Il concetto di Matria sta facendo danni. Cominciamo a parlare di Nutria

Non c’è un’accezione amabile della matria, e se c’è è forse proprio quella che dovremmo temere di più. La terra delle madri, questo significa matria, è un concetto giornalistico che non ha alcuna letteratura degna di questo nome alle spalle, né riferimenti storici, i cui inganni è utile tenere ben presenti, se non altro perché dimenticarli ci ha dato lezioni amare per questo primo scorcio di nuovo millennio. La prima falsità è nelle parole stesse: la matria non è una terra, ma una parola inventata da chi vuole vendere libri di scarsa qualità, un’invenzione che ha scopi pubblicitari, che non si trova in nessun vocabolario e che nemmeno si impara dentro alle relazioni sociali in cui si nasce e dentro alle quali, riconosciuti, ci si riconosce. In un mondo dove i rapporti di confine tra le terre sono cambiati molto poco, anzi, quasi per niente, nella vita di una generazione,  e le culture si sono intrecciate solo a seguito della miseria e dell’ingordigia, dire “la mia matria” riferendosi a una terra significa creare di sé un falso logico, oltreché geologico.

La seconda falsità è in quel plurale monogenitoriale, quel categorico “madri” che solleva simbolicamente dalle loro tombe un’infinita schiera di vecchie femmine dal cipiglio accusatorio rivolto alla generazione presente accompagnate dal monito: “mangia tutta la minestra!”, o dal più meschino: “lo dico a tuo padre”.

I padri nella parola matria non ci sono, forse perché per definizione non sono mai certi, dato che lo strumento dell’inganno è così pervicacemente utilizzato nelle relazioni di coppia, né generano un affetto paragonabile a quello per la madre, nonostante ce ne sia uno solo per ognuno di noi (legislazione idiota permettendo…). Non possono esserci perché nell’idea del matriottismo è innestata la convinzione profonda che la donna sia bontà e l’uomo cattiveria, cioè che la madre generi perché ama e l’uomo solo perché deve svuotare ciascuna delle due ghiandole in cui ha luogo la produzione dei suoi  ormoni sessuali.

L’estensione del maschile genitoriale nel concetto di “patria” è divenuto puramente formale e comodo solo per gli uffici anagrafici del Comune. Con lo sviluppo illimitato del consumismo la patria non è più da tempo fonte del diritto di identità. Con globalismo e consumismo, nulla è più fonte di identità.

Se il riconoscimento di paternità per secoli ci ha resi figli legittimi, ora nel mondo solo consumistico ciò ha un valore meramente economico.

Nel caso di controversie, il riconoscimento della paternità viene chiesto al padre non per fornire ai bambini un orientamento, un senso ed un ordine, non per richiedere "presenza" all'interno di un nucleo di conviventi, ma solo per scucire quattrini al maschio, che per soldi ora diventa meravigliosamente “certo”, come e più della mater.

Né è un caso che i rapporti di coppia anche storicamente si siano determinati nella nostra specie col termine “matrimonio”, istituzione del tutto inesistente nelle altre specie ove non c’è il denaro.

Gli apolidi dentro questa cornice sguazzano meravigliosamente e si fanno chiamare illuministi progressisti e cosmopoliti, travisando completamente quello che fu lo spirito internazionalista del Secolo dei Lumi. Gli espatriati per volontà non si sognano nemmeno di dovere qualcosa alla patria che li ha educati e formati e lavorano molto spesso per screditarla e dimostrare a sè stessi e agli altri che, andandosene, hanno fatto la scelta più intelligente, mentre chi resta è uno stupido che non sa farsi i conti.

E se per una volta - solo una, giusto per vedere l’effetto che fa - provassimo a uscire dalla linea di significati creata dal concetto di matria? Averlo caro del resto non ha alcun significato storico; appartiene a un mondo attuale dove vale tutto e il contrario di tutto, dove il principio logico di non-contraddizione ha lasciato spazio a quello di contraddizione, dove tutti sono uguali nel senso indicato dal Sergente Maggiore Hartman in Full Metal Jacket: "qui vige l’uguaglianza! Non conta un cazzo nessuno”.

