100 anni fa La Rivoluzione d’Ottobre. E i Padroni hanno ancora paura

In questi giorni si celebrano i 100 anni da quando Lev Trotskij e un manipolo di uomini assaltò il Palazzo d'Inverno a San Pietrobrogo, allora sede del governo in Russia. Da quell'episodio si sviluppò il comunismo di matrice sovietica e la guerra civile che portò alla nascita dell'Urss. I risultati ambigui e spesso molto negativi di quella stagione portano alle analisi discordanti di oggi. Al solito, invece di analizzare pro e contro fornendo una visione d'insieme, si glorificano o si odiano i bolscevichi come fossero giocatori della Juve o del Milan. Putin, da politico astuto, preferisce non celebrare. Appellandosi alla tradizione pre-leninista egli cerca la stabilità e da premier tacitamente condanna ogni forma di esaltazione del disordine rivoluzionario. Pur riconoscnedo molti meriti "tecnici" del comunismo, chiude la porta di quella storia e preferisce esaltare la vittoria nella seconda guerra mondiale o genuflettersi di fronte alle icone dell'ortodossia cristiana. Da estimatore di Putin dico subito che questa mossa dell'uomo non la condivido per niente poichè senza il comunismo non ci sarebbe stato proprio nessun Putin "figlio di operai" al potere, ma qualche rampollo scemo dei Romanov o qualche figlio di papà, in stile Donald o Macron. E pur tuttavia, da uomo politico è una scelta che capisco benissimo, essendo tipica dei grandi statisti che vogliono interpetare il sentimento del loro popolo. In questa fase storica la Rivoluzione d'Ottobre non interessa alla maggior parte dei russi. In futuro non si sa, ma al momento è così. Dunque Putin, liquido e Zen come al suo solito, esprime il sentimento del suo popolo. Un popolo che si appella alla storia politica che più gli ricorda la stabilità. E la Rivoluzione, come dice il nome stesso, non fu stabilità. Se interrogato, Putin sul comunismo fornisce giudizi ambigui, esattamente in linea con la sua esigenza di sintetizzare il sentimento popolare. Ma con buona pace di Putin e di tutti gli analisti che si affrettano a dichiarare chiusa la partita rivoluzionaria, la rivoluzione russa non è solo una questione russa. Anzi, sotto tutti gli aspetti, direi che non lo è per niente.

Se fossi erede di un ricco kulako (i contadini agiati della russia zarista), probabilmente denuncerei la rivoluzione d'Ottobre come una delle peggiori esperienze della civiltà umana. Se fossi un devoto parrocchiano vandeano, probabilmente bestemmierei la rivoluzione francese come il peggiore castigo mai capitato in Europa. Se fossi un intraprendente uomo d'affari texano della seconda metà dell'Ottocento, probabilmente penserei ad Abramo Lincoln come ad un imbecille.  E ciò vale anche oggi. Non  molto tempo fa un mio amico studente californiano mi disse che non sopportava i suoi compagni di corso neri afroamericani, ciondolanti per l'università ad ascoltare musica ad alto volume fino alla sera tardi e poi magari medici ben pagati solo perchè avevano borse di studio ottenute giocando a basket. Cosa potrebbe pensare della Guera Civile Americana uno che denuncia cose di questo tipo?

Ma il significato storico, simbolico, di una rivoluzione è ben altra cosa, e deve superare la stizza dei kulachi, il fastidio degli universitari caucasici californiani e l'ottusità mistica dei baciapile vandeani di fine Settecento.

La Rivoluzione d'Ottobre è stata l'occasione per i lavoratori di pretendere migliori condizioni di vita in tutto il mondo industrializzato.

E le ottennero.

Anche prima della Rivoluzione russa le pretesero, e molto veementemente, ma non cavarono un ragno dal buco perchè non avevano la forza di un movimento ideologico strutturato. Non c'era nessuna grande nazione "dietro".

Tornare all'Urss non è possibile. Rispolverare quel comunismo non è nè possibile, nè auspicabile. Ma senza la visione di un mondo migliore, senza un'idea di Stato, per l'Occidente non ci sarà speranza alcuna di vivere la vita dandole un senso.

Se, oggi, i lavoratori del mondo industriale 4.0 stanno perdendo diritti acquisti in anni di lotte, ciò è dovuto a tanti motivi e anche molto complessi, ma il primo è che non esiste più un paese comunista organizzato di riferimento, come lo fu l'Unione Sovietica. Se i russi di oggi non dànno alcun peso alla rivoluzione d'ottobre e non la celebrano affatto io li capisco bene, ma me ne dispiaccio per loro, per me stesso, e per il resto del mondo. Caduto Putin, se ne accorgeranno. Se non trovano un collante forte che non sia il consumismo, o un leader di pari capacità, rischiano seriamente quello che sta succedendo a tutti noi: l'accumulo di tutta la ricchezza prodotta nelle mani dell'1 per cento della popolazione, cessioni continue di sovranità ad enti privati eterodiretti, capibastone locali che dettano le regole in stile mafia, immigrazione selvaggia, disoccupazione cronicizzata e piccole patrie in famme. Negli anni novanta qualcosina dovrebbero aver visto. Un assaggino dovrebbero averlo avuto...

