Oliviero Toscani si è fermato ad Adua

"Chi è andato a votare nel referendum in Veneto è la 'minoranza' intellettuale. Io non avrei detto niente su quei mona che sono andati a votare. Mi hanno chiesto cosa penso? Che sono dei mona".  Con queste parole, il fotografo più famoso d'Italia, Oliviero Toscani, ha commentato il referendum sull'autonomia in Veneto suscitando com'è facile immaginare le ira di milioni di italiani. Il livore di Toscani contro i veneti non è affatto una novità. Qualche anno fa, alla trasmissione radiofonica "la zanzara" ebbe a dire: ""i veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri: poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto".

Il vomito di Toscani si accompagna a quello di molti altri commentatori meno noti, che in queste ore sui social hanno dispensato fastidio, se non proprio odio etnico, verso un referendum propositivo la cui portata sulla carta è di fatto molto modesta. Rimane da capire il motivo reale di questo odio, al di là degli effetti politici, come il (presunto) rafforzamento di un partito a discapito di altri.

E per farlo occorre individuare una mentalità molto diffusa nella cultura italiana non-veneta, per lo più diffusa tra i tanti (troppi) "Toscani" che bivaccano nella nostra Penisola. A fianco di grandi imprese storiche e sociali, di esplorazioni e di invenzioni, di arte e di bellezza, i fallimenti clamorosi non mancano, ma direi che la sconfitta italiana ad Adua nel 1896 rappresenta un esempio fulgido del proliferare dei "Toscani" nel senso di Oliviero.

Se molti alla parola Adua fanno spallucce è perchè la battaglia è sottaciuta nei manuali scolastici e poco conosciuta dall'opinione pubblica italiana (ma guarda che caso...), mentre ancora al giorno d'oggi, e giustamente, Adua viene  celebrata in Africa come massimo momento di orgoglio continentale.

Fu nei pressi di quella città, in Etiopia, che l'esercito italiano subì la più rilevante sconfitta della sua storia, premessa per altre umiliazioni storiche come Caporetto e l'8 settembre, che ebbero dinamiche sorprendentemente simili. Alla fine dei combattimenti gli italiani lasciarono sul campo 7000 soldati e persero tutta l'artiglieria, lasciando prigionieri degli africani molti ufficiali, tra i quali il generale Albertone. Fonti storiche consolidate affermano che ad Adua vi furono più morti che in tutte le precedenti battaglie risorgimentali messe assieme. Insomma, una disfatta, più che una sconfitta, che chiuse l'epopea del Risorgimento nel peggiore dei modi.

Ma com'è potuto succedere che un esercito occidentale erede dei successi garibaldini sia stato sonoramente sconfitto da tribù dell'Africa nera? Mentre Inghilterra e Francia si spartivano il vecchio continente senza incontrare grossi ostacoli, gli italiani nel tentativo di non-essere-da- meno, affondavano miseramente tra le montagne d'Etiopia coprendosi di ridicolo agli occhi delle altre nazioni europee. Non è strano?

No, non lo è affatto, e sarebbe bene che i tanti (troppi) Toscani nel senso di Oliviero che bivaccano nella Penisola si leggessero bene questa storia e se la ficcassero nella zucca una volta per sempre, se non altro per risparmiarci altre tragedie e figure di merda.

Crispi. Un uomo che veniva dalla sinistra storica, quella di Mazzini e di Garibaldi. Sapeva pensare in grande e aveva contribuito in modo determinante allo sbarco in Sicilia di Garibaldi. Nel 1896, anno della disfatta d'Etiopia ricopriva la carica di Presidente del Consiglio. Fu lui a voler colonizzare l'area, e del resto i più grandi colonizzatori italiani venivano dalla sinistra radicale dell'epoca (alla faccia dello sbandierato antirazzismo dei soloni accademici di riferimento). Il corno d'Africa era uno dei pochi spazi coloniali ancora da colonizzare. E ci sarà stato un motivo, no? Ma niente, resosi conto che la costa dell'Africa orientale non era un granchè, Francesco Crispi voleva prendersi l'entroterra, l'Etiopia. Dopo aver liberato l'italia, dovette pensare Crispi, ora possiamo "liberare anche i negri".

