Della serie: metti la cera, togli la cera. La differenza tra Rischio e Pericolo

Al "Festival del Pensare" di Pisa non sapevo cosa pensare, visto che di questi festival culturali o pseudotali ormai ne ho pieni gli ammenicoli. Il tema del rischio, però, era troppo allettante per tutte le implicazioni che comporta nel campo economico-finanziario e politico. Se poi a parlarne è un filosofo come Giacomo Marramao l'attrazione è divenuta irresistibile. E il filosofo calabrese non ha deluso le aspettative, chiarendo anche da un punto di vista etimologico, l'enorme differenza che sussite tra «rischio» e «pericolo».

Il rischio, ha detto Marramao, viene dal portoghese e dal latino, con tutti gli adattamenti che porteranno poi al tedesco. Per capirne la natura, il sociologo Ulrich Beck ha scritto un libro: la società del rischio, nel quale ha ricordato che l’espressione tedesca Risikogesellschaft ha a che fare con una metafora marittima, quella dello scoglio particolarmente tagliente e la cui massa per la maggior parte rimane  sommersa, costituendo così un grande rischio per la navigazione.

Chi si metteva in mare nei tempi antichi lo faceva per molti motivi, commerciali o militari soprattutto, ma di sicuro lo faceva volontariamente. Non capitava, insomma, di trovarsi in mezzo al mare per caso, per l'accidentalità degli eventi, ma sempre per una volontà umana, per una scelta. Questa scelta volontaria teneva conto del fatto che ci potessero essere inconvenienti più o meno gravi, e forse il più grave di tutti era quello di arenare su uno scoglio tagliente, difficile da scorgere anche dal marinaio più esperto, visto che la parte nascosta è di norma più consistente di quella che appare in superficie.

Detto diversamente, il rischio e la scelta sono due facce della stessa medaglia, mentre "pericolo" per contro deriva dal termine greco “peras” che vuol dire limite, ed è connaturato al limite della nostra esperienza. Dalla radice greca “per” deriva anche il termine esperienza che significa attraversare il limite e dunque correre un pericolo. Il pericolo non è scelto, ci si imbatte e basta, per esperienza di vita.

Ecco allora che si capisce molto meglio perchè la finanza e la politica sono vicine. In entrambi i casi gli uomini scelgono di rischiare, non cade nulla addosso loro che essi non abbiano in qualche modo voluto e calcolato.

 

 

La finanza è dunque un rischio perchè è connaturata alla psicologia e alla catena di aspettative. L'investitore non sa il futuro, non sa come andranno le società azionarie, la geopolitica ecc, ma è ben consapevole che egli porta piena responsabiltà delle scelte che ha intrapreso. Anche in politica è così: il rivoluzionario, l'attivista, financo l'amministratore pubblico rischiano perchè fanno delle scelte e ne devono portare il peso della responsabilità.

L'elemento chiave per la gestione del rischio connaturato alla scelta è la strategia, e  non a caso il filosofo Marramao cita la Cina, come emblema contemporaneo della connessone tra finanza, potere e pianificazione strategica.

Di quest'ultima, aggiungo io, la Terra di Mezzo si sta rivelando particolarmente capace ed efficace, sulla scia dell'antico maestro Sun Tzu, per il quale "rendersi invincibile significa conoscere se stessi".

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