Il comunismo soveitico ha fatto cose buone e cose orribili.  Tra le orribili c'erano i gulag e lo spionaggio interno. Ma cosa diceva, in fondo, Lenin prima di assaltare palazzo d'inverno? "Vogliamo che finisca la guerra mondaile, ove sono morti 4 milioni di russi inutilmente. Vogliamo fare la pace senza diventare imperialisti Non vogliamo annettere nessuno. Vogliamo solo la pace. In politica interna non vogliamo più che le decisioni siano prese dai ricchi in quella specie di cloaca partitocratica che è la Duma e vogliamo tornare ad una democrazia diretta di tipo assembleare, come quella delle antiche poleis greche."

Per quanto schifo mi facciano i gulag. Per quanto ritenga un errore grave l'abolizione dell'imprenditoria privata, cosa c'è di sbagliato in queste parole pronunciate nell'aprile del 1917? Vogliamo davvero passare tutta la vita sotto gente come il Conte Gentiloni? Con le basi americane dentro a casa? Con i banchieri che scrivono il bilancio italiano direttamente da Bruxelles? Vogliamo davvero questo? Vivere come conigli aspettando le briciole? Ma piuttosto 10, 100, 1000 rivoluzioni d'ottobre!

Chiudo, con le migliori parole mai pronunciate sulla Rivoluzione, quelle del filosofo Slavoj Zizek

Lev Trotskij annotava nel suo diario un sogno su Lenin morto, fatto nella notte del 25 giugno 1935:

A giudicare dall’ambiente, eravamo a bordo di una nave, sul ponte di terza classe. Lenin era sdraiato in cuccetta e io gli stavo accanto in piedi, o seduto (non ne sono certo). Egli mi interrogava ansiosamente sulle mie condizioni di salute. “Dovete aver accumulato una grande stanchezza nervosa: bisogna che vi riposiate...” Io ribattei che dalla stanchezza non avevo mai tardato a riprendermi, grazie alla mia naturale energia, ma che questa volta il male sembrava aver radici più profonde… “Allora, dovreste seriamente (e sottolineò la parola) consultare i medici (un paio di nomi)...” Risposi che mi ero fatto già visitare in diverse occasioni, e avevo appena cominciato a dirgli del mio viaggio terapeutico a Berlino nel 1926 quando, guardando Lenin,mi risovvenni ch’era morto. Cercai immediatamente di allontanare questo pensiero in modo da non interrompere il dialogo. Finito di raccontare il mio viaggio a Berlino, stavo per aggiungere: “Ciò avvenne dopo la vostra morte ...” ma mi trattenni e dissi: “Dopo che vi ammalaste...”

Che cosa significa che Lenin non sapeva di essere morto? Possono esserci due modi di leggere il sogno di Trotskij. Secondo la prima lettura, la terrificante e ridicola figura di Lenin non-morto segnala la sua mancanza di consapevolezza del fatto che l’immenso esperimento sociale che lui aveva realizzato da solo terminò alla fine nella catastrofe stalinista: il terrore e la misconosciuta sofferenza delle masse. Lenin morto che non sa di essere morto rappresenta il nostro ostinato rifiuto di rinunciare ai grandiosi progetti utopici e di accettare le limitazioni della nostra situazione. Lenin era mortale e fece errori come chiunque altro, perciò è giunto per noi il momento di lasciarlo morire, di mettere a riposo quest’osceno fantasma che ossessiona il nostro immaginario politico, e di affrontare i problemi in modo pragmatico e non ideologico.

C’è tuttavia un altro senso in base al quale Lenin è ancora vivo: è vivo in quanto incarna ciò che Alain Badiou chiama, in modo sfacciatamente platonico, "l’Idea eterna" dell’emancipazione universale, l’immortale lotta per la giustizia che nessuna disfatta e nessuna catastrofe riescono a uccidere. Si possono a questo proposito ricordare le parole sublimi di Hegel sulla Rivoluzione francese, nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia:

Si è detto che la Rvoluzione francese sia scaturita dalla filosofia, e non senza motivo si è dato alla filosofia il noe di Weltweisheir, “sapienza mondana”, perché essa è non solo la verità in sé e per sé, come pura essenza, ma anche la verità in quanto acquisisce vita nella realtà del mondo. Non si deve quindi fare opposizione quando si sente dire che la rivoluzione ebbe il suo primo impulso dalla filosofia . Da che il sole splende sul firmamento e i pianeti girano intorno a esso, , non si era ancora scorto che l’uomo si basa sulla sua testa, cioè sul pensiero e costruisce la realtà conformemente a esso. Ma solo ora l’uomo pervenne a riconoscere che il pensiero doveva governare la realtà spirituale. Questa fu dunque una splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti hanno celebrato concordi quest’epoca. Dominò in quel tempo una nobile commozione, il mondo fu percorso e agitato da un entusiasmo dello spirito, come se allora fosse finalmente avvenuta la vera conciliazione del divino col mondo.

