Quando a Bloccare la Migrazione erano i Sindacati

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Il sindacato americano negli anni successivi al 1880 e almeno fino alle fine dell’Ottocento si oppose strenuamente all’immigrazione straniera, in particolare a quella proveniente dall’Asia. I motivi sono presto detti: i lavoratori americani che si erano da tempo stabilizzati temevano un flusso di nuovi lavoratori che poteva inondare il mercato del lavoro di operai disposti a faticare per salari più bassi di quelli pattuiti dopo tanti anni di mobilitazione. L’osservazione, riportata qualche giorno fa dal maligno Wall Street Journal, assume un significato molto particolare in Europa, dove il sindacato non ha ancora perso mordente e forza contrattuale, come negli Stati Uniti. Il sindacato europeo di oggi, infatti, sostiene senza se e senza ma le politiche migratorie, promuovendole e favorendole. Nella storia del sindacato americano, invece, si vede come fosse ritenuto ovvio e corretto ostacolare il fenomeno migratorio, sapendo che la migrazione era desiderata dai grandi gruppi industriali prima che dalle orde di disperati provenienti dagli altri continenti. Come mai, infatti, il picco migratorio dall’Italia verso gli Stati Uniti avvenne proprio durante l’età giolittiana, all’alba del Novecento? Il Pil dello stato italiano durante i governi Giolitti era infatti decisamente alto e il lavoro non mancava, eppure gli italiani migrarono dal Belpaese in modo massiccio. Un fenomeno simile si può vedere oggi in Nigeria, paese che sta crescendo enormemente sotto il profilo produttivo e che è ricco di materie prime. Questo significa, in pratica, che il fenomeno migratorio di tipo economico è un fenomeno indotto e che produce quasi sempre un peggioramento delle condizioni dei lavoratori autoctoni.

La American Federation of Labor è stata una federazione di sindacati statunitensi attiva dal 1886 al 1955. Successivamente a quella data si fuse con l’altra  grande federazione (la Congress of Industrial Organisations) ed oggi prende il nome di AFL-CIO e rappresenta la più grande centrale sindacale degli Stati Uniti. Va detto, al fine di non ingenerare confusione, che negli Stati Uniti, alla formazione dei grandi gruppi industriali, non corrispose una formazione sindacale degna di nota. Almeno all’inizio. I lavoratori, risultarono così impossibilitati nel contrastare i grandi gruppi industriali, ed il sindacalismo crebbe assai più lentamente che in Europa. Ciò accadde anzitutto perché la manodopera era costituita per lo più da immigrati, divisi tra loro da differenze di linguaggio, di origine e di religione. Inoltre i lavoratori bianchi, rifiutavano qualsiasi tipo di associazione con i lavoratori di colore.

Un primo passo verso un sindacato nazionale in America, si ebbe nella seconda metà dell’Ottocento, quando i sindacati locali, cercarono una certa forma di coordinamento dando vita ad organizzazioni nazionali. Fu il caso dell’AFL appunto, che nacque ufficialmente nel 1886.

A scanso di equivoci per i quali il sindacalismo americano può essere interpretato come distante dal pensiero marxista, vale la pena ricordare le parole di Gompers, il leader dell’Afl nella seconda metà dell’ottocento:

“la vita è, nel migliore dei casi, una lotta tra due forze rivali. La vita del lavoratore è resa così misera dall’avarizia delle classi imprenditoriali arroganti e tiranniche. Avide e autoritarie come sono, esse rendono necessaria la formazione di un organizzazione di lavoratori che possa bloccare quelle tendenze che si vanno sviluppando sempre più intensamente, come la concentrazione della ricchezza in poche mani, in modo da non lasciarsi inghiottire e annegare in un abisso di disperazione”           

Il sindacato americano, dunque, non era affatto lontano alle istanze che mossero quello europeo, pur con le dovute differenze. Cos’è cambiato oggi? Per quale motivo il sindacato italiano ed europeo ritiene l’immigrazione un fenomeno positivo e da tutelare con l’inclusione? Ritengo che il sindacato abbia vissuto come un trauma la fine del 1989 e che non abbia ancora trovato da allora un’ideologia di riferimento, pensando che il punto di riferimento filosofico principale, Karl Marx, avesse torto quando parlava di alienazione e di “struttura” e ragione quando individuava nel proletariato internazionale la futura classe dominante. Da questa scelta scaturiscono i voti del proletariato francese verso LePen, quello del Middle West americano verso Trump  e di quello italiano verso la Lega ed il  Movimento5Stelle.

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