Putin all’Islam: «sta mano po esse fero o po esse piuma»

Che il terrorismo islamico sia difficile da contrastare lo vediamo tutti chiaramente, ma nella storia personale degli jihadisti ci sono indicazioni preziose per uscirne una volta per tutte.

L'ultimo caso di cronaca che ha colpito New York è emblematico. Sayfullo Saipov è un inspospettabile padre di famiglia, autista di Uber,  che aveva vinto alla lotteria la carta verde per entrare negli Stati Uniti. Talmente insospettabile, che gli analisti che sfilano in queste ore in televisione trascurano il fatto che sia uzbeko. 

Se non si parte da qui, cioè dai luoghi d'origine dei combattenti che si immolano per l'isis, il fenomeno non sarà mai debellato. Anche nel caso dei terroristi francesi, pur nati e vissuti in Francia, il discorso non  cambia.

Alzi la mano chi sa dov'è l'Uzbekistan. Ok, vi lascio googlare, non siamo a scuola. Il posto meriterebbe una visita se non altro perchè è molto a buon mercato, ci sono le rovine greche di Alessandro Magno, il lago d'Aral e il cimitero della nave. Ma se non siete così curiosi da farci una capatina turistica, nessuno di norma sa mai niente di niente di paesi come l'Uzbekistan. In Occidente l'ignoranza della storia, delle religioni e di paesi come quelli caucasici regna sovrana. La verità è che i foreign fighters vengono da paesi dell'ex unione sovietica o da ex colonie anglofrancesi, ed è da qua che occorre partire.

cimitero della nave - lago d'aral

Le ultime generazioni di giovani provenienti dal Magreb, dai paesi dell'est, dell'asia centrale e dell'eurasia in generale sono stati tratti in inganno. Illusi  dalle loro comunità originarie e presi in giro anche dalla propaganda americana.

Le comunità d'origine hanno creduto che con il crollo dell'unione sovietica in eurasia (e degli stati nazionali nordafricani), fosse morto il concetto di stato laico. Le primavere arabe partite nel 2011 furono, invece, un processo inverso avente lo stesso obiettivo in virtù di quel curioso fenomeno che sia chiama eterogenesi dei fini. Tunisia, Libia, Egitto e Siria andavano smantellati come stati nazionali con il loro apparato burocratico-militare e la loro destabilizzazione doveva arrestare la caduta del petroldollaro e indicare a tutti la meta del benessere e del buongoverno: Israele. Eurasia musulmana e medioriente arabo sono aree del mondo apparentemente diverse, ma aventi in comune un diffuso malcontento determinato dalla povertà e da una religione che non ha mai conosciuto l'illuminismo. Elementi che potevano essere utilizzati per dividere, destabilizzare e consentire il controllo della Nato e delle compagnie commerciali multinazionali.

I russi, grazie alla lungimiranza di Vladimir Putin hanno gestito la faccenda come andava gestita, cioè da un lato realizzando moschee, ma dall'altro stroncando con estrema violenza qualsiasi tentativo di mettere in discussione lo stato laico. In altre parole, Putin ha detto: "22 milioni di russi della federazione sono musulmani? Preghino pure, ma nessuno confondi la costituzione e la legge della comunità con il credo religioso". La conseguenza di questo semplice ragionamento, tradotto in azione politica, fu la morte certa e senza processo di chi minaccia la sovranità nazionale attraverso aiuti provenienti dall'estero con la scusa dell'Islam. Le due guerre in Cecenia, le ingerenze in Georgia e le ong di Soros sono costate migliaia di morti, ma hanno fatto capire ai russi come si fa. Tolleranza religiosa da un lato. Controllo capillare del territorio, dall'altro.

Putin inaugura in Russia la seconda moschea più grande del mondo

Su cosa insistono oggi, invece, le  televisioni ed i giornali occidentali alle prese con l'attentato newyorchese? Sul fatto che non bisogna farci piegare nel nostro vivere quotidiano, che serve resilienza (!), e via libera di aneddoti sui cinque ciclisti argentini che avevano scelto Manhattan per fare la rimpatriata, o racconti strappalacrime sul poliziotto eroico che ha bloccato l'attentatore. Tutta anedottica inutile e completamente fuorviante, come lo furono i gessetti colorati e la retorica. Nessun approfondimento sull'Uzbekistan, il paese più povero dell'unione sovietica prima del crollo del muro di Berlino, nessun riferimento al lavoro sporco degli americani nel caucaso ai tempi delle guerre cecene. Insomma, tutto il dibattito rimane autoreferenziale, costruito perchè diventi una bella fiction televisiva tra qualche mese.

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