Macchè Abenomics: si chiama Keynes e lo sta ficcando in quel posto a tutti i liberisti

Per trovare dati economici sul Giappone in Rete occorre rovinarsi il polso su google. Per trovarli sulla carta stampata occorre andare direttamente in edicola in Giappone. Eppure, stiamo parlando della terza economia mondiale, dopo Stati Uniti e Cina. Cioè, dico…, la terza potenza economica mondiale, ben sopra Germania, Francia e Regno Unito.  Senza contare – piccolo particolare – che il Giappone non ha risorse prime e non è un continente, come invece Usa e Cina.

Perchè allora se ne parla così poco? Semplice, perchè la crescita del Giappone è vistosa ed importante, ma non segue la ricetta liberista. Dunque, meglio sottoporre a tutti gli allocchi che risiedono in Europa i dati tedeschi – resi possibili solo in virtù delle regole che i teutonici hanno rifilato ai loro competitori – anche se i loro numeri sono INFERIORI  a quelli giapponesi.

Nel campo dei critici dell’euro, l’esempio giapponese non è affatto nuovo, ma ammettiamolo pure: per tanto tempo si è pensato che gli investimenti keynesiani del Giappone promossi dal loro leader Shinzo Abe, avessero un risvolto positivo solo in termini occupazionali. Un po’ come dire che nel paese del Sol Levante si stampa moneta, si aumenta l’occupazione, ma tutto questo rappresenta un atteggiamento autoreferenziale e chiuso. Invece, poche ore fa sono usciti i dati di novembre 2017: le esportazioni giapponesi sono salite per il 12esimo mese consecutivo, beneficiando della fiducia delle principali aziende manifatturiere del paese, al record in 11 anni. Il balzo dell’export nipponico supera il 16 per cento. C’è una forte compensazione delle importazioni, però, il che mostra una bilancia commerciale alla ricerca dell’equilibrio, sulla scia di quanto descritto da Keynes.

Non solo, qualche investitore comincia a far notare che la Borsa di Tokyo potrebbe esplodere al rialzo dopo i dati sull’export, in prossimità dei 23000 punti.

Da ricordare i princìpi cardine dell’Abenomics annunciati dal leader nel 2012:

Una dottrina economica composta da tre fasi, le cosiddette “tre frecce” nella faretra del primo ministro giapponese: iniettare contanti nel sistema, introdurre stimoli fiscali e intraprendere profonde riforme strutturali. Un mix che dovrebbe innescare un circolo virtuoso capace di far aumentare i profitti delle aziende, aumentare i salari, far crescere i consumi.
A cinque anni dall’inizio della terapia Abenomics, le prime due frecce sembrano essere andate a segno.

Il Pil infatti, è in crescita, 2,5% annualizzato, ma le aspettative di Abe molto oltre. Affinchè anche i salari crescano è necessario che i profitti aziendali vengano indirizzati maggiormente verso i dipendenti, e questo ancora non si è verificato.

Diversamente dall’europa, comunque, in Giappone non esiste alcun ricatto sul debito pubblico o sullo spread con giornalisti ignoranti e perdigiorno che ti spiegano che “i soldi che non ci sono” per fare questa o quella infrastruttura. Insomma, il Giappone non è solo distante come chilometraggio, ma anche per lungimiranza politica ed economica. Soprattutto, ha già fatto vedere ai liberisti che se il mercato lo pianifica la comunità è molto meglio. Insomma, mutatis mutandis, le stesse cose che aveva teorizzato l’economista John Maynard Keynes 70 anni fa.

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