L’EUROPA NON E’ NEANCHE UN’ESPRESSIONE GEOGRAFICA

Un lettore mi ha sottoposto un quesito sulla questione dell’Europa politica, sul progetto europeo e sulla fratellanza dei popoli nel vecchio continente. “Ok, sulla moneta unica i danni sono evidenti, ma questo non toglie nulla alla validità dell’idea di una Europa Unita” – questa, in sintesi, la critica alle posizioni antiUe delle quali sono uno dei portavoce. Siccome il tema è dirimente, e non basta postare qualche grafico o qualche tabella sul fallimento macroeconomico del progetto UE, proviamo a rispondere diversamente, tenuto conto che la soluzione sull’Europa è in fieri, nel senso che per la sua complessità non si può fornire una risposta chiusa e statica.

LA SINDROME DI ACTARUS. Quando ero bambino non perdevo nessuna puntata di Goldrake, il robot pilotato da Actarus che aveva il compito di salvare il pianeta dai mostri alieni Vega. Lo schema era più o meno questo: arrivava un ufo armato di ordigni imbattibili, l’aviazione del pianeta si alzava in volo e provava a bombardare di missili il nemico, ma non riusciva a combinare molto a causa del forte gap tecnologico. Ecco allora che arrivava Goldrake e dopo una lotta dagli esiti apparentemente incerti, riusciva a disintegrare l’invasore marziano.

Ricordo in modo chiaro che questo celebre cartone animato giapponese suscitava in me diverse domande. In particolare, mi chiedevo come mai non vi fosse anche nel mondo reale un pianeta unito come in Goldrake. In altre parole, non capivo perché ci fosse questa distinzione tra italiani, inglesi, americani, russi, indiani ecc.

“Ma come – dicevo tra me e me– perché non si può fare come in Goldrake? Perché non c’è un esercito unico chiamato a sconfiggere i mostri?”. Il fatto che – in concreto – nessun nemico esterno al pianeta Terra ci stesse attaccando, che non ci fosse, insomma, una minaccia militare extraumana non l’avevo per nulla contemplata, come spiegazione. Ma avevo 9 anni…

IDENTITA’. Il problema più difficile da superare quando si parla di unificazione Europea riguarda l’identità. Di solito, capita di sentire che molte persone si definiscono europee, nel senso che, viaggiando per lavoro o per diletto da Roma a Madrid, da Parigi a Bruxelles, da Monaco a Milano, riconoscono nelle città europee uno stile di vita simile, usi e costumi per molti punti di vista complementari. In altri casi, in particolare in Italia, capita che la vita e l’organizzazione delle città conosciute viaggiando per l’Europa siano oggetto di invidia e che, quindi, l’Europa venga vista come un obiettivo auspicabile. Un miglioramento. Spesso, tra gli europeisti più convinti, troviamo gli antitaliani, cioè uomini e donne così profondamente arrabbiati e delusi dalla cialtroneria italiana che vedono in paesi come la Germania un’ancora di salvezza: onestà, rigore ed educazione in grado di salvarci.

Ad essere particolarmente affascinata dal progetto Europa è stata (ed è ancora) la generazione Erasmus, cioè quella generazione – ancora piuttosto giovane – che ha studiato diversi mesi in altre città europee e che poi è tornata in Italia. Per costoro, l’Europa è qualcosa di magnifico e nessun ostacolo vi dovrebbe essere all’unificazione nostra con gli altri fratelli e amici spagnoli, francesi, tedeschi ecc. ecc.

