La Povertà nell’Era della Globalizzazione e il fallimento della Statistica

Sul tema della globalizzazione ci si divide come per Madonna Ciccone: o la si ama o la si odia. Terzo non datur, come dicevano i latini. I manichei della globalizzazione supportano le rispettive tesi con dati, tabelle e grafici tra loro opposti: ognuno crede di aver estrapolato il giusto. Se limitiamo l’analisi all’Occidente, però, direi che non ci possono proprio essere dubbi: la globalizzazione ha arricchito l’1 per cento (già ricco) della popolazione molto di più di quanto non lo fosse nei decenni scorsi ed ha impoverito tutti gli altri.

Eppure questa sensazione di impoverimento è sfumata, non si percepisce in modo grave, specialmente in alcune aree dell’Europa. Come mai? Il motivo sta nel welfare state, che si è si ridimensionato, ma che non è scomparso, ed ecco spiegato perchè davanti alla Lidl  troviamo i barboni di 30 anni e in sovrappeso.

Questa del barbone “grasso” in Europa, va però assolutamente capita. Non è che quel signore (spesso straniero) che staziona davanti al supermercato a chiedere l’elemosina non sia effettivamente povero. Lo è, ma lo è nella misura del CONFRONTO con gli altri. La povertà, infatti, è una condizione che andrebbe sempre contestualizzata. Sennò è vera l’affermazione che ci siamo progresssivamente arricchiti negli ultimi decenni. Se prendo in esame un manovale bergamasco nell’anno del Signore 2017 che tira avanti con 1300 euro al mese, separato dalla moglie e travolto dal mutuo, dico che è povero, ma probabilmente in casa ha l’energia elettrica, ha un cellulare che gli consente di parlare con gli amici che si trovano dall’altra parte del mondo e in poche ore da Bergamo riesce a raggiungere l’amata zia che abita a Trieste. Quasi sicuramente ha l’acqua calda in casa, il bagno in casa e se prende un’infezione o la bronchite, con un bell’antibiotico gli passa tutto. Insomma, il nostro povero disgraziato divorziato e infelice di Bergamo Bassa vive MATERIALMENTE molto meglio di come MATERIALMENTE vivevano Giulio Cesare,  Luigi XIV di Francia o la Principessa Sissi. Questi soggetti – pur appartenendo alle èlites –  non avevano la corrente elettrica, non avevano a disposizione la doccia bollente ogni volta che giravano il rubinetto, non avevano nè il wifi nè il telefono, e per andare nella città più vicina trascorrevano ore noiosissime a bordo di scomode e fredde carrozze.

L’amico “spargimalta” di Bergamo, invece si. Egli ha tutte queste cose, eppure si sente povero. Questo significa che la povertà, tranne i casi estremi di malnutrizione relegati ad aree lontane del terzo mondo, non è un fatto “materiale”, ma è un fatto soprattutto psicologico.

Se un ereditiere ha avuto dalla famiglia 1 milione di euro e ne perde 800mila giocando al Casinò, si sentirà un fallito rispetto ad un disgraziato che ne ha vinti 190mila partendo da zero. Eppure, giudicando la cosa sotto il mero aspetto quantitativo, l’ereditiere è ancora il più ricco, quantitativamente parlando.

Accantonando gli esempi, si può afffermare che anche qualora fosse dimostrato che la globalizzazione ha peggiorato la situazione degli occidentali, ma ha migliorato quella del resto del mondo (Cina, ecc ecc), l’assunto perde gran parte del suo significato, perchè ricchezza e povertà dipendono dal loro rapporto, non dagli aspetti quantitativi.

Si può considerare ricca una persona che gode di tutti i lussi possibili e immaginabili, ma che è l’unico essere umano rimasto al mondo? Certo che no, perchè non ha nessuno con cui fare il confronto. La globalizzazione ha allargato la forbice tra ricchi e poveri scardinando la classe media.

Tutto il resto, più che statistiche, sono bufale vestite a festa, il cui abito matematico non deve però trarci in inganno

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