Ius Soli: per educare alla cittadinanza basta spiegare bene italiano, matematica e storia

Quando ho visto che 800 insegnanti hanno indetto uno sciopero della fame per promuovere lo ius soli ho invidiato i ragazzi di strada di Pier Paolo Pasolini, che non avevano studiato, ma che sotto la brutalità indotta dalla miseria nascondevano una dignità superiore a quella di tanti dottori. E lo dico da insegnante, cioè da professionista che crede profondamente nei valori dell'educazione. Questo non perchè non ritenga giusto che alcuni colleghi esprimano chiaramente ciò che pensano, ma perchè noto che sempre più educatori abdicano al loro ruolo, privilegiando il racconto mainstream giornalistico o, peggio, partitico, a quello della storia delle idee, della conoscenza dell'etica, del diritto e della scienza.

Cosa chiede un genitore alla scuola in cui manda il figlio? Che impari tante cose e che ne esca migliore di come è entrato. Per conseguire ciò servono persone preparate, molto motivate e giustamente retribuite. Quindi, se tali sono le premesse, questo obiettivo è sempre più difficile da raggiungere.

Ma un minimo sindacale lo si può e lo si deve pretendere comunque, e quel minimo sindacale prevede che i ragazzi sappiano molto bene la lingua, la matematica e la storia.

Se un corpo di insegnanti riesce a fare questo, allora  ha davvero reso quei ragazzi dei cittadini. In altri termini, parlare di cittadinanza come fa il gruppo del maestro Franco Lorenzoni, il promotore dell'iniziativa, mi ricorda tanto quelli che pretendono di imparare le arti marziali guardando i video su youtube. Questo lo dico a prescindere da quello che personalmente penso sullo ius soli. Salire in cattedra e spiegare a giovani menti ancora in formazione e quindi non in grado di leggere un testo complesso o di difendere una popria posizione attraverso un lungo discorso che lo ius soli è bene e che lo ius sanguinis è un male mi pare tanto un indottrinamento e non una educazione.

Per educare su argomenti sensibili si mettono a confronto varie tesi ed ipotesi, si ascoltano diverse campane e poi, magari, a margine del lungo lavoro, si dice ciò che si pensa, lasciando però sempre aperte le porte del Dubbio.

Ma questi insegnanti no. Questi hanno fretta di approvare la legge! E quindi vai di raccolte firme e scioperi della fame, di fronte a ragazzini che, a momenti, manco sanno di cosa si sta parlando.

Le agenzie di stampa, scrivono che  il progetto mira al coinvolgimento dei ragazzi, in aula e fuori, ma anche del personale scolastico, delle famiglie, dei movimenti attivi nel territorio. Un viaggio educativo lungo un mese: dal 3 ottobre, giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, al 3 novembre. Trenta giorni di mobilitazione che sarà portata avanti dagli educatori che, per essere riconosciuti, indosseranno un nastrino tricolore portatore di un messaggio ben preciso: “tutti i bambini che frequentano le nostre scuole devono essere considerati italiani qualunque sia la loro provenienza”. Quindi niente dubbi o sano spirito critico da coltivare: la risposta è già in tasca. Siamo nel dogma, nemmeno nell'ideale.

Siccome nessun Paese in Europa fa questo, il sospetto che si tratti di un progetto pilota dove l'Italia fa, come spesso accade, da cavia sperimentale, è molto forte. Oppure, serve da regolamento dei conti dentro le forze di maggioranza in Parlamento: piddini contro alfaniani. Non è dato saperlo con certezza, ma il dubbio che non vi sia nessuna emergenza (non essendoci nessun'altra nazione europea a farlo) non sfiora minimamente gli attivisti.

Il promotore, il maestro Lorenzoni, sostiene che è la legge italiana a prevedere l'educazione alla «cittadinanza e costituzione»  e che quindi bisogna portare avanti la cosa.

Bè, se volevamo un indizio di malafede, direi che da questa affermazione ne otteniamo uno di davvero potente. L'insegnamento di «cittadinanza e costituzione», infatti, fu previsto dal Ministro Gelmini ancora nel 2008 e fu oggetto di grandi polemiche. All'epoca per motivi anagrafici io esistevo già e facevo, rullo di tamburi, l'insegnante! Mi ricordo come fosse ieri le interminabili riunioni con la dirigenza e i colleghi dei dipartimenti per capire cosa fosse "sta cosa", giungendo alla conclusione, dopo diversi mesi di fumose discussioni, che era una specie di educazione civica riadattata linguisticamente. Il tempo ad essa riservato sarebbe stato di un'ora alla settimana, cioè come prima (sulla carta) per la vecchia educazione civica, ma ovviamente mantenendo inalterato il programma di storia. Il che è come dire ad una massaia che dovrà strofinare il pavimento e cucinare gli spaghetti NELLO STESSO MOMENTO.

Ma, soprattutto, uno degli elementi che emersero con maggior forza in quelle ormai datate riunioni, è che l'insegnamento di «cittadinanza e costituzione» doveva educare ai valori di responsabilità, legalità, partecipazione e solidarietà. Per fare questo, ma senza ledere i programmi curricolari delle altre dicipline, sarebbe bastato che, quando un professore di storia spiega la Rivoluzione francese, ad esempio, ponesse in rilievo cosa, come, chi e perchè  di quel noto fatto storico conducesse verso quei valori. In filosofia, a maggior ragione. Il professore di filosofia educa di più alla legalità se recita a papagallo  i 139 articoli della Costituzione o se, mentre spiega Locke e Rousseau, fa emergere con forza i valori testè descritti? Chiarisce di più il percorso storico di formazione o la lezioncina di diritto astratto?

La matematica, ad esempio, non conduce forse gli studenti verso l'ordine, la disciplina, la precisione, la razionalità? Direi che, se approcciati davvero come si deve, questi insegnamenti - oltre ad avere l'ovvio e necessario risvolto pratico - sono anche motori educativi senza rivali. Per dirla con Giovanni Gentile: sono un classico!

Il problema, invece, è che spesso questi insegnamenti NON sono spiegati come si deve dal personale, che è poco pagato e poco motivato, e con una componente femminile che raggiunge i record assoluti, registrati proprio quest'anno dall'Ocse. Su 5 insegnanti italiani, 4 sono donne, con tutto ciò che ne consegue in termini di equilibrio educativo, di esperienze, di rispecchiamento della componente studentesca maschile, di assenti pretese economiche ("tanto mio marito fa il dentista ..."), di richieste di tempo libero o aspettative per seguire i figli, ecc ecc

Nel caso dello ius soli, com'è noto, si tratta di una proposta di legge atta ad espandere il diritto di cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri.

Niente di più diseducativo per queste giovani menti, che vedere dei 51enni (questa la media degli insegnanti italiani, la più alta d'Europa) spiegare in modo paternalistico e con tanto di fiocchetto la loro soggettiva, datata e politicizzata visione del bene e del male.

Speriamo almeno che sia l'occasione perchè dimagriscano un po'.

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