Con due occhi grandi per guardare

Cinque anni fa moriva Lucio Dalla, a soli 69 anni. Per infarto. Banale no? Vedo lacrime in televisione e video musicali tratti da youtube. Ognuno sui social network, mette la canzone di Lucio Dalla che più ha amato.

Vi propongo una cosa diversa, un piccolo ricordo personale che ho avuto la fortuna di vivere. “Ah… che pena! … che nostalgia! Adesso spengo la luce, e così sia” .

⌈Chissà se lo fanno ancora a Bologna, il mercatino del libro in piazza. Nel 1991 – doveva essere il 1991 credo – o forse il ’92 abbiate pazienza. Quegli anni là, insomma, al mercatino del libro sotto Palazzo Re Enzo, in pieno centro, si trovava un po’ di tutto. Quella tarda mattina era deserto però e non c’era nemmeno il sole: una di quelle giornate un po’ uggiose che marchiano l’Emilia nebbiosa. La temperatura forse più mite che altrove, ma pur sempre pungente e fastidiosa.

In una giornata così, chi volete che ci fosse attorno alla bancarella principale, quella vicino al bar? Uno sfigato di studente di filosofia, che ha mangiato prima degli altri “ammensa”, come dicono i meridionali che affollano l’alma mater. E’ sempre stata una cattiva abitudine, quella di mangiare prima degli altri. Sone le Bellunesi e Barbariche presenze nel dna? No, è solo l’esclusivo e immenso piacere di mangiare soli.

Per il resto, pranzare prima registra solo svantaggi, tranne un altro di davvero prezioso, quello di trovarsi così per caso a contemplare libri usati senza sgomitare con anziani perdigiorno, senza studenti che leggono il retro di copertina, senza impiegati che sostano per l’aperitivo tra i tavolini del bar e la bancarella.

S-O-L-I.

Soli e felici di godere un momento tutto nostro, come solo il cesso sa offrire. E’ per questo che fa strano vedere al nostro fianco – a mezzogiorno di un giorno stupido – un signore con la barba che parla a bassa voce col commesso. E fa ancora più strano, notare che il commesso, invece di guardare il cliente barbuto, rivolge l’attenzione verso di me.

L’occhio è allegro, il sorriso di chi la sa lunga. E non si tratta mica di uno di quei sguardi frettolosi, vuole proprio attirare la mia attenzione. «Tanto non compro», penso, mi passo solo il tempo come tutti gli altri studenti che dispongono di ore per oziare, ma non di soldi da spendere. «Sarà un ricchione», aggiungo tra me e me in dialetto veneto.

La cattiveria, il malo pensiero, i veneti non lo abbandonano mai, neanche quando sono in pausa pranzo. Poi, per fortuna, il libraio ambulante rinuncia, distoglie l’attenzione su di me e la ripone sul cliente. L’uomo è piuttosto basso, noto, ed ha scelto più di un libro. E’ora di pagare per lui. «Fanno trentasettemila lire».

Cazzo, penso, e chi è che spende tutti sti soldi per dei libri usati? Allora finalmente guardo meglio quel signore con la barba e mi accorgo di avere a fianco Lucio Dalla. Cerco il consenso del commesso che mentre aspetta il resto guadagna l’espressione giusta… ecco perché ti guardavo, scemo! sembra dirmi con una smorfia, e anche Lucio, finalmente, si accorge di me. Sembra di essere al cinema, quando nel piano americano, Richard Burton si gira verso Liz Taylor.

Lentamente.

Io, Lucio Dalla, ed un commesso di bancarella. Il musicista mi sta guardando mentre ripone l’ultimo libro nella busta. Io fatico a reggere lo sguardo, ma per pochi secondi, negli stessi istanti, ci sorridiamo. Senza dirci nulla. Due persone che non si conoscono, che si sorridono. Senza richieste di autografi, senza chiacchiere di circostanza, senza cenno alcuno alla fama che precede in tutta Italia uno dei due. Così, in un sorriso che non ho mai dimenticato e che non dimenticherò mai, tutta l’umanità di quello che era un uomo semplice, ma davvero diverso dagli altri. Nella mia vita bolognese, chissà poi perché, ne ho incrociati diversi di personaggi celebri. Qualche volta era in occasione di una conferenza, qualche altra, e più spesso, da solo. Penso a Romano Prodi, che mi blocca la camminata sul marciapiede il giorno della mia laurea, o a Luca Carboni che fissa me e la mia fidanzata in un baretto di via D’Azeglio. Penso a Samuele Bersani, a passeggio sotto gli Asinelli; a Vasco Rossi, dentro un’anonima edicola. Penso a Francesco Guccini, che dall’alto del suo metro e novantacinque mi firma una pagina bianca, strappata per l’occasione da un libro su Rosmini, alla Feltrinelli.

In nessuno di questi, dico nessuno, ho più rivisto quegli occhi. In nessuno, quell’umanità.

Per la musica ci penseranno gli altri, soprattutto nei prossimi giorni.
Io invece ti dico solo GRAZIE, Lucio, per quel tuo lungo sorriso silenzioso.

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