Questo naturalmente non impedì ad Hegel di analizzare freddamente l’intima necessità che quell’esplosione di libertà astratta si trasfromasse nel suo opposto, il terrore rivoluzionario e autodistruttivo; in ogni caso, non si dovrebbe mai dimenticare che la critica hegeliana è immanete, e accetta il principio basilare della rivoluzione francese.

Ed è esattamente la stessa cosa per la Rivoluzione d’Ottobre: era il primo caso nell’intera storia dell’umanità di una rivolta vittoriosa dei poveri e degli sfruttati – l’universalità egualitaria ancdò al potere direttamente contro tutti gli ordini gerarchici. La Rivoluzione si stabilizzò in un nuovo ordine sociale, un nuovo mondo fu creato e sopravvisse miracolosmente, nonostante una pressione e un isolamento economici e militari inimmaginabili. Questa fu realmente una “splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti hanno celebrato concordi quest’epoca”.

Un paio d’anni fa, John Berger fece un’osservazione pregnante a proposito dei manifesti pubblicitari francesi della compagnia Selftrad, broker degli investimenti online: sotto l’immagine di una falce e di un martello incastonati in oro zecchino e tempestati di diamanti, la didascalia recitava:

“E se investire i Borsa arricchisse tutti?”

La strategia di questo manifesto è ovvia: oggi la Borsa soddisfa i criteri egualitari del comunismo, tutti possono parteciparvi. Berger si concedeva un semplice esperimento mentale, chiedendoci di immaginare un’odierna campagna di comunicazione che usasse l’immagine di una svastica incastonata in oro zecchino e tempestata di diamanti: ovviamente non avrebbe funzionato perché, come Berger sottolineava, “la svastica si rivolgeva ai potenziali vincitori, non agli sconfitti. Invocava la dominazione, non la giustizia”. In contrasto con questo la falce e il martello invocano la speranza che la storia alla fine sarebbe stata dalla parte di coloro che lottano per la libertà e la giustizia. L’ironia consiste in questo: nel momento stesso in cui questa speranza è ufficialmente proclamata morta dall’ideologia dominate della “fine delle ideologie”, un’impresa paradigmaticamente postindustriale (c’è nulla di più postindustriale del trading on line?) deve mobilitare questa speranza sopita per far penetrare il suo messaggio.

Il compito rimane quello di ripetere Lenin; dare nuova vita a questa speranza che continua ancora ad aggirarsi tra noi.

Non si può separare l’eccezionale costellazione storica che permise la presa rivoluzionaria dell’ottobre 1917 dalla sua tarda svolta stalinista: quella stessa costellazione che ha reso possibile la rivoluzione (l’insoddisfazione dei contadini, un’èlite rivoluzionaria ben organizzata ecc.) ha condotto alla svolta stalinista come sua conseguenza – e in questo risiede la vera e propria tragedia leninista. La famosa alternativa di Rosa Luxemburg, ‘socialismo o barbarie’, terminò nell’identica ironia dei due termini opposti: il socialismo realmente esistente ERA barbarie.

Conseguentemente, RIPETERE Lenin non significa un RITORNO a Lenin – ripetere Lenin è accettare il fatto che “Lenin è morto”, che la sua soluzione particolare è fallita, e anche in modo mostruoso, ma che c’era in essa una scintill d’utopia degna di essere salvata. Ripetere Lenin significa ripetere non ciò che Lenin HA FATTO, ma ciò che NON E’ RIUSCITO A FARE, le sue possibilità PERDUTE. Oggi Lenin appare come una figura appartenente ad una differente regione temporale: non è che la sua nozione di partito centralizzato (insieme ad altre nozioni chiave) sembri rappresentare una “minaccia totalitaristica” – piuttosto i suoi principi sembrano appartenere a una differente epoca con la quale non possiamo più relazionarci correttamente.

Comunque sia, anziché leggere questo fatto come la prova che Lenin è obsoleto, si potrebbe forse rischiare la congettura opposta: e se questa impenetrabilità di Lenin fosse un segno che c’è qualcosa di sbagliato nella NOSTRA epoca? E se il fatto che noi percepiamo Lenin come irrilevante. ‘fuori sincrono’ rispetto ai nostri tempi postmoderni, rivelasse il messaggio molto più inquietante che è il nostro stesso tempo a essere “fuori sincrono”, che una certa dimensione storica sta scomparendo da esso?

di Slavoj Zizek - estratto da La Politica della vergogna - in occasione del 90° anniversario della rivoluzione russa.

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