Hegel oggetto di studio degli strateghi americani

Ho dedicato un intero libro alla strategia e alla filosofia - protagonista il Capo del Cremlino Vladimir Putin - e alcuni ancora mi chiedono cosa c'entri con la filosofia, e cosa c'entri la filosofia con la strategia. Ovviamente chi me lo chiede non ha letto il libro. Allora pubblico l'intervista che Limes ha fatto a George Friedman, il fondatore della principale agenzia di intelligence privata statunitense Stratford, oggi a capo di Geopolitical Futures. Friedman è un'analista molto accreditato e influente in America, conta più di qualsiasi scienziato al di là dell'Oceano ed è forse proprio per questo che è molto noto ai vertici, ma poco conosciuto dall'opinione pubblica. Pur non concordando con alcune conclusioni sparate senza tenere conto dei fattori demografici eurasiatici e del progresso internettiano, sentite cosa dice a proposito del filosofo tedesco Hegel

D. Hegel credeva nella razionalità del mondo e nella capacità dell’essere umano di comprenderlo. Quanto conta l’approccio hegeliano nell’interpretazione della geopolitica?

FRIEDMAN È fondamentale, specie se lo fondiamo con gli insegnamenti di Niccolò Machiavelli. Per Hegel il mondo e l’agire umano sono comprensibili soltanto in retrospettiva. «La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo», scrisse nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, ovvero l’ermeneutica riguarda esclusivamente eventi passati. Questo perché la realtà è razionale per esclusiva volontà dello spirito e noi ne abbiamo una percezione necessariamente differita. Quanto accade spesso prescinde dal nostro arbitrio. Un assunto dirimente di cui, molto prima di Hegel, era perfettamente consapevole Machiavelli, per il quale un principe è chiamato ad assumere alcune decisioni, indipendentemente dalla sua discrezione. Anzitutto per mantenere il potere. Un principio simile all’analogo hegeliano per cui la storia è questa e non potrebbe essere altrimenti. In sintesi: ai nostri occhi il mondo appare razionale perché possiamo imparare dall’esperienza e perché ciò che si impone alla nostra volontà lo rende prevedibile.

D. Come si applicano tali concetti alla previsione geopolitica?

FRIEDMAN Muovendoci dall’obbligatorietà del nostro agire, quando proviamo a immaginare le mosse di un attore geopolitico la prima domanda che dobbiamo porci non è «cosa è possibile?», ma «cosa è impossibile?». Il procedimento è questo: si analizzano gli obiettivi che si prepone uno Stato o un’organizzazione informale e a questi si aggiungono i limiti geografici, demografici, economici, congiunturali che ne influenzano il pensiero strategico. Ne deriva che, specie nel lungo periodo, il soggetto in questione può compiere solo pochissime azioni. Dunque scartiamo ciò che è impossibile, concentrandoci sul probabile e poi sul necessario. È lo stesso metodo degli scacchi. In linea teorica negli scacchi esistono venti mosse praticabili, ma quelle per aprire il gioco sono appena tre o quattro e i grandi maestri sanno bene che ne esistono solo due per ogni situazione data. La geopolitica, come gli scacchi, è composta da mosse obbligate. Le opzioni realmente a nostra disposizione sono

pochissime. Al punto che, capovolgendo Hegel, potremmo stabilire che il mondo non è prevedibile in quanto razionale, ma è razionale perché prevedibile. Un esempio concreto. Alla fine della seconda guerra mondiale era tanto inevitabile che iniziasse il processo di integrazione europea, quanto che tale esperimento fallisse.

D. Il determinismo è allora categoria ineludibile dell’analisi geopolitica?

FRIEDMAN Sinceramente non ho mai compreso il determinismo. Per costruire un aereo è indispensabile rispettare le leggi della fisica e applicare al progetto le regole dell’ingegneria. Non è possibile fare altrimenti, pena il catastrofico fallimento del nostro lavoro. Analogamente per ottenere risultati nelle relazioni internazionali è obbligatorio rispettare i limiti che ci impongono il destino e gli altri attori geopolitici. Hegel sosteneva che gli esseri umani devono sempre impegnarsi a comprendere le leggi della natura per poi adattarsi ad esse. Sicché, nella mia interpretazione, il determinismo è semplicemente il libero arbitrio che si scontra con la natura.

D. Qualcuno potrebbe obiettare che, benché alla guida della stessa nazione e nonostante i vincoli loro imposti, Bush figlio e Obama hanno adottato scelte assai differenti.

FRIEDMAN È un errore. Entrambi all’inizio del loro mandato immaginavano di perseguire strategie diverse, ma poi hanno scoperto d’essere in trappola. Obama è stato costretto a occuparsi dei conflitti inaugurati dal suo predecessore; Bush figlio è stato incastrato da Clinton che scelse di non fare la guerra ad al-Qā‘ida; a sua volta Clinton era stato intrappolato da Bush padre che contribuì a creare al-Qā‘ida con la prima guerra del Golfo. L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Direi, al contrario, che Obama e G.W. Bush hanno mostrato notevoli somiglianze. Bush figlio non avrebbe mai pensato di invadere l’Afghanistan, eppure ha dovuto. Così Obama credeva di razionalizzare l’azione statunitense, ma poi ha compreso che non gli era consentito. In formula possiamo affermare che la politica estera (foreign policy) è ciò che un governante vorrebbe realizzare, mentre gli affari esteri (foreign affairs) sono ciò che realmente accade.

