La frittata del Supereuro

Sull’euro abbiamo scritto e detto molto in questi anni assieme ad altri analisti ben più preparati (Barnard, Bagnai, Cattaneo, Zibordi, Gallino). Ma al di là dell’assurdità sconvolgente di questa moneta transnazionale, oggi, a che punto siamo con le politiche monetaristiche? Come sta l’euro?

Una cosa è certa: in barba a Draghi l’inflazione in eurolandia fatica a sollevarsi (l’obiettivo del 2 per cento è lontano), mentre negli Usa cominciano a preoccuparsi seriamente per una sua impennata. Preoccuparsi è un po’ un modo di dire, perché è proprio quello che Trump voleva.

Tradotto: il problema dei prossimi mesi sarà quello del cambio euro/dollaro, nel senso che la quota considerata critica per l’economia europea, fissata a 1,20 dollari per 1 euro, sta per essere raggiunta e superata dato che oggi siamo a 1,19. Nella vita di tutti i giorni cosa significa avere un euro molto forte? Come sanno anche i sassi, il rischio è quello di un calo delle esportazioni a favore di Usa e Cina. Se il nostro Paese si fosse dotato – come previsto dalla Costituzione – di una moneta sovrana, questo problema non esisterebbe nemmeno, perché il tasso di cambio verrebbe regolato dalla banca centrale italiana a seconda dell’andamento della bilancia commerciale. Siccome non è così per gli arcinoti motivi, il nostro paese si è vocato quasi totalmente al Dio Export. Un euro forte significa che i prodotti italiani costano di più, mentre altri prodotti extraeuropei risulteranno più convenienti di quelli italiani. Insomma, non è che ci vuole un genio

Quando nella storia si sono verificate queste situazioni, l’economia delle nazioni virava diritto verso l’indotto, mentre in eurolandia si è preferito tenere i salari sotto i piedi e, quindi, di fatto, impedire l’indotto.

I salari sono bassi anche perché l’italia è sbilanciata verso l’export. Le società, infatti, vendono molto bene fuori, ma non vendono bene “dentro”. Ciò accade perché la disoccupazione è alta e c’è molta domanda di lavoro. Chi lo fornisce può dunque permettersi di pagare poco, ma chi è pagato poco compra meno. L’euro forte, dunque, è sempre stato uno dei principali problemi dell’economia italiana e oggi rischia di aggravarsi.

Con Trump che può ridimensionare il nostro export facendo “protezionismo” e la Merkel che da anni ha affossato il nostro indotto, la frittata del supereuro si fa sempre più consistente e indigesta.

Solo così si spiegano le parole di Mario Draghi a Jackson Hole, la località di montagna dove si riuniscono in agosto i finanzieri più importanti del mondo.

“Il protezionismo – ha detto il Drago della Bce – rappresenta un serio rischio per la crescita della produttività e del potenziale dell’economia globale”. E questo rischio è “particolarmente acuto alla luce delle sfide strutturali che devono affrontare le economie avanzate”. Il presidente della Bce rileva che ci sono ambiti dove le politiche nazionali possono incidere per la crescita della produttività come la concorrenza, ricerca e sviluppo ma “quando pensiamo all’economia globale una delle chiavi per la produttività è l’apertura. “Apertura ai commerci, ai flussi finanziari e agli investimenti” ha indicato Draghi in quanto “giocano un ruolo fondamentale per la diffusione delle nuove tecnologie”. Il presidente Bce rileva che “il consenso sociale” rispetto all’apertura dei mercati “in anni recenti si è indebolito”.

Secondo voi con chi ce l’aveva? Ma con Donald diamine, l’aperitivo biondo che fa impazzire il mondo!

Se il Presidente americano raggiunge i suoi obiettivi in economia, e cioè rilancia l’indotto americano e allo stesso tempo l’export U.S.A. grazie ad un dollaro debole, per l’Europa saranno dolori de panza, tutta protesa com’è da molti anni a vendere fuori fregandosene bellamente degli stipendi degli europei.

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