Quella Torre di Babele chiamata Europa

L’Unione Europea potrà forse diventare uno Stato, ma non sarà mai una Nazione. A ben vedere, tutta questa intricata matassa dell’Unione potrebbe districarsi facilmente se ritrovassimo quello che abbiamo già letto tanti anni fa a scuola e che possiamo recuperare in Rete con pochi clic e gratis, visto che i diritti d’autore vengono meno, quando un testo diventa un classico.

Cosa c’è di veramente diverso tra Stati-Nazione come il Regno Unito, gli Stati Uniti d’America, la Russia, da un lato, e l’Unione Europea, dall’altra? L’aspetto fiscale? Si, anche, forse, ma anche no. L’armonizzazione mancata tra economie del nord ed economie del sud del continente? L’emissione separata dei buoni del Tesoro? Si, anche, forse, ma anche no. Il fatto che in Italia si studia il latino al liceo, mentre in Olanda no?

Si, anche, forse … ma anche no!

Il problema centrale dell’Unione è che non può avvalersi di un’unione culturale, il cui primo garante è rappresentato dal linguaggio. L’identità non può parametrarsi sull’araldica famigliare, sui valori dei nonni, sugli usi e i costumi delle generazioni precedenti, ma certamente la stessa cosa non si può dire della lingua. I cittadini di paesi come gli Stati Uniti o la Russia, pur enormi nelle dimensioni geografiche e multietnici, hanno una lingua in comune. La gente parla e pensa in inglese da Seattle a Miami, da San Francisco a New York. Le varianti del caso – i cognomi più numerosi in California fanno Fajardo, e non Smith – sono del tutto ininfluenti.

L’importanza di avere una lingua in comune, si badi bene, non è legata solo alla trasmissione delle informazioni. Se il problema si limitasse a questo basterebbe imporre la conoscenza di una qualsiasi lingua comunitaria decisa a tavolino dalla Commissione di Bruxelles (l’inglese?) oppure aspettare che arrivino in commercio dei traduttori digitali molto più raffinati di quelli attuali, e per questo manca davvero poco. Il problema, a volte negato, ma più spesso taciuto, consiste nel fatto che chi usa sin dalla nascita una determinata lingua pensa anche in un determinato modo, ed è un “modo” distinto da quello che altri hanno, sia di ragionare che di parlare.

Questo è determinato in gran parte dai concetti. I concetti non sono appesi ad un albero, pronti per essere raccolti dall’uomo. Essi vengono costruiti da una lingua nel  corso storico di una comunità. Capita sovente che alcune lingue ancora non abbiano formato determinati concetti, oppure che ciò sia avvenuto in modo diverso da nazione a nazione.

Primo Levi lo sosteneva in merito a quanto provato personalmente nell’esperienza dei campi di sterminio. Molte vittime – diceva lo scrittore –  per anni non parlarono di quanto era loro accaduto perchè non esisteva nella loro lingua qualcosa che sintetizzasse quell’esperienza, del tutto inedita prima di allora per quelle rispettive comunità d’appartenenza. “Mancavano le parole”, si direbbe, e nel senso letterale dell’espressione. Qualcuno si è mai chiesto perché, ad esempio, nei tedeschi è così difficile far accettare l’idea che il debito pubblico sia una modalità molto efficace di ridistribuzione della ricchezza? Se andiamo a considerare il termine che la lingua tedesca usa per indicare il debito pubblico, forse capiremmo di più e meglio l’ostilità germanica a tutta la questione, anche al netto delle convenienze campanilistiche. Il debito pubblico, sulla stampa tedesca e per bocca degli avventori dei pub in Germania, viene chiamato con il corrispondente italiano di “colpa”. Quindi i tedeschi non dicono: “abbiamo un debito”, ma “abbiamo una colpa”. Per chi ha avuto modo di approfondire la predicazione di Lutero in Sassonia, tutta la faccenda si fa ancora più chiara.

