Il Capitalismo ed il Paradosso del Panino

Chi legge siti di controinformazione come questo è portato a pensare che si tratti, in estrema sintesi, di anticapitalismo. E già il fatto che molti analisti si concentrino sul sistema economico oggi imperante con giudizi critici e negativi dovrebbe far pensare, ma è scorretto ritenere che tutta questa attenzione rappresenti un anticapitalismo tout-court, becero e ideologico. La storia ha dimostrato in modo piuttosto inequivocabile che il capitalismo come forma economica ha saputo mietere diversi successi, soprattutto perché ha accompagnato l’accelerazione tecnologica e le scoperte scientifiche. Se letta sotto un profilo morale - bene/male o felicità/infelicità - l’avventura capitalistica pone diversi problemi, ma se viene considerata sotto un profilo esclusivamente tecnico, il numero di questi problemi si restringe molto.

Ne propongo due, sempre al netto delle considerazioni morali. Il primo è arcinoto, e mi limiterò a farne cenno. Il secondo è invece meno noto, ma di forte attualità.

1 - Il capitalismo migliora lo stato di salute dei cittadini (in media) e il plurisecolare problema del vitto e dell’alloggio (in media), MA AUMENTA LE DISUGUAGLIANZE. Detto diversamente, il capitalismo ha consentito a tutti (in media) di diventare più ricchi, ma ha aumentato la percezione della povertà. Come dite? La percezione non conta? La percezione conta eccome, e forse più della fattiva realtà. E’ un po’ come la questione del “caldo percepito” di cui si è parlato in questi giorni. Non importa solo che il termometro mi dica che ci sono 35 gradi, è molto grave il fatto che ne percepisca 40….

In effetti, perché ci siano persone ricche, è necessario che ci siano persone povere. Questo è sempre stato anche nel passato, ma col capitalismo questa “percezione” aumenta. Ci fu un tempo, il tempo più lungo per l’umanità, in cui il problema principale era procurarsi il cibo. Chi non aveva questo problema (nobili e re) era considerato ricco. Oggi non c’è più questo problema, semmai è più probabile morire per l’eccesso di cibo che per la sua penuria, eppure i poveri si sentono più poveri. Questo meccanismo non ha subito una decelerazione, anche se, di fatto e calcoli alla mano, la vita materiale ha fatto passi da gigante col capitalismo. Il problema è dunque che senza il capitalismo, cioè con altre forme economiche vigenti, in una famiglia di dieci figli era facile che la maggior parte dei componenti morisse di fame o di malattia in età giovane. Oggi nessuna famiglia subisce questo, ma spesso quella moderna  è una famiglia che non ha figli o che ne ha uno solo e se muore è la fine del mondo per quel nucleo, la cosa peggiore in assoluto che possa capitare. In passato, invece, se un nucleo famigliare aveva 10 figli e ne morivano 5, i membri sopravvissuti non facevano neanche una piega: si piangeva la morte di un figlio come oggi la rottura dell’automobile. Ciò non significa manco per niente che, allora, secondo questa linea argomentativa, era meglio in passato, ma significa che oggi non è affatto da considerare un paradiso questo modello, perché il barbone che vive sotto i ponti non si accontenta della spiegazione che adesso, grazie al capitalismo, ci sono gli antibiotici e non morirà di infezioni e c’è la mensa del Comune e non morirà mai di fame. Lui è comunque un poveraccio perché il capitalismo ha alzato l’asticella di ricchezza e povertà, ma non ha né eliminato né ridimensionato il fenomeno. E’ un problema di percezione non di poco conto. (ehm, lo ripeto a scanso di equivoci: solo un squinternato può pensare che allora si debba tornare indietro).

2 - Il capitalismo di questi anni sta vivendo un incredibile paradosso. Da un lato spinge verso i consumi e l’individualismo; dall’altro, promuove la scomparsa delle libertà individuali. Me ne rendo conto, essendo un paradosso non è semplice intuirlo. Finora, i critici anticapitalisti, ci hanno raccontato che il capitalismo vuole annullare la collettività a favore dell’individuo. Tuttavia, l’individuo che si trova sempre più consumatore, senza vincoli famigliari, e libero di fare e di dire ciò che vuole, viene imbrigliato dentro scelte consumistiche progettate dai capitalisti e alle quali egli non può derogare, pena punizione politico-amministrativa e dunque collettiva.

Per spiegare meglio questo assunto, proverò con un esempio tratto dall’attualità: il divieto di mangiare panini fatti in casa presso le mense scolastiche.

«Un disegno di legge scritto col copia incolla – si legge sul Fatto Quotidiano - è quello che detta le nuove regole sulla ristorazione collettiva: per capirci ospedali, mense aziendali o scolastiche. Queste ultime, peraltro, oggetto di una serie di sentenze e ricorsi sull’ormai famigerato “panino da casa”. Problema: la relazione illustrativa del testo è quasi tutta farina del sacco delle imprese del settore, un po’ come capitò con Confindustria e il Jobs Act. La fonte originale di questa parte del disegno di legge può essere infatti rintracciata in un discorso del 12 giugno 2015 tenuto da Carlo Scarsciotti. Chi è costui? si chiederà il lettore. Presidente di Angem (Aziende della ristorazione collettiva e servizi vari), è amministratore unico di Oricon – l’osservatorio che riunisce sette grandi aziende della ristorazione (Camst, Cir, Sodexo, ecc.) che coprono il 54% del fatturato scolastico – e pure vicepresidente di Food Service Europe (che fa lobby a livello Ue)».

Per farla breve, secondo quelli del Fatto Quotidiano, da un lato abbiamo una lobby della ristorazione che mette mano sulla legge del settore; dall’altro abbiamo in pratica un divieto al “panino fatto da casa”, facendo diventare “i servizi di ristorazione scolastica parte integrante delle attività educative”.

L’interesse delle imprese sul tema è ovvio: la refezione nella scuola dell’obbligo genera un volume d’affari calcolato in 1,25 miliardi di euro grazie a 380 milioni di pasti all’anno per due milioni e mezzo di studenti (dati Anci).

Se c’è una cosa che il Capitale odia è che l’individuo “si arrangi”. Per i capitalisti (produttori spesso di cianfrusaglie) non c’è niente di peggio di individui che invece di sostituire gli oggetti, li riparano; di famiglie che hanno l’orto; di mamme che preparano il panino col salame per il figlio anzichè comprarlo dalla catena industriale; di uomini che spaccano la legna e con quelle fanno andare una stufa o un camino. A quando una tassa sulle stufe economiche? A quando il divieto di farsi l’orto in casa con la scusa di qualche stronzata pseudosanitaria di sicurezza?

Altro che individualismo! Il capitalismo non riesce a risolvere questo enorme paradosso tra consumismo individualista e dittatura industriale, tra libertà soggettiv e coercizione del mercato mascherata da Stato. I suoi nuovi insuccessi, oramai, sono sotto gli occhi tutti, nonostante un passato glorioso e foriero di enormi passi evolutivi per la nostra specie.

1 Commento

  1. A proposito di scuola, esiste ancora l’obbligo per l’insegnante di adottare libri di testo nelle scuole medie? Centinaia di euro strappati dalle tasche delle famiglie per l’ennesima riedizione di qualche testicolo.

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