Fenomenologia della Brexit

si, sono io

E’ stupefacente osservare girovagando per la blogosfera e la socialsfera che pochi hanno davvero compreso la portata della Brexit. La Brexit, al netto delle difficoltà economiche e dell’ostracismo che potrà avere l’Inghilterra, rappresenta il contrario del 1989. Nel 1989, infatti, accadde una rivoluzione politica secolare tant’è che, con la caduta del Muro di Berlino, qualche storico avveduto fece addirittura finire il secolo (secolo breve, venne chiamato appunto). Dopo il 1989 il filosofo Fukuyama parlò non a caso di “fine della storia”, intendendo con questa espressione affermare che dopo la caduta ideologica dei pensieri economici alternativi al liberismo rimaneva solo il capitalismo globalizzato a gestire l’universo mondo e che la storia, intesa come alternarsi dialettico e progressivo, era finita per sempre.

Il comunismo era stato un’alternativa, un argine al dilagare di un certo tipo di imperialismo (seppur facendo, come sappiamo, diversi danni in altre direzioni). Fatto sta che dopo il 1989 il pensiero unico si è affermato in economia secondo le nefaste previsioni di Fukuyama e che questa imposizione ha eroso i diritti sociali in tutto il mondo occidentale al fine di sorreggere il sistema della concorrenza globalizzata internazionale (senza riuscirci, peraltro).

Con la Brexit, invece, la globalizzazione può finire e con essa la sua missione storica distruttrice. In Inghilterra c’è stata la vittoria delle comunità contro l’internazionalismo finanziario e questa vittoria ha aperto il tappo: dopo sono arrivate le sconfitte elettorali vere di tutti i globalisti nel mondo: Renzi è stato azzoppato e ad ottobre rischia il posto fisso, Hollande viene quotidianamente deriso da tutti i francesi ed è orami sotto in tutti i sondaggi, la Merkel ha appena perso Berlino, Putin – che invece è antiglobalizzazione – vince oltre ogni più rosea previsione con un 55% dei consensi alla Duma. Ora tutti aspettiamo il segnale dei segnali: la sconfitta della regina della globalizzazione Hillary “Esaurita” Clinton.

E’ deprimente, ma per molti punti di vista anche divertente, vedere che molti non hanno capito il senso profondo del voto inglese. Propongo la mia opinione, che peraltro condivido :), tenuto conto che finora mi ero limitato a giudicare la Brexit in termini macroeconomici e non filosofici.

Perché pochi capiscono la Brexit sotto il profilo storico-ideale? Perché tutti pensano che Londra, dove hanno votato per rimanere nell’Unione Europea, sia una città inglese e che nel resto del paese, al contrario, vivano degli zoticoni senza la radio in casa che manco sanno leggere i giornali.

ERRORE MADORNALE

Londra non è più una città inglese da tanti, tantissimi anni. Potrebbe essere ovunque. Potrebbe essere nel Borneo o sul Bosforo, o in Alaska. Tranquillamente. Londra è una cittadella finanziaria di servizi, di scuole di formazione e di turismo. Non si produce nulla a Londra, è zeppa di studenti universitari che vanno lì a non fare una sega con l’unico scopo di riempire il curriculum scrivendo che hanno studiato e lavorato a Londra, oppure, caso ancor peggiore, con l’idea di lavorarci veramente, stancando le pratiche di qualche assicurazione o gestendo qualche pacchetto di clienti per la City finanziaria. Per fare un esempio, Londra è come Dubai… una città fatta dai ricchi affinchè qualche yuppy col cazzo moscio, lo zuccotto in testa, la barba con la psoriasi ed il pube rasato gli gestisca i soldi facendoli fruttare il più possibile. Nel resto dell’Inghilterra, invece, ci sono i piccoli imprenditori, gli impiegati e gli operai che guarda caso hanno votato Brexit perché hanno capito che la globalizzazione li ha solo impoveriti. Il mondo comunitario inglese, di lontanissima e nobile tradizione, ha capito che la maggior parte degli inglesi con la Ue a targa globalizzata (TTIP e altre amenità) ci stava solo perdendo. Non ha alcuna importanza che poi questa cosa vada male per loro e che il governo tory al potere ora sposi il turboliberismo e che vi sia una deriva di trattati con gli Stati Uniti. Dopo il referendum greco, quello inglese segna davvero una svolta ideologica e si può fare. Nel mondo occidentale i cittadini vogliono wefare state, istruzione pubblica, piccola e media impresa, valorizzazione delle produzioni agricole locali, mentre NON vogliono multinazionali, né consumare solo indebitandosi, né privatizzazioni selvagge, né frontiere confuse. Chi non ha capito sta cosa, non solo è profondamente antidemocratico, ma, cosa davvero più grave, è incredibilmente stupido.

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