Ebbene tutte queste posizioni, meritevoli di rispetto, hanno in comune un unico terrificante errore, dal mio punto di vista, che è quello di confondere una parte con il tutto. La “parte” è data dagli alti stipendi danesi, dalla pulizia delle strade tedesche, dai curati vigneti francesi, dalla contagiosa allegria della movida di Madrid e di Barcellona. Il “tutto”, invece, è dato dalle lingue diverse. E’ già, cari eurofili, perché se non ve ne eravate ancora accorti, in Europa si parlano decine (de-ci-ne) di lingue diverse, nemmeno troppo unite da un’unica matrice, se è vero che ci sono lontanissimi collegamenti al greco per alcune lingue, al latino per altre, all’ungrofinnico e all’arabo per altre ancora. Una babele, senza se e senza ma. Per qualche motivo che mi sfugge, il fatto che io pensi in italiano (e talvolta in dialetto) e un tedesco pensi invece in tedesco viene minimizzato quando si parla di Europa Unita, mentre il modo lessicale attraverso il quale si ragiona, si sogna e si comunica con gli altri nostri simili è tutto, ripeto TUTTO, in campo sociale e affinché vi siano regole ed una organizzazione efficace.

Non occorre scomodare Fichte per capire che la lingua è ciò che fa una nazione e se vogliamo che l’Europa sia una nazione essa dovrebbe avere una lingua madre comune. Ebbene, udite udite, l’Europa non ce l’ha! Personalmente ho interrogato studenti di origine italiana in quel di Bruxelles e di Francoforte. La burocrazia ed i programmi delle scuole europee sono in inglese – l’Inghilterra non farà nemmeno più parte dell’Unione causa brexit – in lingua francese e in tedesco. Non c’è lo spagnolo, ad esempio, che è la seconda lingua più parlata al mondo. Non c’è il greco, padre di quasi tutte le lingue occidentali, non c’è, manco a dirlo, l’italiano, prima lingua postlatina che oltre ad aver, lei si, unificato per prima l’Europa con l’impero romano, ancor oggi si trova “solo” ad ospitare la religione più diffusa in Europa, il cattolicesimo, seppur nell’angusta forma dell’enclave vaticano. Insomma, un pessimo segnale per le decine di lingue presenti in Europa: sulle carte troviamo inglese, francese e tedesco e tutti gli altri (la maggioranza) sono destinati a non capire la burocrazia europea.

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Ma provo a spiegare la questione con un esempio personale, dato che la sua complessità consentirebbe analisi infinite.

Nel 2010 mi sono recato a Parigi con una classe quinta allo scopo di effettuare la canonica visita culturale di fine liceo (la gita). Il mio francese non è un granchè, ma mi ha sempre consentito di spiegarmi per le normali questioni turistiche. In quell’occasione, con me c’era anche una collega che conosce l’inglese in modo non maccheronico. Giunti casualmente nei pressi di un museo pubblico, abbiamo pensato di entrare perché, pur non essendo in programma, eravamo in largo anticipo sugli altri appuntamenti. Conoscendo la legislazione francese sull’accesso ai musei e avendo avuto il sottoscritto una felice esperienza pregressa ho mandato avanti gli studenti da soli. Una delle ultime leggi di Sarkozy, infatti, prevedeva l’ingresso gratuito agli studenti di tutta Europa dai 18 anni ai 25 anni, tranne nel caso fossero in gruppo. Difficile definire cosa sia un “gruppo”. Si trattava nel nostro caso di tutti maggiorenni, senza guida museale, quindi non essendo una visita programmata li ho fatti entrare “da soli”. L’italian job aveva funzionato in altre occasioni, ma in questo caso l’addetta alla biglietteria ha capito che questi studenti che passavano si conoscevano e quindi che, secondo lei, appartenevano “ad un gruppo”. Ha dunque chiamato l’uomo della sicurezza ed ha bloccato la fila. Ci ha dato un ultimatum: o pagavamo come un gruppo con guide (io e la collega…) oppure gratis non si poteva entrare e quindi eravamo invitati ad andarcene. Neanche il tempo di chiedere agli studenti se volevano pagare l’ingresso che la guardia ci ha cacciato via in modo piuttosto sgradevole. Tutto questo non nasceva però da una volontà italiota di fare i furbi, bensì

1)dal fatto che in altri musei non avevano avuto da ecccepire, vista la logicità del nostro incedere (non eravamo un gruppo, in quanto il museo veniva visitato da singoli con completa libertà di scelta su dove soffermarsi, e se entrare o non entrare ecc ecc).

