I più grandi matematici del mondo hanno studiato Latino e Filosofia

Quest'anno tardava a sopraggiungere, ma con l'arrivo di settembre ecco puntuale come un orologio svizzero l'attacco alle discipline umanistiche. Prima è uscito dalla tana l'Ocse, l'istituto statistico più ideologico del mondo, poi gli onnipresenti Feltri, Forchielli e Boldrin. Ancora non si è sentito il pistolotto di Piergiorgio Odifreddi, ma confidiamo che non mancherà anche quest'anno di praticare il suo sport preferito: la critica al sapere umanistico.

Allora ho fatto come fanno i filosofi, sono andato a vedere ed ho preso come riferimento la regina delle scienze - forse l'unica vera scienza - cioè la matematica.

Com'è noto, il mondo "latino" o mediterraneo, ha fornito l'umanità dei più grandi matematici mai esistiti. In Italia sono nati Pitagora, ma anche Renato Caccioppoli, il mitico Fibonacci e Giuseppe Peano. E non erano forse di area latina Cartesio, Fermat, Poincarè? L'elenco è troppo lungo, ma continuare su questa linea sarebbe come sparare sulla croce rossa. I matematici citati sono infatti oramai morti e sepolti. E oggi? Quali sarebbero i matematici viventi di "giovanile" cultura umanistica? Non è forse una specie di ossimoro associare matematica e cultura umanistica? Non sarebbe ora di fare più matematica a scuola come in Cina?

A parte il fatto che sfido chiunque a citarmi un matematico cinese che sia uno, questi interrogativi meritano una qualche risposta, anche perchè, come hanno capito persino i somari, il vero obiettivo di questa polemica annuale è la scuola, rea di non formare lavoratori, ma "poeti".

Allora parliamo dei grandi matematici viventi, come Andrew Wiles, Grigorij Perel'man e Kaczynski. Oltre, naturalmente, ad una naturale e forte disposizione per la matematica, cos'altro avrebbero in comune questi geni della matematica tutt'ora viventi e operativi? Basterebbe dire che da ragazzi frequentarono scuole di ottimo livello, ebbero una eccellente infarinatura umanistica e si interessarono di logica e filosofia. E' molto curioso scoprire che in Italia coloro i quali criticano aspramente  queste discipline hanno - al contrario - due caratteristiche in comune: 1) non sono matematici e 2) non hanno studiato latino e filosofia o l'hanno fatto negli anni del '68, quando regalavano i voti. Qualcuno potrebbe obiettare - ad esempio - che Piergiorgio Odifreddi è un docente universitario, matematico e logico pur avendo fatto la scuola professionale per geometri. Anche nel caso (eccezionale) di Odifreddi va comunque segnalato che Odifreddi non è un matematico famoso fuori dallo Stivale, che non ha scoperto  nulla di nulla nel suo campo e che, quando viene intervistato in televisione, non parla mai di matematica, ma di religione e filosofia, cioè dove raccoglie i maggiori ascolti e dove  - nascostamente - sta forse maturando i suoi maggiori interessi. 

Assodato che la stragrande maggioranza dei matematici di gran nome non disprezza affatto latino e filosofia, viene allora da chiedersi il perchè.

Il motivo non è che "aprono la mente", come si suol dire, ma che il latino e la filosofia, discipline caratterizzanti dei licei, sviluppano il pensiero razionale e forniscono forte disciplina nello studente. Lo sviluppo della disciplina e dei meccanismi di funzionamento della mente sono stati riconosciuti in numerosi convegni e studi, anche internazionali. Oserei dire che questa polemica è una polemica solo italiana, ideata da chi vuole una futura generazione di tecnici privi di spirito critico, di capacità dialettiche e sostanzialmente indifferenti alle tematiche civili e sociali. Una scuola dove si studia solo matematica, chimica e disegno tecnico non può infatti far maturare uno spirito critico - a meno che lo studente di turno non sia condizionato e motivato da discussioni famigliari e letture private. Senza lo spirito critico e una sviluppata capacità linguistica è letteralmente impossibile reggere alla lettura di un testo scientifico, comprenderlo,  e dunque conseguire un qualsiasi progresso. In quegli stati ove latino e filosofia sono completamente esclusi dai curricula scolastici li sostituiscono de facto con letteratura creativa, psicologia e filosofia applicata all'interno di altre discipline, come la fisica o la storia.

E' pur vero che l'Italia non brilla nelle statistiche internazionali come l'Ocse Pisa atte a misurare la conoscenza della matematica degli studenti italiani. Chi se la passa meglio di noi, come la citatissima Finlandia, non somministra certo lezioni di filosofia e latino. Tuttavia, in Italia non vi è una scuola superiore uniforme. In altre parole, i teenagers italiani studiano al liceo, ma anche all'alberghiero, frequentato gli istituti tecnici e professionali in misura massicciamente superiore agli studenti del Classico, per dire. Se esistessero statistici meno ideologizzati e indipendenti dagli istituti di matrice anglosassone, si scoprirebbe che ai test di matematica gli studenti che ottengono i risultati migliori sono quelli che frequentano lezioni di letteratura, latino, filosofia e  storia. All'interno di una scuola come il liceo scientifico, ad esempio, gli studenti più bravi in matematica e in grado di distinguersi alle Olimpiadi della matematica sono senza dubbio quelli dell'indirizzo ordinario. Meno bravi quelli di scienze applicate, ove non c'è latino! Se poi aggiungiamo a questo confronto gli studenti degli altri inidirizzi liceali di nuova formazione, come l'economico-sociale, il musicale o il liceo linguistico - indirizzi nei quali le lezioni di filosofia sono ridotte - il dato sulle capacità matematiche emerge in modo lampante. Come mai, secondo i dati Ocse Pisa - gli studenti del professionale, ove si fa matematica ma non latino - vanno peggio in matematica degli studenti del Classico? Domande alle quali non avremo mai risposte ufficiali visto che smentirebbero in un colpo solo le fandonie ideologiche dei ciarlatani scientisti che infestano i media nazionali.

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