La Globalizzazione è lo Stato di Natura

Circola un potente malinteso tra gli estimatori della Globalizzazione, i quali sono persuasi che la libera circolazione degli uomini e l’assenza di radici e di identità non sia altro che il proseguimento del cosmopolitismo di stampo illuministico. Ecco allora che questo assunto storico consente di considerare i no-global come degli arretrati retrogradi contrari allo sviluppo della civilizzazione e del progresso, processo grazie al quale, invece, un bel domani saremo tutti cittadini del mondo, senza muri e senza confini.

In realtà, il cosmopolitismo fu solo una parte dell’illuminismo, se è vero che i due illuministi più consciuti e brillanti, Rousseau e Kant ne contrastarono apertamente l’aspetto antipatriotico.

Rousseau, ad esempio, non approvava «i cosmopoliti, che vogliono cercare lontano, nei loro libri, quei doveri che disdegnano di compiere presso di sé», mentre l’illuminista più famoso del Settecento, Immanuel Kant, parlava di pace tra le nazioni, e quindi dell’esistenza stessa di nazioni come precondizione perchè vi sia la pace tra gli uomini.

Tuttavia, anche se l’analisi del rapporto tra cosmopolitismo e globalizzazione è piuttosto controversa, non vi è dubbio alcuno che la globalizzazione sia uno status che l’uomo aveva già sperimentato nel suo lontano passato. Anzi, potremo dire senza pena di smentita che la globalizzazione ha caratterizzato la condizione umana per la maggior parte del tempo, e che sia stata poi abbandonata proprio con l’arrivo dell’agricoltura e della civiltà. Dando retta a questa intepretazione (che faccio mia) è la globalizzazione ad essere indice di arretratezza, e non il contrario.

Per oltre 2 milioni di anni, infatti, gli esseri umani vivevano raccolti in piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, la cui caratteristica principale era il nomadismo.

Esattamente come oggi gli zingari, i sinti ed i rom, per centinaia di migliaia di anni, gli uomini si spostavano continuamente e non avevano una patria. Sfruttavano tutto ciò che poteva offrire un territorio in termini di risorse (legna da ardere, vegetazione e animali da mangiare) e poi se ne andavano a sfruttare altre zone del mondo. Un modello di questo stile di vita non molto vicino a noi, ma sufficientemente lontano dagli uomini primitivi è rappresentato dai pellerossa americani, che infatti vivevano in accampamenti improvvisati inseguendo il bisonte, del quale erano “parassiti”.

Un altro celebre filosofo, ma questa volta del Cinquecento, l’inglese Thomas Hobbes, parlava di un ipotetico “Stato di Natura”, cioè di un mondo caratterizzato da assenza di diritti e di doveri civili e di regole di convivenza guidate da una autorità. Pur con i numerosi e dovuti distinguo, lo stato di Natura non è frutto della fantasia di Hobbes, ma è realmente esistito, ed ha caratterizzato la maggior parte “temporale” della storia umana. Certo, nelle piccole comunità di cacciatori-raccoglitori non c’era quell’angoscia e quella paura di morire di morte violenta di cui parlava Hobbes, ma senza dubbio non vi erano radici o identità che legassero gli esseri umani ad una terrà natìa.

Per quale motivo abbiamo abbandonato il nomadismo, che è una ovvia conseguenza della globalizzazione?

Preferisco che a spiegarlo sia lo storico israeliano Noah Harari (5 milioni di copie vendute con il suo libro “Sapiens”). Harari è piuttosto liberale nelle sue esternazioni e paradossalmente favorevole alla globalizzazione. Da notare, come in questa sua analisi contraddica apertamente le tesi di base della globalizzazione, e dunque del nomadismo 2.0

Per misurare il tipo di vita “morale” condotto dai globalisti più antichi della nostra storia, Harari fa riferimento ad una tribù del Paraguay, gli Achè, che viveva esclusivamente di caccia e raccolta ancora fino agli anni Sessanta del secolo scorso e della quale, dunque, sappiamo tutto per testimonianza diretta e non per via di scoperte archeologiche o analisi dei fossili.

Quando moriva un membro valoroso del gruppo, gli Achè erano soliti uccidere una bambina e seppellire i due corpi assieme. Gli antropologi che riuscirono a interrogare gli Achè registrarono un caso in cui un gruppo lasciò al suo destino un uomo di mezza età malato e incapace di stare al passo con gli altri. Fu abbandonato sotto un albero. Gli avvoltoi si appollaiarono sui rami sopra di lui, aspettando il momento di pranzare. Ma l’uomo riprese forza e, camminando alacremente, riuscì a ricongiungersi con il gruppo. Il suo corpo era ricoperto da escrementi di uccelli, perciò da quel momento fu soprannominato “cacca d’avvoltoio”.

Sempre tra gli Achè, quando una donna anziana cominciava a costituire un peso per il resto del gruppo, un giovane uomo strisciava alle sue spalle e la uccideva con un colpo d’accetta in testa. Un Achè raccontò agli antropologi curiosi storie sui suoi anni eroici nella giungla. “Uccidevo, secondo costume, le vecchie donne. Le mie zie, sempre… Le donne avevano paura di me … Ora, stando qui con i bianchi sono diventato debole.”

I bambini che nascevano senza capelli, considerati esseri non del tutto sviluppati, venivano immediatamente soppressi. Una donna rievocò il fatto che la sua prima figlia fu uccisa perchè gli uomini del gruppo non volevano che ci fosse un’altra femmina. In una diversa circostanza un uomo uccise un bambino, perchè “era di cattivo umore, e poi il piccolo piangeva”.

Un altro bambino venne sepolto vivo perchè “era una cosa divertente a vedersi e gli altri bambini ridevano molto”.

Ecco, nello studio di Harari, direi che possiamo intravedere quanto sia bello un mondo popolato di uomini liberi dalle regole, senza muri e senza confini, senza città e senza patrie. Yahooo…!

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