

Chi critica le mie “critiche”, da quanto capisco sulla scorta di ciò che scrivono e sulla base delle loro pur parziali biografie, non accetta né il punto A, né il punto B. Il punto B richiederebbe una collana di libri, e lo trascuro sul blog per non farla troppo lunga.

Per quanto concerne il punto A, invece, coloro che lasciano intendere che io “non sarei più di sinistra”, in verità essi stessi non intendono affatto corretto promuovere l’emancipazione economica di OGNI individuo, ma solo di alcuni e sulla scorta di un merito che fanno decisamente fatica a circoscrivere e definire. Da questo punto di vista, dunque, si pongono sulla scia liberale e in alcuni casi liberista (capitalismo selvaggio) – che peraltro non sono affatto la stessa cosa. A che titolo costoro pensano di essere di sinistra e dicono agli altri di non esserlo? Dove hanno letto che essere di sinistra significa promuovere l’emancipazione economica solo di alcuni?

Possiamo discutere sul fatto che questo vada bene o meno, ma senza dubbio un sistema meritocratico che nemmeno specifica cosa sia il merito non appartiene al corpus di testi e di comportamenti che hanno consentito nel corso dei decenni scorsi di individuare “la sinistra”. Costoro sono favorevoli al job act, ad esempio, o ai licenziamenti di massa nel pubblico impiego, o alle privatizzazione dei beni pubblici per ridurre il peso dello Stato. Quindi, per forza di cose, costoro non possono  a nessun titolo definirsi di sinistra, perlomeno non secondo l’accezione che si è stratificata da Rousseau a Marx a Keynes, per i quali l’organizzazione sociale è fuori discussione. Per me l’emancipazione economica deve essere un risultato da raggiungere per ogni uomo, poi e solo poi emergeranno tutte le altre importantissime questioni, ma non potrà mai essere buono o felice o innocuo o intelligente un uomo che non è messo nelle condizioni di vivere con dignità. Chi non vive con dignità è abbruttito dalla fatica, dalla “durezza del vivere”, dalla depressione e non potrà fare progetti o amare serenamente o impegnarsi approfondendo la propria cultura. Costui non sarà libero e sarà più simile ad un animale che ad un uomo. Ovviamente, “vivere con dignità” significa una cosa in Congo e un’altra in Svezia, ma credo che ci siamo capiti. L’emancipazione è un valore che si raggiunge con un altro valore: il LAVORO. Il lavoro, per un uomo autenticamente di sinistra, è un diritto, ma un diritto che porta all’emancipazione.  

Per quanto riguarda l’altro fondamentale aspetto dell’essere di sinistra, sempre ascrivibile al mio fantomatico punto A, è evidente che molti attivisti o simpatizzanti di sinistra di oggi non pensano affatto alla partecipazione politica. Per loro, la politica è semplice delega ad un decisore terzo. Il loro attivismo è solo rivolto all’individuazione dei decisori che a loro interessano di più, ma non intendono affatto partecipare alla vita politica con decisioni proprie e assunzioni di responsabilità. Ecco allora che viene fuori il vero animo di costoro, che è di tipo anarcoide e post68ttino. In altre parole, questi confondono l’essere di sinistra con il fare il cazzo che gli pare come individui, eliminando dunque il concetto di comunità. Il ribellismo radical chic di costoro è quello tipico di chi promuove i diritti civili a tutto discapito di quelli sociali.

Alcuni esempi: di solito promuovono battaglie gossippare estive, come il diritto a vestirsi come gli pare, di moda ora con la polemica sul burqa, un argomento che ha totalmente sostituito il pil a ZERO di Renzi, se ci fate caso; il diritto a far famiglia anche sposando il proprio scooter (a proposito: Honda SH150i, ti amo!), il diritto di trombare col proprio Dobermann in spiaggia a Lignano, ecc. ecc.

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Semplificando, diciamo che i sinistrorsi italiani di cultura radical chic esprimono le loro preferenze anticomunitarie con la cultura della disobbedienza. Lo sapevate che i cialtroni punkubbestia degli anni 80 e 90 erano per la maggior parte figli di persone ricche? Sapevatelo! Quei ragazzotti con piercing, tatuaggi capelli rasta o punk, con i cani pulciosi che ti avvicinavano ubriachi “stonfi” nei grandi centri urbani, di norma, erano figli di liberi professionisti di sinistra. Non ci credete? Ci sono studi e studi che lo confermano, nonchè la mia personale e diretta conoscenza. Ne ho conosciuto uno che vendeva perline a Bologna e ora lavora in banca, raccomandato dal papà funzionario.

E’ questa la cultura della disobbedienza e dell’assenza di regole che fa il paio con l’imprenditore totemizzato dai liberisti duri e puri. Stupitevi quanto cavolo volete, ma quando parliamo di self made man e di 68ino anarchico stiamo parlando dello stesso fenomeno, solo visto da due facce diverse della identica medaglia: la medaglia del “io so’ io e gli altri non sono un cazzo”.

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Conclusione. La mia posizione politica, al momento, è eclettica, cioè al di fuori delle vecchie categorie di sinistra e di destra. “Né a destra né a sinistra, ma in alto”, come direbbe qualcuno. Una cosa è però certa: chi giudica tagliando con l’accetta le posizioni politiche come la mia appena descritta per sommi capi (o si ritiene di sinistra solo perché vota PD o SEL), sicuramente non è di sinistra.

PS spiace non aver approfondito il punto B, che è più complesso e interessante, ma ci saranno altre occasioni.

 

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