Veneti e Lombardi non andranno proprio da nessuna parte

Se ne parla poco pochissimo, ma potete starne certi: al ritorno dalle vacanze non si farà che parlare del referendum del 22 ottobre col quale veneti e lombardi saranno chiamati a pronunciarsi sull’autonomia. Siccome le due regioni del nord sono la locomotiva economica del Paese, la questione avrà carattere nazionale. Per il Veneto, il fatto ha anche una valenza simbolica, perché lo stesso giorno di 151 anni fa i reduci della Repubblica Serenissima votarono al plebiscito per entrare a far parte del Regno d’Italia. Aver ottenuto il referendum è un merito della Lega, che da anni stava costruendo il percorso ed è tutto perfettamente in linea con la Costituzione, che lo prevede in virtù del Titolo V (art.116).
Da cosa si capisce che vinceranno i si?
Molto semplice, tutti i partiti si sono dimostrati possibilisti. Il movimento5stelle ha già dichiarato di essere favorevole, mentre il centrosinistra, normalmente centralista in questa fase storica, preferisce far finta di niente e lanciare messaggi ammiccanti tramite il sindaco di Milano Sala, il quale ha già detto che al referendum si esprimerà per il si. Inoltre, ed è l’elemento decisivo, essendo il referendum consultivo, non ci sarà bisogno di quorum, ed il peso politico dei promotori (i leghisti) si misurerà più che altro dall’affluenza alle urne. Per la prima volta, ma solo in Lombardia, si voterà anche elettronicamente e non solo ai seggi, cosa che ha fatto andare i grillini in brodo di giuggiole.
Il problema insito in questo referendum sta nel malinteso di fondo, che non si capisce quanto sia voluto. Non c’è niente di peggio, infatti, di una delusione perché ti fa perdere fiducia nel cambiamento. Sotto un profilo meramente tecnico-giuridico, infatti, se vinceranno i si l’unico vantaggio che potranno avere i veneti ed i lombardi sarà di tipo fiscale. Ora, lo so benissimo che molti miei corregionali si stanno già sfregando le mani, ma non sono molto disposto a scambiare uno sconto al supermercato con la Rivoluzione. Sarà pur vero che piuttosto di niente è meglio piuttosto, ma molti degli interessati la fanno facile e inducono a credere che il referendum per l’autonomia sia come quello che si terrà in Catalogna, dove già ora nelle Università si parla una lingua – il catalano appunto – che non è lo spagnolo.
Sia bene inteso, non faccio il tifo per l’Indipendenza di Veneto e Lombardia, ma per la fine del centralismo si e riuscire, come massimo profitto, ad assomigliare un pochino di più al Friuli non mi pare tutto sto risultato, soprattutto perché rischia di rallentare un percorso autenticamente indirizzato a mutare la politica europea.
Nel caso dei veneti, l’esempio più eclatante di questa “possibilità perduta” risiede nelle sanzioni alla Russia.
E’ stato il Veneto l’unica regione a prendere posizione contro le sanzioni dissociandosi dalla politica del governo di Renzi che ha accettato supinamente la decisione presa a Bruxelles.

Con una mozione del consigliere veronese Stefano Valdegamberi (centrodestra), approvata a larga maggioranza, il Consiglio Regionale Veneto ha invitato il governo italiano “a condannare la politica internazionale dell’Unione europea nei confronti della Crimea, fortemente discriminante ed ingiusta sotto il profilo dei principi del Diritto Internazionale, chiedendo di riconoscere la volontà espressa dal Parlamento di Crimea e dal popolo mediante un referendum”.
Inoltre ha chiesto “l’immediato ritiro delle inutili sanzioni alla Russia che stanno comportando gravi conseguenze all’economia del Veneto, i cui effetti sono destinati ad essere irreversibili e duraturi nel tempo”.

Si è trattato di una presa di posizione più pesante di quel che sembra.

Il blocco, da parte della Russia, delle importazioni di frutta e verdura o di mobili, come risposta all’embargo cui è stata fatta oggetto dall’Europa, ha prodotto danni enormi all’agricoltura e all’artigianato veneto in termini di fatturato e posti di lavoro.
Se vinceranno i si le sanzioni alla Russia non saranno purtroppo toccate per questo, ma non vorrei che i veneti mollassero questa ed altre più consistenti prese, a fronte di un bonus fiscale.

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