D. In un mondo razionale il caos può essere considerato un’arma a disposizione della potenza egemone?

FRIEDMAN Ogni grande impero della storia ha fatto uso del caos. Del resto il mondo non è fisicamente conquistabile nella sua interezza, né possiamo controllare ogni popolazione che lo abita. Chi, come Napoleone o Hitler, ci ha provato ha clamorosamente fallito (peraltro in entrambi i casi cercando di occupare la Russia, il paese più esteso del globo). Romani e britannici amministravano il caos stringendo alleanze e realizzando il divide et impera. Un loro intervento diretto si rendeva indispensabile solo quando il disordine influiva negativamente sui loro interessi strategici. Altrimenti era ritenuto un mero fenomeno naturale da considerare fra i mezzi di cui si serve la potenza egemone per difendere la propria supremazia. Questo perché nessun leader è dio e chi pensa di esserlo diventa Lenin, oppure cade inesorabilmente.

D. L’equilibrio di potenza, una pratica d’origine europea, può essere quindi perseguita con efficacia anche negli Stati Uniti?

FRIEDMAN Certamente. Non dimentichiamoci che l’equilibrio di potenza, poiché frutto di vincoli e limiti, è una tecnica eminentemente geopolitica. È ciò che certificano gli attuali eventi mediorientali. Qui gli americani non possono ottenere tutto ciò che vogliono ma, a differenza delle potenze indigene, hanno la possibilità di ritrarsi nell’emisfero occidentale. Un vantaggio che pertiene soltanto agli Stati Uniti. Di fatto lo stesso principio che Reagan usava nei confronti degli alleati europei, quando li invitava a battersi per la loro libertà. E perfino George W. Bush, se avesse potuto, avrebbe adottato la stessa strategia.

D. Stando alla dialettica hegeliana, le cose sono perennemente destinate a cambiare. Al di là del determinismo, condivide tale assunto e come lo applica alla lettura degli eventi internazionali?

FRIEDMAN Lo condivido in pieno. La realtà muta in continuazione e non torna mai com’era. È un punto cruciale: è impossibile ripristinare lo status quo. Non solo. La situazione originaria, fusa con il suo contrario, si completa in modo inedito. La storia delle relazioni internazionali è zeppa di precedenti sul tema. Il più recente ci è fornito dalla rivoluzione iraniana. Nell’occasione i persiani sono riusciti a coniugare la religione con le istanze tipiche della rivoluzione borghese (francese). Uno sviluppo profondamente dialettico, nonché totalmente sconosciuto alla tradizione occidentale che ha compiuto il percorso inverso.

D. È questa una visione tipica della sinistra hegeliana. Che ne pensa del marxismo?

FRIEDMAN La geopolitica deve moltissimo a Marx. Il Capitale è un testo fondamentale e al filosofo di Treviri va riconosciuto d’aver distinto con esattezza le diverse fasi del ciclo economico capitalistico (boom-bust-boom). Così il materialismo storico possiede notevole pregnanza e io stesso, in un certo senso, sono un materialista che pone lo Stato al centro della sua analisi. Tuttavia Marx ha invalidato il proprio ragionamento concentrandosi sul concetto di classe. Così già nel 1914-18, e più ancora nel 1939-45, le sue teorie potevano considerarsi superate. Ossia quando ai proletari del mondo, cui era stato spiegato di appartenere a un’unica grande classe internazionale, fu chiesto di uccidere altri proletari perché cittadini di uno Stato straniero e nemico. In quello stesso istante la realtà geopolitica frantumò l’ideologia comunista.

D. Anche Hegel poneva, almeno temporaneamente, lo Stato nazionale al centro delle sue teorie. Gli Stati sono ancora i principali protagonisti delle relazioni internazionali?

FRIEDMAN Decisamente sì. Per Hegel lo Stato nazionale rappresentava una costruzione storica destinata a essere superata nel tempo, come accaduto in passato alla polis greca. Ciò nonostante, in attesa di un soggetto politico che lo sostituisca, lo Stato ci appare ancora come la più efficiente delle costruzioni politiche. Mentre le forme non statali, siano esse informali o di estensione internazionale, non sono «hegelianamente» in grado di fare la storia. Lo dimostra in questi giorni il conclamato fallimento dell’Unione Europea.