2)lo spirito della normativa di Sarkozy, che avevo seguito anzitempo, era quello di consentire ai maggiorenni di visitare i musei gratis, in quanto i minorenni già lo facevano con le scuole. Questo perchè? Perché in Francia il liceo dura 4 anni e gli studenti quindi arrivano all’ultimo anno a 17/18 anni, non a 18/19 come da noi. Detta in modo più chiaro: Sarkozy aveva studiato una legge per gli studenti francesi dell’università qualora avessero voluto vedersi un museo. Ha allargato la cosa a tutti i cittadini europei senza tener conto che in molti paesi, come l’Italia, i maggiorenni possono benissimo essere ancora frequentanti una scuola superiore, e non l’università. Di fatto, fummo cacciati anche se in regola, in un modo che non esiterei a definire umiliante.

Bene, sono convinto che molti di voi non avranno capito la mia spiegazione… eppure l’ho scritta nella nostra lingua madre, l’italiano. Come avrei potuto spiegare queste cose ad una bigliettaia transalpina coi baffi e ad un nero naturalizzato francese con la pistola nella fondiana? Perché poi, alla fine di tante chiacchiere, questa è l’Europa: un gruppo di paesi separati da barriere naturali che non si conoscono e che non parlano la stessa lingua. Ma vi pare davvero poco? La realtà storica, finora, è che l’Europa è stata unita quando una lingua, una cultura, una religione hanno sottomesso TUTTE le altre. E’ il caso dell’impero romano, è il caso di Carlo Magno, è il caso di Napoleone. Una cultura sta sopra le altre e stop. I casi di bilinguismo o trilinguismo effiaci come nazione sono possibili solo in realtà piccole, come la Svizzera, ma non in comunità vaste, separate da barriere naturali come le Alpi o grandi fiumi, come il Reno, o il mare del nord, come l’Inghilterra. Qualcuno probabilmente si spingerà a sostenere che se questo è il problema (ed è questo), basterebbe imparare le lingue. Ma se non avete capito la spiegazione sul museo francese neanche in italiano!!! Cosa dobbiamo imparare, per avere un vero confronto dialettico coi nostri cugini, 27 lingue come se fossero ognuna la nostra lingua madre?

Sulla falsariga della querelle sulla lingua si potrebbe continuare confrontando la questione dal punto di vista geografico, climatico, alimentare, ma credo sia sufficiente concludere questa parte dicendo che in Italia un caffè è un caffè e un cesso è un cesso. Nel senso che se andiamo in Austria per una visita, troveremo negli autogrill e nelle stazioni che tutti i cessi sembrano salotti ed i caffè che fanno schifo. Per far si che anche i nostri cessi sembrino un bel giorno dei salotti dobbiamo essere noi a pulirli e noi ad educare, ma non possiamo pretendere che 61 milioni di italiani imparino il tedesco e si sottomettano al Reich millenario per avere il cesso pulito in stazione ferroviaria. Peraltro, da buon italiano quale sono, preferisco sempre che il caffè sia un caffè, se non altro perché nel cesso ho sempre fatto cose inenarrabili.