E se proprio non è possibile uscire dalla percezione genitoriale dell’appartenenza collettiva - madre, ma anche l’ossimoro madre patria - potrebbe essere interessante cominciare a parlare di NUTRIA.

La nutria non è un castorino e nemmeno un grande topo. Sarebbe ora di fare una operazione verità. La Nutria non morde nè l’uomo nè gli altri animali. Solo se si trova in condizioni particolari (in gabbia per esempio) tenta di difendersi, come qualunque altro animale compresi noi umani. Ed è prettamente vegetariana, al massimo (dati di letteratura) potrebbe cibarsi solo di piccoli molluschi e/o crostacei ma non ci sono prove fotografiche riguardo tale affermazione.  Che poi la nutria ti salti al collo è una balla grossa come una casa. Soprattutto, la nutria viene dal povero sudamerica, come Papa Francesco e non soffre delle sovrastrutture che si sono sedimentate in noi fascisti e maschilisti occidentali. La nutria sa di buono, se fa la doccia!

La nutria predilige ambienti semi-acquatici, trascorrendo gran parte del tempo in acqua. Le aree che presentano le condizioni ottimali per la proliferazione di questa specie sono gli ambienti deltizi e palustri caratterizzati da una fitta rete di canali intercomunicanti, che gli animali utilizzano per spostarsi e per colonizzare nuove aree. Insomma, non mette radici,  non colonizza il territorio come Adolf Hitler: la nutria non è invasiva come dicono e, soprattutto, è femmina.

Per questo, alla nutria  non importa da quanti anni sei nato qui, se ci lavori, se ci sei cresciuto o ci sei andato a scuola: la nutria ama l'acqua e non la terra. Non occupa il suolo, non affonda le sue zampe. La nutria non è nè fascista nè comunista, ma anarchica, cioè per la massima forma di libertà ed emancipazione

Per i vetusti e astratti concetti di matria si sono fatte guerre. Provate a dire ad un uomo "figlio di putttana" e vedrete quello che succede. Se invece dite: "figlio di puttaniere", può anche capitare che l'intestatario dell'epiteto si senta rincuorato. Per non parlare di noi veneti: qual è l'augurio più funesto? ma certo! "In mona de to mare".

Se, invece, dite ad un uomo: figlio di nutria, egli non capisce. Quasi nessuno sa chi sono le nutrie e perchè bisogna amarle. La terra - come correttamente afferma la scrittrice Michela Murgia - "è sempre a rischio di sottrazione" . L'acqua no. L'acqua sfugge ad ogni tentativo di afferrarla e a dargli una forma. Si rarefà e si condensa, si infila tra le crepe dei muri. E la nutria nell'acqua ci sguazza, amici.

Va da sé che fondare cittadinanza su vecchi principi - strutturali al concetto di matria - porta e ha portato già a tragedie diverse, tutte non augurabili. Pensarsi come Nutria consente di sradicare questa prospettiva, perché prima di suscitare timore o amore, suscita indifferenza. Prima di evocare autorità o gratitudine evoca menefreghismo.

Nella prospettiva dell’appartenenza, il materno è uno spazio caratterizzato da "ciò che ti viene offerto"; la paternità è uno spazio caratterizzato da "ciò che puoi offrire tu", ma la nutria è uno spazio caratterizzato dal "prendo tutto quel che mi pare, anche se non mi è stato offerto". Chissà quante nutrie, venute in Italia dal sudamerica negli anni Venti del secolo scorso avranno pensato: «Mi sento a casa».

Sarebbe la prova che le nutrie stanno ridefinendo la loro appartenenza dentro alle relazioni che hanno incontrato qui, magari in culo alle altre specie ivi presenti tramite la diffusione della leptospirosi e a danno di barbabietola da zucchero, mais, patate e altre colture.

Lo slittamento semantico cambia la prospettiva, perché se tra patria e matria c’era la stessa differenza che esiste tra una somma e una moltiplicazione, la nutria è la divisione! Se la patria è il luogo che ti riconosce e la matria è quello in cui tu impari a riconoscere chiunque, la nutria è quel luogo in cui non ti va di conoscere proprio nessuno.

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