La differenza tra Liberale e Liberista

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Perché ce l’hai sempre col pensiero neoliberista? A molti di quelli che fanno controinformazione sarà capitato tante volte di sentirsi fare questa domanda. Nel porla, però, quasi sempre chi la fa pensa al liberalismo e NON al liberismo, che sono due cose diverse, molto diverse. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, premettendo, per onestà, che chi scrive non si definisce comunque nemmeno liberale.

Liberalismo e liberismo sono due “pensieri”, due filosofie, due economie. La distinzione principale venne preposta diversi lustri fa dal filosofo liberale Benedetto Croce di Pescasseroli in una nota polemica con il grande giurista e politico italiano Luigi Einaudi. La distinzione – è bene dirlo subito – è tutta italiana e non trova riscontri degni di nota, fuori dai confini nazionali. Come spesso accade, gli italiani ci hanno visto lungo e oggi non c’è alcun dubbio che liberalismo e liberismo siano istanze politico-economiche differenti, oserei dire radicalmente differenti.

Nel dettaglio, potremo dire che l’economia liberale, che si può far risalire a Locke e Smith, ma per alcuni aspetti anche a Calvino, nacque come istanza rivoluzionaria che intendeva offrire ai cittadini la possibilità di intraprendere iniziative economiche. L’uomo, dicevano costoro, gode tra i suoi diritti naturali anche della proprietà privata e, per estensione, della libertà dell’iniziativa economica senza vincoli di sorta.

Cosa diceva John Locke sulla proprietà privata, ad esempio?

Egli sosteneva che in natura l’uomo aveva diritto alla proprietà perché, anche in assenza di leggi e di organizzazioni statali, per il solo fatto di esercitare un lavoro, l’uomo si rendeva protagonista della modificazione di uno status della natura. Se un uomo, ad esempio, si arrampica su un albero per cogliere una mela, vivendo in un ipotetico mondo senza nazioni e organizzazioni sociali, allora egli avrà il diritto a possedere quella mela, perché senza la sua fatica, senza il suo sforzo di arrampicarsi – in altre parole: senza il suo lavoro – quella mela non avrebbe spontaneamente abbandonato l’albero e non sarebbe giunta tra le sue mani.

Qualora un uomo, dopo aver trovato in mezzo alla foresta un banale pezzo di legno, si adoperasse per modificarlo intagliandolo e levigandolo fino a farlo diventare un cucchiaio, è naturale – diceva Locke – che quel pezzo di legno modificato sarà poi di proprietà del suo artefice, perché senza il lavoro di quell’uomo, quel cucchiaio nemmeno esisterebbe.

Da questo assunto di base, Locke pone le basi del pensiero liberale fino agli sviluppi più precisi ed elaborati di Adam Smith e di David Ricardo. All’epoca di questi fini pensatori, al quale va tutto il mio rispetto, le condizioni interclassiste erano molto diverse da quelle attuali. Non vi era alcuna mobilità sociale, ad esempio, e il figlio del medico faceva il medico e quello del contadino il contadino. Punto.

Inoltre, le classi che oggi chiameremo borghesi erano tenute a mantenere le classi nobili, com’è noto, non solo attraverso tributi e oboli pagati alla proprietà “eminente” della terra, ma anche attraverso servizi di corvèe. In base a tali servizi obbligatori, capitava che uomini liberi erano tenuti ad eseguire tutta una serie di lavori di manutenzione sul territorio, da svolgere “aggratis” per il nobile locale. I nobili non erano tenuti al pagamento di tasse e avevano un loro sistema giuridico, più leggero di quello del popolo. Se inserito in questo contesto, il pensiero liberale trova una sua logica ed una sua esigenza razionale, tant’è che la rivoluzione francese stessa, sotto il profilo dei diritti civili, interessò tutti, ma sotto quello economico favorì in primis la borghesia (e anche a danno del mondo contadino). In altre parole, la Rivoluzione Francese fu una rivoluzione borghese, prima che una rivoluzione popolare. Lo Stato che i liberali allora combatterono facendo le barricate per le strade era uno Stato composto da nobili, non lo Stato così come noi (e i greci antichi) lo intendiamo oggi.

Il Liberismo, invece, è un pensiero profondamente antiliberale perché si basa sull’assunto che i cittadini non possano scegliere alcuna forma economica che sia diversa dalle forme spontanee del mercato.

