Fuga di Capitali. Italia come la Grecia?

Da tempo si parla di fuga di capitali dall’Italia, ma si trattava di voci di corridoio completamente fasulle, nel senso che i depositi anziché diminuire piuttosto aumentavano, così come confermato dal sito della BCE nella sua sezione statistica (Qui un articolo di Paolo Cardenà di Vincitori e Vinti molto chiaro sulla questione). Oggi, però, è uscito un approfondimento di Carmen Reinhart, analista sposata con il premio nobel Rogoff, secondo il quale l’Italia vede un’accelerazione della fuga di capitali a settembre a causa del futuro nero dell’economia italiana. Trattandosi di un articolo fondamentale, alleghiamo una nostra traduzione (casareccia). Qui in inglese

CAMBRIDGE – il referendum in Italia del 4 dicembre darà agli elettori la possibilità di approvare o rifiutare quello che alcuni hanno descritto come la più rilevante riforma costituzionale del paese dai temi dell’abolizione della monarchia, alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia, siccome in Italia tre partiti all’opposizione favorirebbero l’uscita dall’euro, ecco spiegato il motivo per cui il Primo Ministro Matteo Renzi ha promesso di dimettersi se gli elettori rifiuteranno la riforma.

Comprensibilmente, dopo la vittoria a sorpresa nel mese di giugno della campagna “Leave” del referendum Brexit nel Regno Unito, e di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti , nessuno ha molta fiducia nei sondaggi che precedono il voto italiano. Vi è, tuttavia, un inquietante sondaggio che si svolge in tempo reale sul sentimento degli investitori: la fuga di capitali dall’Italia, quest’anno ha registrato un’accelerazione.
Esiste un precedente recente. Nell’estate del 2015, il default di breve durata della Grecia sul suo prestito del Fondo monetario internazionale e l’introduzione di controlli sui capitali e le restrizioni di deposito-prelievo sono stati al centro del dramma della  zona euro. Le tensioni tra i governi greco e tedesco era grande, e la speculazione sulla possibilità  fatto che la Grecia rimanesse nell’eurozona ha avuto un’escalation.

Il palcoscenico si è ora spostato alla molto più grande economia italiana. Nel contesto attuale di incertezza, i differenziali di rendimento sui titoli italiani si sono allargati fino a circa 200 punti base rispetto ai bund tedeschi.

Le condizioni economiche e politiche nelle due economie dell’Europa meridionale indebitate differiscono in aspetti importanti, ma ci sono anche delle somiglianze. La crescita economica in entrambi i paesi è rimasta molto indietro rispetto ad altre economie avanzate per più di un decennio, ma notevolmente da quando la crisi finanziaria globale è scoppiata nel 2008-2009. Secondo le stime del FMI, il reddito reale pro capite in Italia è di circa il 12% al di sotto di quello che era nel 2007, con solo la Grecia a fare peggio di così.

Il problema di insolvenza della banche, endemica in Grecia, dove ci sono prestiti in sofferenza per più di un terzo degli attivi bancari, non è così generalizzato in Italia. Ancora, la risoluzione incerta della terza banca d’Italia, Monte dei Paschi, insieme con le risorse limitate del governo italiano per far fronte a banche deboli, ha alimentato il disagio tra i depositanti. I Banchieri avvertono anche che il piano di salvataggio del Monte dei Paschi potrebbe essere compromesso dal referendum di dicembre, che potrebbe innescare un altro giro di calo dei prezzi delle azioni.

Ma, nonostante tutto il parlare di una crisi bancaria che incombe, la crisi della bilancia dei pagamenti già in corso in Italia fin dalla prima metà del 2016 è il fattore principale che guida il sondaggio in tempo reale degli investitori.

Prima dell’adozione dell’euro, una posizione insostenibile della bilancia dei pagamenti in Italia (come in altri paesi con le proprie valute) di solito stimolava la banca centrale ad alzare i tassi di interesse, rendendo in tal modo le attività finanziarie nazionali più attraenti per gli investitori limitando una deriva di fuga di capitali. Con l’impostazione attuale della Banca centrale europea e con la politica monetaria per la zona euro nel suo complesso, questo non è più un’opzione praticabile per la Banca d’Italia.

Le Banche centrali dei Paesi che si occupano della marcia delle loro rispettive valute possono anche decidere un deprezzamento della loro valuta piuttosto che cercare di “difendere” una parità di cambio predeterminata. Anche questa, però, è un’opzione non più valida per l’Italia. Mentre l’euro può fluttuare liberamente nei confronti di altre valute, non vi è alcun Euro “italiano” a deprezzarsi rispetto a un euro “tedesco”. Se i capitali se ne vanno fuori d’Italia e vanno in Germania, non vi è alcuna possibilità di un deprezzamento della valuta italiana, come si sarebbe verificato prima della moneta comune.

I responsabili politici hanno talvolta introdotto controlli sui capitali per rallentare, se non arrestare, la fuga di capitali nel corso di una crisi di bilancia dei pagamenti. Grecia e Cipro all’interno della zona euro, e l’Islanda al di fuori di essa, facendo ricorso a questa opzione in risposta ad una situazione estrema. Ma la libera circolazione dei capitali finanziari all’interno della zona euro è un principio fondamentale del disegno della moneta comune, e l’Italia non è nella possibilità di abrogarla, almeno per ora.

Se l’aumenti dei tassi di interesse, l’ammortamento o la svalutazione della moneta, e i controlli sui deflussi finanziari non sono opzioni valide, cosa può fare la banca centrale di un paese (bankitalia) per fronteggiare la fuga di capitali? Se non fa parte di un’unione monetaria, può ricorrere a interventi sul mercato per sostenere la sua moneta, utilizzando e perdendo le sue riserve in valuta estera nel processo. Le massicce perdite di riserve dell’Arabia Saudita sulla scia del calo dei prezzi del petrolio riflettono questo tipo di possibile risposta.

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All’interno dell’eurozona, tali perdita di riserve è automatica sotto il sistemaTarget2, cioè il sistema di regolamento dell’euro. Se un paese è a corto di riserve, la sua banca centrale prende in prestito automaticamente per mantenersi in zona euro. A causa di una fuga di capitali, un Paese vede perdere l’equilibrio in modo sempre più negativo per via del sistema target2. A partire da settembre (i dati più recenti disponibili), il deficit di Target2 in Italia è superiore al 20% del PIL – il dato peggiore fino ad oggi (vedi grafico). Con alcune delle definizioni standard, si tratta di perdite di riserve a livello di crisi (in ombra nel grafico).

La recente esperienza dell’Irlanda stabilisce un precedente incoraggiante per invertire questo tipo di spirale verso il basso. Per l’Italia, con il suo ambiente politico profondamente diviso, un tale capovolgimento richiederà un massiccio sforzo politico – e, eventualmente, una grande dose di fortuna.

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