Al-Baghdadi morto? Lutto a Hollywood

La notizia non è ancora diventata virale perchè mancano le conferme ufficiali, ma diverse fonti incrociate sembrano confermare la morte del leader dell’Isis, Abu Bakr Al-Baghdadi a seguito di un bombardamento russo su Raqqa avvenuto il 28 maggio scorso. Anche se la prudenza non è mai troppa occorre essere seriamente possibilisti sulla morte del Califfo perchè la fonte, il Ministero della Difesa Russo, non ha smentito la voce che circola con una certa insistenza da domenica scorsa. Siccome tutto si può dire di Lavrov, tranne che sia imprudente nel fornire le notizie e prodigo di informazioni, la morte del primo uomo dell’Isis comincia a essere sostenuta con forza da più parti.

Il fatto che se ne parli ancora poco sui media è dovuto al fatto che in Siria si sta finalmente chiudendo la partita e la morte di Al-Baghdadi non sarebbe altro che la ciliegina sulla torta che squalifica per l’ennesima volta l’importanza dell’intervento americano in medioriente. Ad uccidere il leader islamista, infatti, sarebbero stati i russi. Ai neo-con che guidano gli Stati Uniti verrebbe dunque a mancare il destabilizzatore ideale, colui che dietro alla folta barba nera impediva l’indipendenza della Siria a tutto vantaggio di sauditi e dai loro foraggiatori occidentali.

Non dimentichiamoci infatti che Baghdadi nasce da una famiglia sunnita a Samarra, in Iraq, città sciita, col vero nome di Awwad al Badri. Nel 2003, durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq, Awwad, allora trentaduenne, formò un gruppetto da 4 soldi che si unì  alle formazioni jihadiste. Fino a quando non arrivò il miracolo, il vero salto di qualità: nel 2005 finisce nelle mani dei soldati americani e passa quattro anni in una prigione nel sud di Baghdad. Poi, ovviamente, il numero uno di quello che diventerà il gruppo terroristico più spaventoso del mondo – l’Isis – viene rilasciato.

E che fai? Hai tra le mani un terrorista jihadista e te lo tieni in galera?

Dopo aver sostituito il predecessore Abu Omar, Baghdadi diventa leader indiscusso e stringe alleanza con Al-Quaeda, tranne poi romperla qualche mese più tardi. Con l’inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal nord e dall’est siriano, gli uomini di Baghdadi risalirono facilmente l’Eufrate e presero Raqqa senza colpo ferire, proprio come accadde poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014. Tutto il resto è storia davvero recente: Baghdadi diventa un brand di successo, con video dedicati, un uso del nero e dei loghi bianchi che Adidas e Nortface se lo sognano, prediche dalla moschea e tutto il repertorio classico cui ci hanno abituati.

Con Baghdadi, se ne va uno dei più bravi attori mai apparsi sulla scena mondiale, superato alla consegna degli Oscar come miglior attore protagonista solo dal saudita Osama Bin Laden, anche lui prematuramente scomparso senza che nessuno abbia visto niente, senza funerali, senza un cadavere, senza la più minima ombra di onestà da parte dei vertici americani. Ora a Hollywood, dopo il pianto affranto dei colleghi più bravi di Al-Baghdadi – Roberto De Niro, Al Pacino e Tom Hanks, per citare i più noti –  si terranno le audizioni per cercare un degno sostituto. A Langley i vertici della Cia hanno già lanciato un’idea: e se il prossimo terrorista che destabilizza il medioriente fosse un musulmano naturalizzato in Europa?

I più entusiasti sono gli italiani, in procinto di approvare lo ius soli, che per festeggiare confidano in un futuro Califfo radicalizzatosi a Voghera, ma dovranno fare i conti con i più accreditati pretendenti provenienti da Francia e Inghilterra.

Occorre fare presto, però, prima che Vladimir Putin chiuda definitivamente il Cinema.

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