D. Come valuta l’esperienza del neoconservatorismo che ha un’evidente base marxista?

FRIEDMAN Per quanto mi riguarda il neoconservatorismo si è estinto negli anni Ottanta, con la fine dell’èra Reagan. Da allora non esiste più, se non come parolaccia (neocon) da usare per offendere chi non apprezziamo. Negli anni Settanta i neoconservatori erano liberals che, giudicando troppo morbida la posizione della sinistra Usa nei confronti dell’Unione Sovietica, passarono a destra mantenendo una sofisticata percezione geopolitica e uno spiccato senso della guerra. I neocon degli anni Duemila invece hanno perso qualsiasi cognizione strategica, dimenticando soprattutto che freni e vincoli sono componenti essenziali del metodo analitico. Tra questi Paul Wolfowitz (vicesegretario alla Difesa con Bush figlio, n.d.r.) che, proprio perché credeva nell’onnipotenza delle Forze armate, s’è dimostrato un pessimo stratega.

D. Hegel ci spiega che la volontà dello spirito si compie attraverso i trionfi e le tragedie della storia. Possiamo dire che oggi gli Stati Uniti, come sostenuto dalla teoria del destino manifesto, sono il principale mezzo dello spirito hegeliano?

FRIEDMAN Probabilmente sì, sebbene il filosofo non seppe prevederlo. Hegel pensava in maniera globale e comprendeva che, attraverso esplorazioni e conquiste, a partire dal Rinascimento l’Europa aveva creato il mondo per come lo conosciamo. Eppure non riuscì a immaginare l’epilogo del suo continente, giacché – a suo dire – questo avrebbe coinciso con la fine della storia. Invece con il collasso dell’Unione Sovietica, ultima potenza globale nativa del Vecchio Mondo, si concludono i 500 anni di globalizzazione europea (1492-1992) e inizia il periodo di dominio americano. Allora gli Stati Uniti diventano la prima potenza globale della storia. E lo spirito, compiendo il disegno hegeliano, si sposta nell’emisfero occidentale.

D. A tal proposito lei ha definito «americano» il XXI secolo. Quando si concluderà il dominio degli Stati Uniti?

FRIEDMAN Difficile prevederlo. Sicuramente non accadrà in questo secolo. Nei prossimi decenni l’intero continente nordamericano manterrà l’attuale posizione di supremazia globale. Soprattutto per ragioni geografiche. Stati Uniti, Canada e Messico sono separati dal resto del mondo da due oceani e non conoscono minacce endogene. Inoltre Washington non deve affrontare antagonisti strategici. Non lo è la Cina, destinata a ridimensionare le proprie ambizioni, né tantomeno la Russia o l’Unione Europea. Tanto che, a dispetto degli errori commessi, gli Stati Uniti rimangono inattaccabili.

D’altronde, come insegna Hegel, è fondamentale concentrarsi sulla forza intrinseca delle potenze senza farsi traviare dagli eventi accessori, come le sconfitte subite dagli americani in Vietnam o in Iraq.

D. La Cina pertanto cadrà prima di insidiare gli Stati Uniti. Si tratta di una previsione figlia dell’hegeliano approccio navalista?

FRIEDMAN Intendiamoci, valutazioni economiche e politiche ci suggeriscono che la Repubblica Popolare Cinese non sarà mai capace di soppiantare gli Stati Uniti. È però altrettanto evidente che le talassocrazie possiedono un vantaggio strategico che le potenze continentali non possono colmare. Lo stesso che aveva Atene su Sparta. Anzitutto, le nazioni marittime, come in passato la Gran Bretagna e oggi gli Stati Uniti, possono accedere al commercio con maggiore facilità, perché non hanno bisogno di costruire strade o ferrovie per vendere le loro merci. Mentre Russia, Germania o Cina sono costrette a spendere in infrastrutture e ad attraversare territori altrui per ottenere lo stesso risultato. A questo si aggiunge che la Cina è geograficamente imbottigliata e dunque facilmente contenibile. Infine Pechino è destinata a produrre navi ma non una vera flotta, poiché le manca un grande ammiraglio attorno al quale costruire la propria Marina militare.

D. In conclusione possiamo definirla un hegeliano?

FRIEDMAN Da Hegel ho imparato moltissimo e mi servo della sua filosofia ogni giorno per compiere il mio lavoro. Tuttavia ne rifiuto la teleologia. In altri termini, sono convinto che la storia non persegua ineluttabilmente un fine specifico. Non tutto evolve per il meglio, né si compie soltanto il destino dello spirito. Così la dialettica di Hegel mi è di fondamentale aiuto per intuire il flusso degli eventi e le trasformazioni che questo determina, ma ne respingo il progressismo. Altrimenti rischierei di emulare Alexandre Kojève che intendeva assistere alla fine della storia. Ma la storia è ancora in pieno svolgimento. Ed è nostro compito comprenderne la direzione.

2 Commenti

  1. Bella l’intervista, ma come al solito gli intellettuali americani dimenticano eventi storici fondamentali a loro contrari. Accennando ad Atene e Sparta Friedman dimentica che a vincere la guerra fratricida fu la seconda e cio’apri’ la strada alla Potenza non marittima macedone; mentre la crescita di Roma ebbe compimento dopo la vittoria contro la Potenza marittima fenicio-cartaginese.

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