Il paradosso dei Mercati prima della Terza Guerra Mondiale

I guru qualche settimana fa, a diverso titolo, hanno espresso preoccupazione per il futuro andamento dei mercati, in qualche modo prevedendo l'esplosione di una bolla. Sui social, nelle più attive comunità degli investitori, le aspettative sono un po' più ottimistiche, ma tutto sommato simili. Insomma, la domanda che tutti si fanno è questa: com'è possibile che i mercati vadano bene, che le azioni in Borsa salgano quando c'è il rischio concreto di uno scontro nucleare senza precedenti? Ma gli investitori non sono preoccupati? Perchè non mollano la borsa e si rifugiano in assets più tradizionali, come l'oro ed il mattone? In fondo, la crescita del pil non sta registrando numeri tali da giustificare i record di indici come l'SP500.

Mentre si registra ogni giorno che passa un aumento di questa preoccupazione, le Borse se ne fregano bellamente e mietono un successo dopo l'altro. Donald Trump dice che la Corea del Nord va annientata? Ecco che il titolo Apple torna in area 160 dollari ad azione. Kim Jong-Un risponde che è in grado di far sparire il Giappone dalle cartine geografiche? Ecco che l'indice della borsa nipponica, il Nikkei, sfonda la soglia psicologica dei 20mila punti e si mantiene lì sopra. Insomma, la crisi geopolitica  non scioglie il grande paradosso dei mercati internazionali che salgono da 8 anni.

Per contro l'oro, bene rifugio per eccellenza, non sta brillando. Dopo aver superato la soglia - comunque molto importante - dei 1300 dollari per oncia, il rally che molti si aspettavano non c'è stato. Come mai, verrebbe da dire, l'enorme liquidità creata in questi anni dagli alleggerimenti quantitativi delle Banche Centrali non si sposta dai mercati a rischio (azioni, derivati, opzioni) a quelli meno a rischio? Cosa sanno, i big, che noi non sappiamo?

Per sciogliere queste contraddizioni si possono analizzare due dati.

IL PRIMO. I big non vendono mai "tutto d'un colpo". Il rilascio degli assets di norma avviene in modo lentissimo, quasi impercettibile, ed è solo quando che la cosa emerge con una certa chiarezza che tutti seguono a ruota e scoppiano le bolle. In questi giorni vi sono volumi elevati e molte banche asiatiche si tengono moderatamente ribassiste. Insomma, è verissimo che tutto sale, ma una percentuale del mercato - quello che conta di più per "peso specifico" - sta uscendo dalle posizioni, oppure è già uscita, o addirittura punta al ribasso.

IL SECONDO. Scienza e tecnologia non hanno una crescita lineare, ma esponenziale. Questo significa che le modificazioni nella vita e nel lavoro si stanno facendo sempre più rapide e che, parallelamente, vi è molta fibrillazione tra gli investitori per tutto ciò che riguarda le start-up, la cibernetica, i droni, la robotica. Sono un po' tutti alla ricerca di grandi occasioni. Se i nuovi prodotti dell'intelligenza artificiale (A.I.) dovessero fare il botto e sostituire in toto o quasi il lavoro umano, chi detiene in portafoglio quote delle società tech rischia seriamente di diventare ricco. Un esempio è la start-up Uber, alla cui quotazione in borsa correranno tutti come forsennati. Se a questo scenario aggiungiamo che conti deposito, buoni postali e obbligazioni non rendono nulla di nulla (è già tanto se coprono l'inflazione), ecco che il grande mistero è finalmente svelato. Una guerra nucleare può far crollare tutto, ma il meccanismo del grande switch tecnolgico si è ormai innescato e grandi profitti sarebbero all'orizzonte, a prescindere dalle guerre.

A questa analisi, tuttavia, mi permetto di aggiungere un giudizio personalissimo e dettato dalla mera esperienza. Al netto dell'analisi tecnica o di quella sui volumi, la storia ci dice che quelli poco sopra ricordati sono gli stessi identici  discorsi che si sentivano e che si facevano nel 1999/2000, prima che la bolla delle dot.com scoppiasse violentemente in faccia a tutti quelli che possedevano in portafoglio un qualsiasi titolo tecnologico.

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