Lo so che è difficilino da intendere, ma occorre avere pazienza.

Secondo i liberali alla Adam Smith il mercato si autoregola, nel senso che lasciando fare all’intraprendenza degli attori in gioco, le logiche interne al mercato porteranno a grandi benefici per tutti. Questo Smith lo diceva perché le ingerenze dello Stato all’epoca sembravano rallentare in concreto questo processo. Nulla di specifico Smith e altri teorici liberali sostenevano su cosa fare e dire e pensare nel caso in cui il mercato NON avesse portato benefici. Detto diversamente: i pensatori liberali vedevano che il mercato portava benefici se ad esso venivano tolti vincoli, perché questo era ciò che … all’epoca … avveniva effettivamente, essendo la ricchezza concentrata nelle mani del 2% di nobili. Nel caso l’economia del laissez faire e del laissez passer non avesse prodotto nulla di buono, loro non individuarono nulla di alternativo, perchè ciò non faceva parte della loro esperienza.

I liberisti del Novecento e di oggi, invece, sostengono che lo Stato deve garantire la libertà del mercato A PRESCINDERE, cioè indipendentemente, dalla riuscita o meno del libero scambio. In altre parole ancora, mentre i liberali sostengono il libero mercato perché ritengono che faccia crescere “un po’ tutti”, i liberisti non sostengono questo, anzi, sostengono che è giusto che i pochi sopravvivano e facciano profitto e che i molti no, e questo andrebbe garantito… rullo di tamburi: dallo STATO!!! (si, avete letto bene)

Attraverso controlli polizieschi, sacralizzazione dell’istituto dell’eredità (urca, che ideologia meritocratica!!!), controllo dell’informazione e ideologia accademica predisposta ad ammaestrare la classe dirigente, i liberisti ci vengono a dire che “loro” hanno scoperto l’ultima economia possibile, anzi l’unica, nonché, ovviamente, quella auspicabile. Se questo tipo di economia causa poi diversi danni economici ai più, dicono, è meglio, perché ciò vuol dire che apporta una giusta selezione. I neoliberisti, insomma, passano dall’economia che conviene a loro hic et nunc all’etica universale, come se nulla fosse. Come se, sulla questione, l’uomo non potesse dire e fare nulla! Come se il mercato non fosse composto da uomini, con le loro emozioni e passioni e aspettative, ma seguisse le stessi leggi della fisica, preciso e determinato  fatalisticamente non meno della caduta dei gravi o della termodinamica.

C’è almeno un punto che io condivido col pensiero liberale: la libertà economica è una precondizione per le altre libertà. La questione è controversa e complicata, ma allo stato attuale delle cose io la vedo così e, direi, su questo punto i liberali non sono nemmeno diversi da Karl Marx, seppur costui partisse da una prospettiva diversa.

L’economia è la struttura. Il resto sono sovrastrutture.

Per i liberisti, invece, l’economia crea condizioni di liberazione solo se è privata e individuale. Detto diversamente, se io e tu che mi leggi diventiamo ricchi e prosperi grazie a iniziative collettive, pianificate o comunitarie, non va bene. Staremo in tal caso “imbrogliando le leggi cosmiche”  di un Dio che invece di chiamare Manitù, loro chiamano Dio Mercato. Per costoro, noi dobbiamo prosperare SENZA iniziative collettive in campo economico. Quindi se lo Stato mette – dico a titolo di puro esempio – dei fondi per realizzare un acquedotto e un ingegnere viene assunto per progettarlo e a seguito di ciò si arricchisce, non va bene! Mentre va bene se si arricchisce progettando qualche stupidaggine usa e getta per uno stabilimento privato. Gli esempi potrebbero continuare praticamente all’infinito, ma avrete compreso che, mentre sono disposto a confrontarmi con i liberali, con i liberisti no.

Siccome propugnano un pensiero esclusivamente rivolto all’individuo, hanno elaborato una teoria del caos irrazionale e stupida e non meritano nessun rispetto (e la ritengono precisa come una legge della fisica, se non bastasse…)

Nulla, nella storia, è irreversibile.

 

(PS naturalmente le differenze tra liberali e liberisti sono molte, qui si è tentata una breve sintesi.)

 

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