La Mia Risposta su Dio

Negli ultimi tempi mi sono capitati due episodi curiosi. Entrambi hanno a che fare con l’esistenza di Dio, ed entrambi mi sono capitati proprio mentre riflettevo sull’annosa questione. Il primo aneddoto risale alla fine del 2016. Un ex studente mi viene a trovare e mi ricorda una lezione che avevo tenuto diversi anni prima sulla logica di Aristotele. Ad un certo punto feci vedere un intervento televisivo del matematico Piergiorgio Odifreddi che mentre discorreva di logica esclamava in modo perentorio: “Dio non esiste”, sottolineando che la cosa, per uno scienziato come lui, era una ovvietà. In quell’occasione, infatti, lo studente rimase particolarmente turbato, essendo un cattolico piuttosto fervente. “La cosa che all’epoca temevo di più – mi diceva dunque il ragazzo  – è che queste analisi mi portassero poi a perdere la Fede. E alla fine è proprio quello che è successo: oggi non credo più in Dio”.

Il secondo episodio è, invece, più recente. L’altra sera una giovane studentessa, mai conosciuta in vita mia, mi scrive in privato su messanger la seguente richiesta:

“Buonasera prof, sono una studentessa all’ultimo anno di ragioneria, e durante l’ora di religione è stata sollevata una questione dalla celebre frase “se Dio non esiste allora tutto è permesso” scritta da Dostoevskij nel romanzo I fratelli Karamazov. Ora, dopo aver ascoltato varie riflessioni in ambito scolastico, volevo chiedere a lei quale fosse la sua opinione in merito”.

“Siccome mi hai fatto questa domanda, allora Dio esiste”, ho sentenziato, ammiccando. Tuttavia, qui aggiungerei qualcosina di più, perchè è da diverso tempo che ho le idee chiare sulla questione.

(Dostoevkij)

La domanda se Dio esiste non può trovare una risposta oggettiva, ma solo soggettiva e, come tale, non è così rilevante sotto il profilo filosofico come viene di solito fatto credere. E’ una domanda che merita assolutamente una risposta, ma personale, oggetto del pensiero dei mistici che con la meditazione arrivano ad una risposta impossibile da fornire a tutti e nello stesso modo. Questo avviene perchè il “Dio” di cui viene chiesta la prova è un Signore del Cielo e della Terra inteso come architetto dell’Universo fisico che ha creato la materia e che al contempo è un magistrato, giudice del bene e del male, operativo H24. Se ci vogliamo collocare su questa scia, ebbene io non ci sto, perchè significa in pratica tifare per le Chiese o per gli atei positivisti (alla Piergiorgio Odifreddi, appunto).

Dunque chiedersi se credere o no sarebbe come pretendere di scegliere tra materialismo e spiritualismo. Guelfi e Ghibellini. E siamo alle solite.

il matematico Odifreddi

Porre la questione in questo modo è largamente fuorviante. Quello che semmai dobbiamo ammettere è che, tanto per cominciare, ad esistere è l’idea di Dio. E’ un pensiero che c’è, visto che ne parliamo e che ne scriviamo e che tutti quelli che mi stanno leggendo anche ora sanno di cosa stiamo discutendo. Per essere ancora più chiari: gli uomini parlano di Dio, ne hanno una “idea”. Allora, visto che un’ idea di Dio c’è, occorre chiedersi se questo Dio è una nostra invenzione, un escamotage tecnico che abbiamo prodotto per consolarci (Feuerbach la chiamerebbe “alienazione) oppure se Dio, invece, non sia altro che una parola che indica il Tutto, un Assoluto.

A lungo ho pensato che Feuerbach avesse ragione. Per tanto tempo, dunque, sono stato materialista, cioè convinto che tutto fosse materia e che Dio fosse un totem creato ad hoc per sublimare i nostri bisogni umani. Da qualche anno ho riflettuto di più e sono giunto, invece, alla conclusione che questa risposta fosse molto parziale. Se Dio è un superuomo con la barba bianca e il triangolo sopra la testa che ha detto ai cristiani che la domenica bisogna riposare, allora, ancora oggi, per me Dio non esiste e non ci credo. Ma è piuttosto lecito ritenere che questo racconto fosse una metafora per qualcosa di decisamente più interessante. E questo qualcosa è il Tutto percepito dalla coscienza umana.

Ora, qui, prima di andare avanti, dobbiamo metterci d’accordo almeno tra noi che siamo teste pensanti. E ci proverò alla maniera di Socrate, ponendo delle domande brevi.