Nel 2017 ricorre la celebrazione dei 500 anni dalla Riforma protestante, cioè dall’affissione delle 95 tesi sulle porte della Cattedrale di Wuttenberg. Nel pensiero protestante la parolina “colpa” è un’autentica ossessione. L’uomo è un peccatore e deve fare quotidianamente i conti col peccato originale e col senso di colpa. Figuriamoci se poi il denaro pubblico utilizzato ai fini sociali in Germania lo chiamano “colpa”. Sarebbe come che un politico dall’allettante cognome di “Massimo Pirla”, pretendesse di fare il peno di voti alle elezioni, o come se il Signor “Mario Spaccadenti” pretendesse di avviare con successo un’attività odontoiatrica.

Non solo, i concetti espressi attraverso parole specifiche fanno da collante sociale, consentono ad una comunità di rafforzare l’unità e il riconoscimento. Questa era la tesi sostanziale di Goffredo Fichte, il filosofo iniziatore dell’idealismo tedesco. In piena occupazione francese della Germania, con l’esercito napoleonico ad occupare le città di Jena e Berlino, Fichte pronunciò pubblicamente i Discorsi alla nazione tedesca. I discorsi, pronunciati ad una platea domenicale piuttosto ristretta sono stati poi pubblicati e divenuti un classico della letteratura storico-filosofica tedesca. La tesi centrale di Fichte era che i tedeschi godevano di una maggiore unità e caratterizzazione sociale grazie al fatto di aver saputo mantenere la loro lingua pressochè  inalterata per secoli. Non dunque la genetica, non dunque la carta d’identità e nemmeno la nascita geografica: a fare di un gruppo umano una Nazione era la lingua che, secondo l’analisi fichtiana, i tedeschi erano riusciti a mantenere con maggiore pregnanza rispetto agli altri popoli europei.

Se c’è un motivo per il quale l’Europa non può decollare come Nazione è questo: manca una lingua comune! Gli italiani, ad esempio, hanno in comune una lingua che prese forma dal prestigio letterario del toscano. Secondo Pier paolo Pasolini, il toscano fu in grado di surclassare le altre lingue regionali a livello tecnico e comunicativo e tutti glielo riconobbero, finchè oggi in Italia tutti lo parlano e lo hanno fatto proprio.

Ecco, questo è un dato prezioso per interpretare i fallimenti dell’Unione Europea di oggi. Nessuna lingua può surclassare le altre e venire universalmente accettata come superiore, almeno non in tempi brevi.

Ciò non significa, purtroppo, che l’Unione Europea non sia destinata ad imporsi sotto il profilo ammnistrativo e politico. Ma va riconosciuto a scanso di equivoci che ciò può avvenire solo se una nazione della confederazione sottomette le altre. L’Europa, infatti, era già “unita” sotto l’impero romano, quando a comandare erano gli italiani; sotto l’impero napoleonico, quando a comandare erano i francesi; o sotto l’impero austroungarico, quando a comandare per la parte orientale erano Metternich ed i congressisti di Vienna.

Ma di questo stiamo parlando quando parliamo di Ue. Di imperialismo, e non di nazione.

2 Commenti

  1. Sembra un articolo perfetto. Da cittadina Svizzera so che non lo è. E vorrei che si tenesse conto che io sono profondamente anti UE. Io credo che una Unione Europea avrebbe senso come Confederazione. Non come ora è nemmeno come Federazione. Solo una confederazione di Stati con ognuno le proprie scuole, la propria polizia la propria costituzione potrebbe avere un senso.

    • Ottima osservazione Ester. Infatti la Svizzera è l’unica eccezione mondiale degna di nota. Un esempio secondo me, ma ho già dedicato degli articoli sulla Svizzera. Comunque concordo su molto di ciò che hai detto. Non ho modo di allegarteli qui tra i commenti purtroppo. Un caro saluto

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