Etiopia. Siamo andati a cozzare contro l'unico Stato organizzato che esisteva in Africa. L'unico Paese Sovrano (con la Liberia). L'unico che avesse una propria moneta, francobolli, un'amministrazione collaudata, una dinastia regale molto più antica di quella dei Savoia, un patriottismo non di maniera. Gli italiani in pratica tutto questo non lo sapevano, non se l'erano studiato. Avevano, insomma, ragionato d'istinto, procedendo per analogie, ma senza approfondire alcunchè sull'Etiopia. Insomma, non conoscevano nulla del loro nemico, ragionavano per suggestioni.

E come seleziona Oliviero Toscani, i giovani che vogliono lavorare con lui? Gli fa piegare un foglio di carta A4. In una vecchia intervista, il giornalista di fronte al maestro della pubblicità dice:

«Toscani afferra il foglio, mi guarda di nuovo, ma ha pietà e se lo piega da solo. Prima un angolino, poi una diagonale. Lo riapre. Abbozza una barchetta. Lo accartoccia. Lo lancia lontano. Proclama: «Non mi interessa chi segue la precisione, ma chi cerca la sovversione».

Ad Adua nel 1896, la precisione non interessava affatto a Crispi ed ai suoi Generali. In fondo, che cos'è il genio? avrebbe detto tempo dopo un altro "toscano", il Pedrozzi di Amici miei: «E' fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione".

Ed eccoli qua gli italiani di Adua e degli ateliers degli artisti: tutti geni che parlano di politica, di guerra, di economia e di affari esteri come se facessero la pizza o come se immortalassero dei preservativi colorati. Per farlo basta avere estro no? ... mica c'è bisogno di studiare... mica c'è bisogno di un piano...

Beninteso, se fai arte o comunicazione, la provocazione e l'improvvisazione vanno benissimo, ma non vanno un cazzo bene se ti occupi dell'economia di milioni di famiglie o della vita di migliaia di uomini. Improvvisare, in simili frangenti, è solo da cialtroni.

In una vecchia barzelletta si dice: "cos'è il paradiso?" Risposta; vivere in un Paese dove i  cuochi sono italiani e gli ingegneri sono tedeschi.

"E l'inferno?" Vivere in un Paese dove accade l'opposto ...

Pur estremizzata e stereotipata, la storiella ci rivela una grande verità: per fare bene una cosa non basta amare ciò che si fa con slancio ed essere creativi. Occorre anche essere pronti e preparati. Ricoprire i ruoli nel modo più efficente possibile.

dipinto etiope sulla battaglia di Adua

I FATTI. il re d'Etiopia, Menelik, si trovava in difficoltà contro i Dervisci che erano scesi bellicosi dal Sudan a minaccciare il suo regno.Gli italiani pensarono bene di aiutarlo, credendo si trattasse di un ignorantone baluba negro, di un re fantoccio. Errore clamoroso. Menelik era un personaggio STRAORDINARIO. Era Re di una delle regioni più importanti dell'Etiopia e pian piano negli anni riuscì ad allargare i suoi confini fino ad arrivare in Somalia. Insomma, bastava leggerne banalmente la biografia per capire che era un uomo di guerra. Gli italiani si avvalsero del Conte Antonelli, diplomatico italiano ad Adis Abeba, per sancire un patto tra Menelik e l'Italia, il cosiddetto  trattato Uccialli, nel quale si scrisse che l'Etiopia sarebbe divenuta un protettorato italiano. Menelik, però, rigirò le carte con abilità assoluta. Antonelli faceva parte di quel gruppo di italiani che è ahinoi molto numeroso e che si chiama "i DILETTANTI". Purtroppo, i dilettanti non suonano in un gruppo folk, ma spesso compongono la nostra classe dirigente.

