Italia in Europa. Anni di Depressione Economica

Oggi siamo stati invasi da un fiume di retorica. Ci sta. Sono 60 anni che abbiamo firmato a Roma, la nostra capitale, un accordo di mercato comune erede di quello parigino sul Carbone e sull’Acciaio (materiali che in Italia non abbiamo nemmeno! Ma quanto fa ridere?…) ed è normale che chi si sente erede di questa tragica  esperienza oggi festeggi l’anniversario. Sarebbe curioso che qualcuno ci dicesse cosa accadde a Roma nel 2007, quando si celebrarono i 50 anni dall’evento. Io non ricordo nulla di particolare, e se oggi i media ci propinano H24 il tema del trattato di Roma del 1957 è solo per mera propaganda. Se non altro per il banale motivo che i 50 anni erano –  da un punto di vista simbolico – un evento molto più significativo di quello festeggiato oggi. Cosa faranno se vince Marine LePen? Celebrereanno i 60 anni e 2 mesi?

A noi, dunque, l’antipatico ma doveroso compito di accantonare la retorica e proporre qualche operazione verità per i pochi che leggono e che, proprio perchè ci leggono, forse, si salveranno.

La crisi che viene dagli Stati Uniti d’America, il crollo della Lehman Brothers e lo scandalo dei mutui subprime, è stata superata o, meglio, contenuta nei suoi devastanti effetti da quei paesi che hanno una loro moneta, come gli Usa e la Germania, o da paesi che  oltre alla loro moneta hanno anche un impero coloniale, come la Gran Bretagna. Per gli altri,  è piovuta una valanga di guano! Sull’Italia in primis. Lo dimostrano tutti gli indicatori macroeconomici, a tutt’oggi davvero impietosi. Uno su tutti risalta in modo drammatico: IL CROLLO DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE. A otto anni otto dalla crisi internazionale, l’Italia ha perso il 22 per cento della sua produzione industriale. Se volessimo ragionare per analogie, è come se un operaio passasse da 1.200 euro al mese di stipendio a 900.

Eh, ma siamo corrotti

Eh, ma siamo cialtroni

Eh, ma lo Burocrazia

Eh, ma i furbetti del cartellino

Ok, verissimo, urliamo di dolore, facciamo schifo. Ma questa fuffa, non c’era anche prima di Maastricht? Cioè, per intenderci meglio, se tua sorella è una fancazzista che lavora al Catasto (e confido che lo sia),  perchè tua mamma, che l’ha preceduta in quell’ufficio, non ha provocato il crollo industriale? E tua zia? E tua nonna? E tua bisnonna? E avanti così fino a Giovanni Giolitti! Detto diversamente, se la colpa non è del meccanismo Ue, della moneta unica, del sistema bancario,  ecc ecc, allora DEVE ESSERE DI TUA SORELLA CIALTRONA DEL CATASTO!!!

Ma come mai la produzione italiana andava a go go quando c’era tua zia all’anagrafe negli anni novanta, tua mamma bidella negli anni Ottanta, tuo nonno che arrivava sempre in ritardo negli anni Settanta, tuo bisnonno conunista negli anni Sessanta, ecc. ecc.?

Inoltre, ma non ultimo, non è mica la prima volta che l’Italia subisce una depressione economica esogena, cioè che proviene da fuori. L’altra volta (tanto per cambiare) veniva ancora dagli Stati Uniti, era il 1929, e per la sua portata farebbe impallidire  quella odierna del 2008. Anche negli anni trenta la produzione industriale italiana crollò a seguito del Crash americano, ieri come oggi, ma all’epoca l’Italia aveva moneta sovrana, non c’era nessuna fottuta Unione Europea ad “aiutarci”. Come finì la faccenda? Finì che in otto anni l’economia italiana SI RIPRESE.

Sotto, per i non credenti, un allegro grafico proposto da Giovanni Zibordi di Cobraf:

Spiegato for dummies, il grafico evidenzia che dopo la caduta di Wall Street l’Italia risalì abbondantemente oltre i livelli precrisi. Ci riuscirono gli schifosi fascisti, negli anni trenta, ma come? Bastonando i sindacati e giù di olio di ricino? Naaaa, il grafico è chiaro e parla di deficit pubblico, l’unica possibile ricetta applicabile dopo un crollo economico.

Siamo troppo euroscettici? Postiamo grafici propagandistici di un economista che ha scritto libri contro l’euro, come quelli di Zibordi?

Beccatevi allora la cronaca dell’europeista Repubblica, incapace di mentire almeno in presenza della divina matematica:

Una batosta che non ha eguali rispetto a quanto avvenuto nelle altre economie europee con le quali il Belpaese compete: fatta 100 la produzione industriale italiana nel 2010, nel primo trimestre del 2007 l’Italia registrava quota 118 e nel primo trimestre di quest’anno è precipitata a quota 92. Si tratta – bisogna rilevare – di un livello che si ripete dal primo trimestre del 2013, a indicare che dopo i contraccolpi della crisi finanziaria che si è avvitata sull’economia reale, il Paese è entrato in una fase di lunga stagnazione.

Come si diceva, è diverso il panorama altrove in Europa: sempre secondo i dati messi in evidenza dall’Agi e fatto 100 il dato della produzione industriale nel 2010, la Germania si ritrovava a quota 104 nel primo trimestre del 2007 e nel primo trimestre del 2016 è riuscita a superare quel livello, portandosi a quota 109. Se a inizio 2007 La Francia era invece a quota 113, adesso si trova al livello di 101: l’industria transalpina ha almeno recuperato le posizioni del 2010, anche se ancora non ha riassorbito tutti i contraccolpi della recessione. Discorso più simile all’Italia, invece, per la Spagna: secondo i dati dell’Unctad, se nel 2007 la produzione industriale iberica si prendeva un 127 in “pagella”, adesso è ancora ferma a quota 95

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