Macchè Corea, il vero obiettivo è la Cina

Che il vero obiettivo degli Stati Uniti d’America sia la Cina (e non la Russia nè la Corea), lo hanno detto e scritto in tanti. Anche se limitatamente al circuito internettiano, il collegamento tra Usa e Cina appare scontato a tutti quelli che capiscono qualcosa di geopolitica, da Giulietto Chiesa in giù. Quello che invece non è stato chiarito fino in fondo è il vero motivo di questa preoccupazione americana che li costringe ad enormi sforzi diplomatici e militari per preparare lo scontro con il Paese di Mezzo. Anzi, direi che lo sbandierato “protezionismo” di Donald Trump ha accresciuto e non risolto il malinteso. Trump, com’è noto, viene presentato dai media come un imprenditore d’altri tempi, oramai fuori registro storico perchè tutto intento a “chiudere” l’America entro i propri confini commerciali al fine di garantire la paghetta alla working class che lo ha votato. La Cina, per contrasto, viene dai media dipinta come la società neocapitalistica che vuole espandere i mercati con la consapevolezza che i numeri manifatturieri sono tutti dalla sua parte. In verità, se questo fosse il problema, Trump non avrebbe di che preoccuparsi: la Cina conquisti pure il mondo con i suoi prodotti low profile, tanto gli americani si ritroveranno quelle merci rincarate dai dazi e l’indotto delle fabbriche garantirà ai patrioti americani lavoro e consumo. I cinesi, per indole culturale collettiva, non sono affatto interessati a conquistare il mondo, né sono molto attrezzati in materia finanziaria. Insomma, l’America di Trump potrebbe diventare una gigantesca Svizzera, mentre la Cina una gigantesca fabbrica che produce cuffiette e t-shirt. Nulla di così preoccupante da giustificare la guerra mondiale.

Il pericolo cinese è più subdolo, e l’establishment americano né è fortemente consapevole, ecco perché spinge Trump ad atteggiamenti ostili contro la Corea, che è un proxy della Cina sotto il profilo geopolitico.

Pochi mesi fa e' uscito un interessante articolo sulla condizione del Lavoro in Cina. Dal 2001 ad oggi i salari reali sono triplicati, superando quelli di paesi come Brasile, e a breve agguanterà Spagna e Portogallo. Nelle grandi città, tipo Shangai, lo stipendio medio ha raggiunto quello medio italiano.

Eppure, negli anni '70 la Cina era un Paese del Terzo Mondo, sul quale giravano barzellette di questo tono:

“Sai perché in Cina seppelliscono i morti col culo fuori dal terreno? … Per parcheggiare le biciclette…”

Oggi la Cina non solo è un paese del Primo Mondo, ma è proprio il cuore produttivo del pianeta.

Non solo. La Cina – ove vive quasi un miliardo e mezzo di persone – è gestita e diretta dal PARTITO COMUNISTA!

Ma come, non ci avevano spiegato per quasi 30 anni che il comunismo era fallito in tutto il mondo e che dove ancora resisteva affossava l’economia?

In Cina, udite udite, esistono ancora i piani quinquennali, quelli che la mia generazione aveva studiato sui vecchi libri di geografia alle medie. E sono piani quinquennali che funzionano.

In Cina esiste una pianificazione economica dello Stato.

Questo è quello che non fa dormire di notte i neo-con americani: non è (per loro) accettabile assistere al trionfo di un Paese comunista coi piani quinquennali e il controllo delle risorse da parte della politica. Trionfo che riguarda centinaia di milioni di individui, il cui cognome, non fa Smith, ma Chang.

L'Imperialismo, inteso come sistema di dominio e sfruttamento mondiale, sta per essere imbrigliato dall'asse Cina-Russia. Ciò che vediamo in Ucraina, Siria, Brasile, Venezuela … sono solo colpi di coda di una nazione, gli Stati Uniti, che è ora allo sbando per quanto riguarda il proprio dominio sul mondo. Purtroppo, quando la bestia sta per essere abbattuta, essa aumenta la propria pericolosità per istinto di sopravvivenza. E questo mette a repentaglio la sicurezza di tutti.

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