Tenetevi forte. Gli italiani fornirono a Menelik appoggi politici, armi, mezzi e un prestito milionario per diventare Imperatore in cambio della firma del trattato detto degli Uccialli. Peccato che avesse due traduzioni, due letture: una riconosciuta, in aramaico, e una in italiano. Nella versione valida - CHE IL CONTE ANTONELLI  NON LESSE AL MOMENTO DELLA STIPULA - c'era scritto chiaro che l'Etipopia avrebbe avuto la facoltà (e non l'obbligo) di avvalersi della collaborazione italiana. In pratica il protettorato non esisteva nel testo vero. Quando Menelik non avrà più bisogno del sostegno italiano, da imperatore consolidato, tirerà fuori il testo degli Uccialli, quello scritto in aramaico. Immaginatevi, ora, la faccia del Conte Antonelli, che dopo aver finalmente letto il testo, a momenti svenne per un collasso. Se ne uscì dall'incontro con gli etiopi sbattendo sdegnosamente la porta (proprio come faranno diversi anni dopo, imitandolo, altri imbecilli del gruppo "i dilettanti"  in occasione del Trattato di Versailles).

A Roma, allora ci fu una plateale spaccatura: chi era propenso a coinvolgere il potente Alula, rivale di Menelik, e chi era contrario e desiderava una risposta militare tutta italiana. Vinse questa ultima fazione, con la conseguenza che Alula, offeso a morte per l'ambiguità italiana, si alleò col vecchio rivale Menelik.

Voi non ci crederete, ma quando leggo queste storie su noi italiani mi viene sempre da ridere, come se si trattasse di un romanzo umoristico.

Per le operazioni di guerra venne scelto Baratieri, uomo dei salotti romani che aveva dato buone prove durante il Risorgimento. Baratieri aveva la malattia tipica degli ufficiali italiani, anche di quelli di oggi. Malattia che io chiamo "garibaldinismo" (da non confondere col grandissimo Garibaldi... c'entra na sega). In  cosa consiste questa malattia? L'idea di base è che basti mettere la baionetta e via, tutti allegramente all'assalto, menando fendenti a destra e a sinistra. Contrariamente a quello che viene detto in giro, i soldati italiani sono stati in guerra sempre molto coraggiosi, sempre, persino a Caporetto, dove furono costretti a ripiegare per l'incapacità del gruppo dirigente di gestire retrovie e logistica. Solo che questo "garibaldinismo" cuor di leone si tramuta sovente in suicidio se mancano addestramento e tattica.

E' allucinante come questa sia ancora oggi, una malattia grave dell'esercito italiano. In occasione dei 100 anni da Caporetto, il generale Graziano ha avuto modo di sostenere sul Corriere della Sera che

«Fu una gravissima sconfitta. Che portò alla vittoria. Senza Caporetto non ci sarebbe stata Vittorio Veneto. L’esercito si riprese. Accadde una cosa mai accaduta, né prima né dopo: il Paese intero scese in guerra. E, brutto a dirsi, cominciammo a odiare il nemico. Capimmo che era in gioco la sopravvivenza dell’Italia. Fu la nascita, o la rinascita, della nazione».

E poco dopo, in merito alla vittoria sul Piave: «I fanti compresero che la sconfitta non avrebbe portato la pace, ma la disgregazione nazionale. Realizzarono che non c’era altra via che resistere e vincere. Combattevano per salvare le loro famiglie e il Paese»

Cosa notiamo in queste affermazioni del più importante Generale del nostro esercito  attuale? Che si sostiene la stessa tesi di Adua: si vince perchè siamo una nazione superiore, perchè siamo uniti, perchè odiamo il nemico.

Cazzate!

Il Generale Graziano avrebbe ragione a invocare questi lodevoli elementi emotivi come determinanti solo in caso di "parità", o di leggera inferiorità. Quando, invece, ci si trova a disperdere le forze su 600 km, dando ordini confusi alle retrovie, senza un piano B, con truppe tedesche appena arrivate a rinforzo nemico, puoi essere coraggioso e convinto quanto vuoi, ma ti seppelliscono. Esattamente come americani codardi umiliarono nel 1945 i coraggiosissimi giapponesi kamikaze. Per vincere occorre essere duttili, e non rigidi come Cadorna, e avere a cuore la sorte dei soldati, non tenerli impantanati per anni nel fango sotto pioggia e neve solo per spuntare, di tanto in tanto, qualche chilometro nella terra di nessuno. Chi erano gli ufficiali italiani durante la Grande Guerra? Spesso ex avvocati o medici o insegnanti, non di rado sprezzanti dell'ignoranza della truppa, che non aveva studiato, che non aveva fatto "le scuole alte". Si, insomma, ehm, "i dilettanti".

