La Battaglia di Lissa per capire il Veneto

In occasione del referendum pro autonomia mi piace segnalare perchè, di tanto in tanto, il Veneto alza una voce di protesta e prova a dire la sua. Non è solo una questione di soldi, anche se i soldi si nascondono sempre  dietro a tutto. Direi che la Battaglia di Lissa offre la miglior sintesi dell'atteggiamento dei veneti verso gli altri,  non solo gli italiani, ma proprio tutti tutti.

E' una storia che pochi conoscono, solo gli appassionati di storia. Nel 1866 il Veneto divenne Italia grazie ad una serie di accordi tra superpotenze, Prussia e Austria in primis. Ciò fu possibile perchè durante la guerra tra prussiani e austriaci, gli italiani si trovarono alleati con i prussiani e quando i tedeschi di Berlino ne uscirono vincitori, l'Austria fu obbligata a cedere i territori del nordest al neonato Regno d'Italia. Durante il conflitto combattuto sul campo, però, gli italiani presero delle scoppole memorabili e, spesso, tra le fila dei militari austriaci c'erano dei veneti. Veneti che si distinsero in maniera decisiva tanto da venire poi onorati da medaglie al valor militare dall'imperatore Francesco Giuseppe in persona. Proprio così. Alcune delle più importanti battaglie combattute dall'Austria furono in realtà combattute da veneti dato che allora erano sudditi austriaci. I veneti impegnati a Sadowa con l'esercito di «Checco Beppe», contro la Prussia, ad esempio, vennero sconfitti, ma quando si trattò di combattere sul mare - la loro specialità - non ebbero rivali e affondarono la flotta italiana al largo della Croazia nella Battaglia di Lissa. Va precisato che sulla battaglia c'è poco da fare revisionismo o inventarsi chissà quali interpretazioni. Il comandante della flotta austriaca, l'ammiraglio Teghetoff, aveva studiato alla scuola militare a Sant'Anna di Venezia, parlava in veneto e dava gli ordini alla sua ciurma direttamente in veneto, considerato all'epoca la lingua ufficiale della Marina delll'Impero. La flotta era composta da veneti e croati. I croati erano più numerosi, secondo il parere di qualcuno, ma avevano vissuto sotto l'ombrello della Serenissima per secoli tant'è che sono cattolici ancora oggi, contrariamente ai loro vicini serbi e bosniaci (ortodossi e musulmani). All'epoca, anche se i cognomi finivano in -ic, i croati erano di cultura veneta, soprattutto militare.  Gli ufficiali austriaci, non solo il Teghetoff,  parlavano il veneto e studiavano a Venezia proprio per imparare l'arte della guerra sul mare.

All'epoca della battaglia di Lissa, il nostro Ministro della Marina si chiamava Agostino De Pretis e non era tanto diverso da Renzi o Gentiloni. Si  trattava di un trasformista, rappresentato come un camaleonte nelle vignette dell'epoca e che faceva finta di essere di sinistra, proprio come i nostri leader piddini attuali. Fu capace di farsi malmenare persino dalle malconce tribù africane in Eritrea nel 1887. All'epoca della Battaglia di Lissa il suo ammiraglio di riferimento, Carlo Persano, fu incaricato di partire da Ancona alla volta della Croazia, con l'intento di affondare la flotta austriaca. Siccome a bordo delle navi austriache c'erano i veneti, però, accadde esattamente l'opposto.

Le perdite furono complessivamente di 620 morti e 40 feriti per gli italiani , di 38 morti e 138 feriti quelli della marina austro-veneta, come la chiamano ancora oggi gli storici austriaci.
La corazzata "Re d'Italia" fu speronata con manovra da manuale dall'ammiraglia Ferdinand Max,  e affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro fu colpita da un proiettile incendiario ed esplose, trascinando con se oltre 200 vittime.
Gli austro-veneti vinsero perchè erano preparati, erano addestrati. Gli italiani no.

Lo dicono per primi gli italiani, che trascineranno Persano addirittura a processo, lo degradarono e gli fecero perdere la pensione a seguito della sconfitta.

Di questa epica battaglia rimane una frase, forse inventata, attribuita all'ammiraglio Teghetoff:

«Navi di legno, guidate da equipaggi con la testa di ferro, hanno sconfitto navi di ferro, guidate da equipaggi con la testa di legno»

Teghetoff si riferiva alla scarsa organizzazione del reparto italiano e alla cialtroneria dei comandanti che guidavano navi pur moderne e, appunto, di ferro, condotte dagli ufficiali italiani.

