I figli della Bocconi

Oltre a sfornare da diversi anni economisti pericolosi e analisi farlocche, ora dalla Bocconi esce uno studio che dimostra come per gli italiani fare figli porti all’infelicità. Per quanto mi riguarda, se i miei figli decidessero di andare alla Bocconi l’infelicità sarebbe assicurata, se non altro per quello che costano quelle rette. Siccome, però, io ho molti ex studenti che oggi sono bocconiani ed a cui voglio bene, lasciamo perdere la Bocconi, e cerchiamo di capire il senso di questo tipo di studi.

In Italia non si fanno più figli e l’aumento della popolazione, comunque ridotto al lumicino, è dovuto solo all’arrivo di stranieri. Questo fenomeno riguarda tutto l’Occidente ricco, con l’eccezione dei paesi socialdemocratici del nordEuropa, come Svezia e Norvegia, dove le politiche di welfare state e culturali hanno consentito di mantenere la natalità “autoctona” a livelli più che accettabili. Idem con patate in Russia, dove, a fronte di un vistoso calo negli anni Novanta, con l’arrivo di Putin la curva della natalità si è invertita in positivo.

Quello che c’è da capire è questo: per fare figli occorrono le donne (eh si, questa non la sapevate vero?) E le donne non vogliono più fare figli perchè ciò rappresenta un’enorme fatica e rottura di palle. Sono stato sufficientemente chiaro?

Un tempo, fare figli favoriva la sopravvivenza delle famiglie. Oggi, è soprattutto un costo. La donna ha raggiunto buoni livelli di emancipazione e sa che questa libertà di fare, girare, tentare una carriera e quant’altro vogliamo metterci risultano fortemente compromessi dalla nascita di uno o più figli. Se fai figli, durante l’infanzia e per motivi naturali, questi manifesteranno sempre più bisogno della mamma che del papà, con l’unica eccezione di Nikki Vendola, le cui desiderabili mammelle convincerebbero chiunque del contrario.

Più la donna è emancipata, meno figli si fanno! Le uniche nazioni che lo hanno capito sono quelle del nordeuropa scandinavo che, infatti, hanno molto investito per alleviare le fatiche femminili e assicurarne l’emancipazione. E’ una puttanata fotonica pensare che questo successo scandinavo sia dovuto alla parità tra i sessi. La parità c’è anche in Germania o in Inghilterra (che ci sia anche qui in Italia, ovviamente, non si può dire, sennò il politically correct ti fa il paiolo).

La reale differenza è che in Inghilterra e Germania non vi è stato lo stesso livello di investimenti in welfare per le madri che c’è stato, ad esempio, in Svezia e Norvegia. In questi Paesi, le donne che lavorano possono in pratica scegliersi l’orario di lavoro durante l’infanzia dei bambini. Conosco personalmente donne norvegesi che, a loro dire, per anni hanno lavorato un solo giorno alla settimana, senza che questo implicasse alcun tipo di discriminazione sul luogo di lavoro. Anzi, oggi che i figli sono grandi, hanno fatto carriera come se gli anni di riduzione non fossero mai esistiti. Impensabile qualcosa del genere nel resto del mondo occidentale dove, infatti, si registra un massiccio e drammatico calo delle nascite; un dato che anticipa lo spopolamento dell’Europa a favore di culture prive di emancipazione femminile.

Ma ancora non si è risposto alla domanda: perchè in Italia escono analisi di questo tipo?

