La prevalenza del Cretino in azienda

Se c’è una cosa che gli uomini contemporanei non sopportano è di essere criticati. Sembra impossibile, ma una delle più grandi conquiste della filosofia, l’esercizio dello spirito critico, sta per scomparire come metodo, o perlomeno per esaurirsi in un vuoto esercizio di retorica. Eppure, la critica è stata il vero motore del progresso. Gli imprenditori alla Adriano Olivetti non esistono quasi più, e gli studi esasperatamente tecnici che si sono affermati nelle ultime decadi alle superiori e alle università hanno fatto il resto: ora prevalgono i cretini! Non sono parole mie, ma di Andrè Spicer, autore dello splendido libro “Il paradosso della stupidità”.

Spicer è professore di Comportamento organizzativo alla Cass Business School e Mats Alvesson, suo co-autore, è professore di Amministrazione aziendale all’Università di Lund

 “Sembrare degli idioti e agire da cortigiani”, ecco il segreto per fare carriera!

Questo è – in estrema sintesi – il paradosso della stupidità che porta le organizzazioni ad accettare atteggiamenti irrazionali e a limitare le potenzialità dei talenti.

Per la verità, secondo l’autore dello studio, la stupidità in azienda paga solo nel breve termine. Nel lungo periodo atteggiamenti assurdi e del tutto idioti da parte di management e dipendenti possono portare al collasso organizzativo, al tracollo finanziario e al disastro tecnico. In altre parole, Spicer prova a spiegare come mai le organizzazioni accettino comportamenti illogici da parte dei propri dipendenti.

“Quando i membri di un’azienda – sostiene Spicer – non pongono troppe domande, le persone tendono ad andare maggiormente d’accordo e il lavoro a essere svolto in modo più efficiente. Anche i dipendenti beneficiano di una scalata facilitata verso la cima dell’albero della cuccagna”. Il guaio è che i rischi di questa “comodità” possono facilmente portare al disastro.

Se ai dipendenti viene imposto di essere sempre positivi e di eseguire gli ordini senza critiche il lavoro procede più spedito. Ma i rischi sono altissimi. Secondo l’analisi proposta si arriva tranquillamente anche al fallimento.

“Abbiamo iniziato chiedendoci – afferma Spicer – perché aziende importanti con persone talentuose e intelligenti potevano fare cose così stupide. Abbiamo scoperto che tali organizzazioni spesso assumono persone intelligenti e poi le incoraggiano a non utilizzare la propria intelligenza”.

“Le persone intelligenti – sostiene – si pongono istintivamente delle domande e pensano in maniera autonoma. Ma ciò sovente viene  scoraggiato in maniere sottili e meno sottili. I dipendenti si sentivano rivolgere frasi del tipo ‘non pensarci, fallo e basta’ e ‘non portarci dei problemi, ma solo soluzioni’. I lavoratori intelligenti imparavano in fretta a non porsi troppe domande o pensare troppo dato che utilizzare completamente la propria intelligenza avrebbe suscitato domande imbarazzanti che avrebbero potuto infastidire superiori e colleghi. La linea d’azione più semplice spesso era continuare a lavorare”.

“Abbiamo osservato molti processi – continua l’autore – che sbalordiscono i dipendenti come per esempio il fatto che molti leader incoraggino i propri subordinati a non pensare troppo. Altri esempi includono politiche e processi seguiti pedissequamente, operazioni aziendali di facciata che hanno più a che fare con il simbolico che con la sostanza, aziende che imitano in maniera acritica altre aziende e culture aziendali che intrappolano i dipendenti in camicie di forza mentali”.

Lo studio di Spicer e Alvesson rivela dunque molte cose interessanti. Anche se non parla esplicitamente di politica, fornisce qualche involontaria deducibile rivelazione sulla lunga crisi internazionale e offre un’indicazione precisa sul rapporto tra Potere e subordianti e del perchè, molto spesso, non si capisce come mai così tanti imbecilli riescano ad assumere posizioni dirigenziali e di prestigio dentro le strutture aziendali.

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