Siete convinti, oppure no, che un insieme sia superiore alla somma delle parti che lo compongono?

Siete convinti, diciamo a titolo d’esempio, che una torta sia qualcosa di diverso e superiore a una somma amalgamata di farina, zucchero, uova, latte ecc ecc?

Ritenete lecito, oppure no, affermare che una foresta abbia un “valore” decisamente superiore a quello di un singolo albero che la popola? La foresta è o non è un concetto che non può essere confuso con un qualunque ammasso di alberi?

Se, come me, ritenete di si, e cioè che il tutto sia superiore alle sue parti e che l’unità sia un tipo di realtà colta dalla coscienza umana e che essa sia qualitativamente superiore alla dispersione del molteplice, beh allora anche voi avete un’idea di quello che è Dio per alcuni filosofi, tra i quali, modestamente, mi ci infilo anch’io.

Dunque, se Dio viene inteso solo come una reazione alla paura della morte, allora, per me, Dio non esiste (anche se ritengo la cosa opinabile e non mi stupisce affatto che qualcun altro possa supporre vero il contrario).

Se Dio, invece, è l’Essere, la Realtà, la Verità, il Senso di cui parlano molte filosofie, beh, in tal caso occorre fermarsi un attimino e riflettere con calma su tutta la faccenda.

La prima versione di Dio, quella feuerbachiana, ha radici più antiche di Feuerbach, che era uomo dell’Ottocento, e si può farla risalire addirittura al libertinismo francese di un secolo prima. Ecco, infatti, che la studentessa mi chiede: se Dio non esiste tutto è permesso? certo che tutto è permesso! Se hai lo stomaco per farlo, leggiti le 120 giornate di Sodoma del Marchese De Sade. Ogni nefandezza, ogni crudeltà, ogni capriccio individuale, ogni brutalità e ingiustizia sono possibiuli e leciti se Dio non esiste, ma il Dio che non esiste e che – data la sua assenza – ci consente di fare tutto quel che vogliamo senza limiti è quello di Feurbach. Quello di Hegel o di Spinoza, o quello di Parmenide, invece, esiste eccome. Ed è un Dio che non ci consente proprio per niente di fare ciò che vogliamo.

A cosa faccio riferimento, ad esempio, quando parlo del Dio di Spinoza? Anche per chi non ha fatto filosofia, la cosa è meno complicata di quello che potrebbe sembrare.

(Il filosofo olandese Spinoza)

Spinoza riteneva che Dio fosse la Natura, ma non intesa in senso materiale. Spinoza, infatti, pensava a Dio come alla realtà onnicomprensiva, slegata dalla visione antropomorfica tradizionale. Per questa sua analisi venne condannato dalle Chiese del suo tempo e cacciato dalla comunità. Anche in epoca recente, non di rado, sui manuali si dice che egli era un filosofo ateo.

Spinoza, invece, non negava affatto la divinità, ma negava una concezione idolatrica della divinità. Egli non adorava la divinità, proprio perchè Dio non è un idolo, non è un totem. Il Dio di Spinoza dimostra l’esigenza umana di un senso, e questo senso lo si trova nell’unità, nell’esigenza di universalità. Volendo sintetizzare, il Dio dei filosofi è una metafora dell’umanità stessa, intesa come un tutto che comprende dinamicamente il mondo e che, per molti punti di vista, pone il mondo stesso.

Mi rivolgo ora soprattutto a chi mi ha posto il quesito. Fai un esperimento mentale: immagina per un momento che l’umanità si estingua e che, a seguito di questa estinzione, si estingua anche la coscienza, intesa dunque come una caratteristica che appartiene solo alla specie umana. Ebbene, secondo te, il mondo esisterebbe ancora? E, se si, esisterebbe per CHI???

Bene, per i positivisti atei e materialisti (alla cui scuola anch’io, ingenuamente, un tempo appartenevo) il mondo esisterebbe comunque. Pensaci bene e pensaci a fondo: ma quanto è demenziale e cretina questa cosa? Il mondo, l’universo, il cosmo, chiamamolo come vogliamo,  esiste solo perchè c’è qualcuno che lo intende, che lo percepisce, che lo coglie come “un qualcosa” nella sua unità e universalità. E questo qualcosa che percepisce e coglie è qualcosa di vivo. Ed in ciò consiste il suo senso, il senso della sua esistenza. La comunità umana che coglie in modo dinamico la realtà e la giudica è un tutto. E’ Dio. L’uomo conosce il mondo, ne fa parte, ne coglie l’unità … e GIUDICA.