Io credo che questa frase sintetizzi molto bene quello che i veneti pensano della situazione Italia, e che sia l'opinione diffusa di tutti i veneti, quelli  di destra, di sinistra, comunisti, fascisti e democristiani. Le responsabilità dei problemi italiani, le sconfitte che subiamo, sono attribuibili ad una inetta catena di comando. Di riflesso le colpe sono di tutti noi, visto che ce li siamo scelti, ma l'aspirazione di fondo dei veneti dovrebbe fare da timone per il rinnovo di tutto il Paese e si può sintetizzare con la parola "autonomia". L'Autonomia non è l'indipendenza, non c'entra nulla. I veneti si sentono anche italiani, ma sanno che esiste una identità veneta, così come esiste una identità sarda, o napoletana. Non esiste, invece e per inciso, una identità molisana, nè una identità laziale, nè molte altre dentro la penisola. Gli abitanti di Anzio o di Viterbo si sentono italiani, ma non laziali (ahò, ma che sei daa Lazio?). Quelli di Pescara si sentono italiani e non primariamente abruzzesi, se non in maniera residuale e folkoloristica. I veneti invece posseggono una loro specificità perchè l'autonomia per loro è un valore, un fatto di mentalità maturato in tanti anni di storia politica di matrice repubblicana. Fa capo all'idea che non è bello, nè gratificante, nè giusto, nè onesto, dipendere da altri. Molti, in questi mesi di polemiche, hanno sostenuto che i veneti hanno goduto, come il sud, di investimenti specifici in occasione di decenni di povertà e miseria o a seguito di tragedie, come il Vajont. E' vero, verissimo, ma i veneti hanno sempre l'ossessione di "restituire", una volta tornati a bocce ferme. Questo perchè i veneti non amano l'assistenza proprio come mentalità. Non amano dover qualcosa a qualcuno.

Anche se io su molte altre cose al mio modo di essere un veneto preferisco l'allegria degli emiliani, la parlata dei toscani, la bellezza dei romani, il cibo dei campani e dei pugliesi, il clima dei siciliani e la filosofia dei piemonesi, non posso che riconoscermi totalmente in questa mentalità sempre tesa all'emancipazione e all'autonomia.

Polemizzando tanto per polemizzare si potrebbe aggiungere anche che la Serenissima fu una potenza mondiale e tra le più ricche del globo per diversi secoli, e che la povertà la conobbe solo quando divenne una regione italiana. Basta andare a Bassano o a Feltre, a Mogliano o a Vicenza, a Padova come a Portrogruaro per vedere i palazzi e le ville che ancora ci sono e rendersi conto dell'incredibile ricchezza dei veneziani nei secoli scorsi, anche al netto di case e monumenti della città lagunare.

Per me, che sono italiano e veneto, la frase attribuita a Teghetoff sintetizza bene quello che i veneti sono intimamente, pur nella loro reale antipatia.

Se il popolo italiano riuscisse a imparare qualcosa dai veneti e i veneti qualcosa dagli italiani non credo che ci sarebbe nessun altro posto al mondo migliore dell'Italia in cui vivere.

Detto diversamente, i veneti perlopiù si sentono anche italiani, riconoscono onestamente il prestigio letterario della lingua fiorentina, ammirano le città d'arte della penisola e sentono di far parte di questo paesaggio. L'Adriatico lo considerano il mare dei loro padri e sono ben contenti che arrivi fino in Puglia. Ringraziano gli antichi romani per le strade e per gli acquedotti. Il Papa lo seguono riempiendo più di altri le Chiese cattoliche ogni domenica mattina. I vecchi in Veneto pensano in dialetto, borbottano e si lamentano contro "i terroni", ma non si risparmiano nella solidarietà verso gli altri italiani. La solidarietà è quella reale, non quella millantata ed esibita tramite adozioni a distanza e gli sms ai terremotati, tanto è vero che secondo tutti gli studi e tutte le statistiche, i veneti sono i primi in Italia come associazioni di volontariato e quantità di tempo non retribuito speso in opere gratuite per la collettività. Non a caso, i veneti contribuirono con Daniele Manin e Pierfortunato Calvi al Risorgimento italiano, morirono a migliaia sul Monte Grappa per evitare l'invasione austriaca, scesero a Sernaglia con il coltello tra i denti nelle trincee tedesche, si fecero impiccare lungo le vie di Bassano per cacciare i nazisti. Con i vicini friulani, diedero il contributo più pesante in termini di vittime durante le due guerre mondiali.

Ma degli altri italiani non sopportano e non sopporteranno mai la "facile" confidenza, elargita a tutti con inutile allegria a sud di Rovigo. Disprezzano la vanagloria dei  Cetto Laqualunque e di tutti quelli che millantano crediti e conoscenze. I veneti amano il silenzio. Non sopportano e non sopporteranno mai la chiacchiera infinita attorno ai banconi dei caffè e il motto "divertiamoci che è sabato", tipico  dei bauscia milanesi e degli sboroni bolognesi. I veneti guardano con sospetto chi cena dopo le 20 e chi si sveglia tardi la mattina. Salutano volentieri solo quelli che conoscono bene e dei forestieri hanno una diffidenza che non esito a definire "sana". In battaglia non condividono lo slancio mistico e suicida dei garibaldini postgaribaldini perchè apprezzano la competenza e la preparazione, come a Lissa, appunto. Odiano con tutte le loro forze la cialtroneria dei Persano e dei Cadorna che ancora oggi dirigono questo paese senza vergogna alcuna per le loro palesi sconfitte.

I veneti non sopportano quelli che vogliono fare canestro con la carta, sbagliano, e poi lasciano per terra.

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