C’è del marcio in Sud Sudan

Il Sud Sudan sta vivendo una situazione simile a quella della Siria con la differenza non piccola che nessuno ne parla. Eppure, ci sono diversi milioni di sfollati e di profughi costretti ad abbandonare le loro abitazioni e recarsi in Uganda. Eppure, i morti ammazzati non mancano di certo, e a quanto pare nemmeno torture e massacri gratuiti. Spulciando tra le riviste online ufficiali ed i rari articoli sul Sud Sudan, si trovano poche informazioni univoche, stando alle quali il più giovane paese del mondo – nato appena nel 2011 da una Secessione con il Sudan Del Nord – si trova ora in una situazione forse anche peggiore con una guerra civile ed etnica che coinvolge la tribù Dinka (nettamente maggioritaria) contro quella dei Nuer.
Se tuttavia leggiamo i reportage da cima a fondo, ecco che emergono particolari inquietanti; ad esempio che nel Sud del Sudan ci sono dei militari cinesi a presidio, alcuni dei quali ci hanno già rimesso la pelle negli scontri. Poi si legge di caschi blu, come al solito onnipresenti e “con le mani in mano”. E soprattutto in queste mesi si è scritto molto di Papa Francesco che già in passato aveva annunciato di voler andare a Juba – la capitale del Sud Sudan – e che dichiara di averci sempre rinunciato per motivi di sicurezza e di incolumità.

Padre Domenico Moschetti, che è volontario e testimone oculare dei fatti in Sudan ha recentemente dichiarato:

solo nel 2014 il governo del Sud Sudan ha speso un miliardo di dollari in armamenti e ipotecato pozzi di petrolio, che in questo momento non ha ancora aperto. In pratica, il regime sta svendendo il Paese per avere armi e schiacciare la ribellione, dimostrando una totale noncuranza per il futuro della popolazione stremata dal conflitto. C’è anche un rapporto pubblicato lo scorso settembre da Amnesty International, che prova un coinvolgimento diretto dell’Ucraina, che nel 2014 ha firmato un contratto con gli Emirati Arabi per la fornitura di migliaia di mitragliatrici, mortai, lanciamissili, granate e munizioni da consegnare in Sud Sudan. Ma non sono gli unici a vendere armi al governo di Giuba, lo fanno anche la Cina e gli americani, che formano pure i militari.

Per la verità, raccontata solo così, la situazione del sud Sudan sembrerebbe radicalmente rovesciata rispetto a quella siriana. In Siria, infatti, i ribelli antigovernativi sono sostenuti da americani e alleati per destabilizzare l’area. In Sud Sudan accadrebbe esattamente l’opposto, con il governo ufficiale sostenuto da americani e amichetti vari e con l’opposizione dei Nuer in forte difficoltà.

Anche stando così le cose, comunque, si può affermare che la medicina somministrata per il controllo delle ex colonie è sempre la stessa: dividerle per comandarle meglio… niente di nuovo nella strategia necon.

Rimane irrisolta però una questione apparentemente formale, ma non di poco conto per una corretta analisi geopolitica di controinformazione.

E’ un dato di fatto che si è parlato sui media e si continua a parlare ancora molto dei paese della ex Jugoslavia, di Libia, di Cecenia, di Siria, di Ucraina, ecc. ecc. Nazioni che hanno ingoiato l’amara pillola del divide et impera prima del Sudan. Come mai solo su questo è calata la cortina del silenzio?

Il Sud del Sudan, inoltre,  è ricco di petrolio e di spazi vergini, e tuttu sanno che i cinesi vorrebbero comprarselo: perchè di Juba, ei dinka e dei nuer non si parla mai?

L’ipotesi meno insensata allora è che non se ne scriva perché i sudanesi del sud sono di religione cristiana.

In questa fase storica, infatti, è funzionale sostenere che tutti i musulmani sono cattivi mentre la cultura Cristiana è buona. I SudSudanesi si staccarono nel 2011 dal Sudan di Khartoum proprio perché i loro cugininetti professavano e professano la religione musulmana.

Pur mantenendo la convinzione che il cristianesmo sia la religione-filosofia in grado di interpretare la natura umana meglio di altre confessioni, mi sforzo di dimostrare da diverso tempo che la motivazione dei conflitti è sempre di natura geopolitica e in subordine economico-finanziaria, ed ha a che fare con il ruolo delle multinazionali e con l’utilizzo di materie prime da parte degli Stati.

Potremo dire che la religione è l’oppio dei popoli, ancora una volta. Nel caso africano la religione è come non mai una “sovrastruttura” marxiana. Un fumo scuro che obnubila la vista dei disgraziati, ma molto utile alle èlites per redimere questioni internazionali e anche di politica interna.

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