cuciCENERENTOLITE. Qui ce la possiamo sbrigare più in fretta. Come già accennato prima, l’Europa è piccola piccola se vista da un satellite, ma al suo interno è piena di valli, anfratti, montagne, laghi e fiumi. Ecco il perché di questa ricchezza e varietà, impensabile nelle vaste aree asiatiche o americane, ad esempio, dove infatti vi è maggior omogeneità linguistica. Queste barriere naturali hanno fatto in modo che gli italiani non somigliassero particolarmente ai finlandesi, ad esempio, o perlomeno che non fossimo più diversi dai serbi o dagli albanesi che dai finlandesi. Noi italiani, in gran parte siamo simili e diversi dai francesi, non meno che dai serbi. Per quale motivo dovremo unirci in un unico popolo con gli estoni o con i lettoni e non con i serbi o gli albanesi? Peraltro, i serbi, o i russi ci hanno fatto meno torti, storicamente, degli austriaci o dei tedeschi o dei francesi. Perché non unirci con i russi? I russi sono nel continente europeo eh? La cosa potrà far star male tutti quelli della generazione Erasmus, ma il loro affetto e presunto cosmopolitismo e “volemose bene” è solo dovuto ad un effetto nostalgia, comprensibile per chi non ha più vent’anni e li rimpiange. Su questo tema c’è anche un bel film da vedere, l’appartamento spagnolo, che parla delle speranze e delle delusioni di quella generazione (la mia). Se quella generazione e la successiva avessero fatto l’erasmus in Congo, direbbero di unirci al Congo. Questa è la verità. Mi rendo conto che “la spagnola” evochi tante belle cose, ma non si può basare su questi immaginari indotti una nuova nazione allargata. La Spagna è anche quella gretta ed oscura di Don Rodrigo, per intenderci, non meno invasiva per noi italiani dell’Ungheria o della Moldavia o della Transistria. Perché non unirci con la Transnistria? Vabbè, forse qui sto esagerando, Tiraspol non vale Berlino (ma SanPietroburgo si…)

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MISS SERBIA

E’ dura da ammettere per tutti noi, ma gli italiani non sono molto amati da quei  popoli europei che noi magnifichiamo e con i quali vogliamo creare un’unica nazione. Per esperienza diretta so che i francesi ci considerano inferiori ed è recentissima la polemica dei residenti di Tenerife contro gli italiani che si sono trasferiti li. Polemica molto violenta (con tanto di scritte antitaliane sui muri) che conosco bene perché ho parlato direttamente con persone che si sono trasferite lì e che mi confermano che gli italiani sono assolutamente malvisti. Ma siamo o non siamo un unico popolo? Ci sarebbe da ridere, se non fosse demenziale. Per qualche ragione, legata probabilmente alla bellezza e alla storia italiana, noi siamo molto benvisti da popoli come i russi o da certi popoli balcanici. Per chi è interessato anche agli aspetti morbosi (io lo sono sempre), direi che una montenegrina o una serba, come dato aggregato, battono una belga 80 a zero. Ma scherzi a parte: perché dobbiamo unirci a comunità che non ci stimano, mentre rifiutiamo categoricamente di allearci a popoli che ci ammirano, compresi i russi, che sono “solo” la seconda potenza mondiale?

croce_stampIDEOLOGIA. Il capitalismo si basa sulla onnimercificazione sia a livello reale che simbolico. Questo indirizzo economico ha radici anglosassoni e continua a perpetrarsi oggi sempre in quell’humus che troviamo fertile in paesi come l’Inghilterra o il Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Paesi culla del calvinismo, del materialismo hobbesiano, del regime bancario e del pensiero liberista. Quell’humus con la nascita dell’Europa unita è stato scaricato a badilate anche da noi, che pure avevamo “altri” (e per me migliori) pensatori, da Giambattista Vico a Benedetto Croce ad Antonio Gramsci. Fare l’Europa Unita, per quel che ho visto, ha significato buttare via l’acqua sporca delle guerre con il bambino della nostra cultura e identità, tant’è che ci stiamo impoverendo, spopolando e in moltissimi casi persino suicidando. Accettare l’Europa ha voluto dire rinunciare alla radice greca e latina per accogliere quella anglosassone dello “stato minimo”, della destituzione integrale dell’egemonia del politico sull’economico. E tutta questa perdita, questa malinconia, al netto delle possibilità perdute dell’euro e della Banca Centrale Europea.

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