L’infelicità è un concetto filosofico legato alla coscienza e alla propensione individuale. La maggior causa dell’infelicità è legata all’economia e alle relazioni con gli altri. Come tale, l’infelicità dipende dai figli solo nella misura in cui l’economia non sia in grado di allocare le ricchezze in modo equo. E questo è il caso dell’Europa, figli o non figli. Il Mondo occidentale si sta spaccando in due orientamenti culturali: quello globalista e quello nazionalista. L’orientamento globalista, dopo aver spadroneggiato per anni impoverendo gli Stati nazionali tramite l’opera “riformistica” dei suoi decisori politici, ora sta finalmente perdendo la sua secolare battaglia. I nazionalisti, che forse sarebbe più corretto definire “patrioti”, hanno riazato la testa dopo la crisi mondiale. Per fermare quest’onda politica si tenta di dimostrare che ci spopoleremo sempre di più, che il calo demografico occidentale è dovuto ad un andamento storico ineluttabile (anche se la Russia ha dimostrato il contrario) e che, quindi, gli europei vanno sostituiti con masse più povere e docili, meno preparate politicamente ed economicamente, più facilmente manovrabili e sfruttabili sui luoghi di lavoro. Uno scenario messicano o balcanico (più che svedese),  che viene ora proposto da quella stessa casta di intellettuali economisti che non solo non seppe prevedere la crisi del 2008, ma che ne fu la principale responsabile.

1 Commento

  1. Se dovessi dire quel che so de profundis di quell’ateneo, mettendo da parte l’affetto che anch’io provo per alcuni già bocconiani che conosco personalmente e con cui ci confrontiamo ed aiutiamo professionalmente, direi che è un ateneo che fa spese pazze in marketing e merchandising oltre misura rispetto a qualsiasi altro ateneo al mondo.

    Non è normale che l’attivo dello Stato Patrimoniale di un ateneo consti per metà di attività finanziarie, e in pratica metà delle rette servono a coprire tali costi, altro che docenza (ci sono tanti atenei con docenti altrettanto noti).
    Quanto a formazione, credo più nei singoli che nell’ateneo. Infatti quando valuto i CV di ciascun candidato preferirei allegato il Diploma Supplement e poi contattare la segreteria per farmi dire come hanno raccolto le annualità e devo dirvi che sulla carta ci sono 110-e-lode decisamente più sostanziosi da molti altri atenei italiani sia pubblici che privati.

    Quanto all’ateneo credo che abbia programmi meno sostanziosi di altri atenei, ma non per questo pessimi. La vera differenza la fanno i docenti, se evita di farsi sostituire dall’assistente o dottorando di turno a lezione/esame.

    Se dovessi credere ai rankings, sarei uno schizofrenico! Cambiano le classifiche ogni anno, come se fossi ignorante di quanto costa un inserto o un’attività di lobbying (minimo 30.000€ a lobbysta per progetto).
    Secondo i rankings commerciali rivolti ai teenagers o risorse umane di aziende scadenti la Bocconi sarebbe tra le migliori università (come se non esistesse il fattore che già per aver scelto quell’ateneo si appartiene a certe famiglie della upper-middle class italiana). Tendono troppo a confondere la varietà dei canali e specializzazioni per eccellenza delle materie trattate, ma secondo gli standard ministeriali dell’ANVUR la Bocconi ha corsi di serie B (classificazione autentica, non modo di dire, per l’approvazione piena ci voleva la A). Se si guarda alle singole canalizzazioni abbiamo centinaia di atenei che la surclassano. Inoltre tendono troppo a confondere lauree e master (cosa che agli stranieri crea molta confusione) perchè le lauree magistrali possono pur andare (ci sono atenei pubblici e privati in Italia con lauree magistrali ugualmente accettabili o persino più formativi, parlano i premi di laurea avuti da altri studenti di altri atenei negli ultimi anni) ma sono i master le vere punte di diamante (anche se conosco scuole aziendali ENI ed Enel che sono anni luce superiori).
    Secondo i rankings scientifici ed accademici di settore la Bocconi non eccelle, data la mediocre qualità dei loro PhD rispetto alle varie scuole di dottorato italiane e rispetto alle università cattoliche o persino al cospetto della Luiss o Sapienza.

    Se vogliono credersi i primi, dovrebbero almeno esserlo veramente e non a marketing.

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