La recessione in agguato e la «distruzione creativa» di Schumpeter

Come mai se tutto sale anno dopo anno (borsa, utili, occupazione, mammelle delle vecchie a Ibiza), i grandi esperti d'investimento degli Stati Uniti da diversi mesi predicano sventura? In una recente intervista al trader italiano Gennaro Porcelli, Ted Lee Fisher ha parlato senza mezzi termini di una guerra, mentre nel suo ultimo outlook ai clienti, il decano delle obbligazioni Bill Gross ha citato nientepopodimeno che Joseph Schumpeter, l'economista di Scuola Austriaca, che teorizzava la "distruzione creativa" come modalità ineludibile e necessaria di progresso. Per non parlare del guru dell'oro, lo svizzero Marc Faber, secondo il quale il mercato statunitense starebbe per restare presto senza benzina.

Gli investitori di medio e basso profilo gongolano ogni qual volta, in queste settimane, si traccia poi un bilancio dei risultati: le azioni salgono e i guru vengono smentiti mese dopo mese. Tuttavia, i ragionamenti che vengono proposti dai grandi investitori non sono affatto collegati alle previsioni 2017 o 2018, ma alla possibilità reale di un rischio sistemico. Vediamo, in linea di massima, il nodo centrale di questa analisi pessimistica e che accomuna un nutrito numero di guru economici.  In primo luogo, il mercato sta facendo crescere le quotazioni di determinate società, in particolare del settore tecnologico, drogando l'intero mercato. Per fare un esempio banale, è come se Google e Apple trainassero al rialzo anche un fantomatico Piripicchio Group. Mentre per Apple e Google un aumento si giustifica in termini di risultati, ciò non avrebbe senso per Pripicchio e le altre società simili, che si trovano con quotazioni al di sopra del valore reale, solo perchè fanno parte dello stesso segmento dei due colossi succitati. Insomma, secondo molti di questi analisiti, in particolare Marc Faber, il mercato americano potrebbe subire lo stesso sboom visto all'epoca delle dot-com nel 2001.

In secondo luogo, c'è il problema del debito. E no, non mi riferisco a quello pubblico, che come ripetuto fino alla nausea è una questione meramente contabile e politica, ma a quello di aziende e privati cittadini. Secondo Bill Gross, ad esempio,  i segni che tradizionalmente prefigurano le recessioni, ancora popolari negli staff delle banche centrali, non sono più affidabili. Il livello d’indebitamento di aziende e famiglie ha raggiunto una sorta di record, cui nessuno è abituato e quindi da qualche tempo ci siamo addentrati in un territorio inesplorato. Le banche centrali starebbero usando parametri del passato e ormai fuori luogo per giudicare la politica economica attuale.

"Storicamente - ha scritto lo scorso 20 luglio il Wall Street Journal -  con dimostrazioni a conforto nei casi del 1991, 2000 e 2007-2009, le recessioni sono state preannunciate dall’azzeramento dello spread fra i rendimenti dei treasuries trimestrali con quelli decennali. Al momento, essendo tale spread vicino a quota 80 punti base (abbastanza lontano dallo zero dunque), i funzionari della Fed credono che una recessione non sia in vista".

Le parole di Gross, sono un pelino tecniche, ma chiare se lette attentamente: "“l’aderenza di Yellen, Bernanke, Draghi e Kuroda ai modelli storici standard come la regola di Taylor e la curva di Phillips hanno distorto il capitalismo come un tempo lo conoscevamo, con conseguenze sconosciute in agguato nell’ombra dei prossimi anni”

Traduzione: avendo consentito per lungo tempo ad aziende e privati di finanziarsi a tasso zero, ora ci sarà una risalita della curva e quindi il costo del denaro si alzerà anch'esso. Cioè indebitarsi ora costerà di più. Questo meccanismo, lo sappiamo, c'è sempre stato, segue come un ciclo, è come la ruota per il criceto, prima o poi si arriva là e prima o poi ci si allontana. La grossa novità, però sta nel fatto che in troppi sono indebitati già ora. Praticamente, mezzo mondo, per consumare e mantenere il solito tenore di vita, vive a prestito.

Come dicevano in quel vecchio film di Brandon Lee? "Non può piovere per sempre"

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