Ad Adua i soldati italiani furono vestiti di bianco, senza mimetica, sprezzanti dell'avversario. Il Commissariato e Amministrazione, reparto logistico nazionale di molto discutibile capacità e in cui ho militato come soldato a Nocera Inferiore (quindi so bene di che parlo), rifornì ai soldati in Africa scarpe di montagna, costringendoli di fatto ad improvvisare scarpe di pelli di animali realizzati sul posto, alla bisogna.

ITALIAN JOB. Menelik si trovò in grado di minacciare direttamente Massaua. L'Italia povera, tempestata da scioperi e sconvolta dall'inutile autoritarismo di Crispi, si giocò allora la carta coloniale. Baratieri venne sostituito, ma - vi prego di non ridere, vi scongiuro - i piani alti non lo dissero all'interessato, nel timore che potesse contestare la cosa e creare problemi.  Il suo sostituto, il generale Baldissera (wow, finalmente un veneto), venne spedito di nascosto in Etiopia travestito da civile su una nave inglese. Peccato però che Baratieri - vi prego, vi scongiuro, NON RIDETE - lo venne a sapere. Non digerendo l'avvicendamento, decise di fare tutto da solo esautorando Baldissera e si giocò il tutto per tutto trascinando 15mila uomini con sè. Nel disastro assoluto.

EPILOGO. Come andò a finire, tutti ce lo possiamo a questo punto immaginare. Gli italiani arrivaronono alla battaglia praticamente in ciabatte e con fucili obsoleti davanti a 100mila uomini di Menelik ben armati grazie alle provviste francesi. Baratieri penetrò per chilometri in regioni sconosciute, senza supporto logistico. I soldati italiani si aspettavano 4 balubba con archi e frecce e si trovarono invece davanti uomini preparati e meglio armati, numerosi all'inverosimile e conoscitori del loro territorio. Gli etiopi erano preparati. Erano pronti. Gli italiani no, nemmeno le mappe di guerra eranno state realizzate con cura.

«Io al liceo invece di andare a scuola andavo al cinema - ha rivelato Oliviero Toscani a luceonline -  a scuola mi annoiavo e me ne andavo al cinema e vedevo anche 3 film al giorno. Semplicemente non volevo annoiarmi, al cinema non mi annoiavo».

Oliviero Toscani non è figlio di operai. E' figlio di un famoso fotografo. Proviene da una famiglia in grado di fargli girare il mondo e studiare a Zurigo. Dalle mie parti di direbbe: il classico figlio del "dottore" che non ha mai fatto un cazzo. Ma questo sarebbe ingeneroso perchè Toscani ha un grandissimo talento e lo ha dimostrato.

Nel suo campo, però, che è quello della fotografia!!! Negli altri campi - politica, economia, diritto, storia - il garibaldinismo improvvisato e un po' cialtrone italiota lo ha contagiato .

Per questo, e senza bere nemmeno una goccia di alcol, può sostenere che è "poveretto" chi nasce nella regione italiana con le maggiori presenze turistiche nazionali e che è sesta in tutta Europa per numero di visite (la Toscana, dove lui vive, è solo 11esima).

Per questo,  senza l'ausilio di pusher, può definire "mona" gli abitanti delle città venete che da sempre svettano in cima alla classifica tra quelle migliori come qualità della vita.

Ma tutto questo odio ha una ragione, al netto di Oliviero Toscani che ho preso a mero simbolo. C'è chi vede nei veneti quelli che -  invece di subirla come al solito -  si sono permessi di fare la lezioncina ad altri per la loro cialtroneria e approssimazione. Peccato che sia una lezioncina sacrosanta e, per quanto mi riguarda, fin troppo tardiva ed edulcorata.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*