La filosofia, inoltre (e molto più della religione) trova l’elemento della valutazione qualitativa.

Detto diversamente, se la scienza ci dice che quel cesto di mele pesa un chilo, la filosofia ti dice se quelle mele sono buone o no.

E’ poco?

Attenzione, la filosofia non lo dice a livello soggettivo e relativo. Anzi. La filosofia ci consente di cogliere la qualità della realtà nel suo farsi storico e, come tale, l’individuazione della qualità non è relativa, ma assoluta.

Con Foucault (ma anche con Hans Kelsen) nel secolo scorso è emersa una forte critica alla ricerca della Verità,  in quanto associata all’Autorità. Una democrazia, dicevano costoro, non dovrebbe far passare filosofi e filosofie che cercano la verità assoluta, ma solo filosofi e filosofie che predicano il relativismo (quello per il quale, ovviamente, Dio non esiste).

Tuttavia, l’idea di Verità Filosofica NON è mai autoritaria perché essa si sottopone continuamente al confronto. Alla Verità in filosofia ci si arriva in modo dialogico, e non in modo ideologico. La Verità in filosofia si raggiunge tramite un serrato confronto dal quale emerge un’idea che si è fatta strada negando (o superando) altre idee.

Dunque, nella riflessione filosofica si confrontano tutte le idee o le ipotesi attorno ad una questione e gli interlocutori coinvolti scartano, superano, rivedono dette idee e ipotesi a favore di una Verità, ma non è che le altre verità relative vengano scartate a priori; anzi, sono gli ingredienti necessari per la ricerca. Quindi la Verità COESISTE con la pluralità dei punti di vista.

La differenza col relativismo è questa, però: lungo la ricerca vengono dialetticamente e storicamente confermate delle verità, che sono tali a seguito del processo. Insomma: i risultati ci sono! E non può essere, per converso, che la risposta ad una questione importante sia l’equidistanza individuale delle posizioni. Cioè, in altri termini  ancora: io che faccio ricerca prendo in esame tutte le verità che mi vengono sottoposte e le confronto tra loro e con altri studiosi che come me si stanno occupando dello stesso tema. Nel fare questa ricerca, alla fine, arrivo ad una Verità che supera le altre e che le sintetizza dialetticamente.

Il risultato di Spinoza, di Hegel e di molti altri  è che Dio sia una metafora per l’umanità intesa nel suo insieme. E l’umanità non è un tutto statico, ma dinamico, nel senso che si determina storicamente verso emancipazione e libertà. E dunque la risposta alla tua domanda, cara studentessa di ragioneria è

NO!

Non è tutto possibile e lecito. Qui e ora non puoi, ad esempio, mancare di rispetto, uccidere, violentare, rubare. Se ciò avviene, la razionalità in atto (le leggi) ti dànno la caccia e, se ti trovano, ti condannano. Tu non sarai più libera come prima e dovrai scappare. La morale, la tua coscienza e la comunità ti condannano, ti ostacolano nel tuo comportamento perché hanno storicamente sintetizzato un’idea del Bene e del Male. E tu, nello stuprare, nell’uccidere, nel mancare di rispetto, stai commettendo il male. Naturalmente le regole mutano, ma perchè ciò avvenga devono mutare per tutti, e non solo per te (che magari le vuoi cambiare solo per un tornaconto personale).

Sai, invece, qual è il vero problema che stiamo vivendo?

(Il fisico e filosofo A. Einstein)

Il problema consiste proprio nella rinuncia al Senso, inteso come consorzio umano che nel suo percorso storico è sempre stato a caccia di verità. Il problema è la rassegnata accettazione che non esita nessuna verità. Un esito nichilistico e relativistico, per il quale, appunto, tutto è davvero possibile.

La verità sta guadagnado la v minuscola, sta diventando un barile che non possiamo riempire col liquido della felicità perché lo abbiamo bucato coi calcoli, il determinismo, il fatalismo e la rinuncia alla categoria dell’umano.

E tranquilla fanciulla, gli scienziati da laboratorio ci arriveranno un bel giorno a quello che ti scrivo qui e faranno vero (ve-reificheranno) quello che ti ho risposto. Ci sono sempre arrivati dopo, anche se, devo ammetterlo, il mezzo su cui mi stai leggendo lo dobbiamo a loro.

 

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