Sulla crisi dell’Immobiliare occorre dire la verità però

Da qualche ora il Wall Street Journal ha pubblicato i dati sulla vendita degli immobili nel mondo. Di particolare interesse è il dato italiano, visto che nel Belpaese il prezzo delle case non sta salendo, ma anzi scende, contrariamente a quel che accade nel resto d’Europa. Dopo il Wall Street Journal si sono accodati i giornali italiani, che in questo momento stanno dando parecchia enfasi alla notizia.

Ora, io leggo tutte le prese di posizione del 2018 in chiave politico-elettorale e la motivazione centrale che i media riportano attorno a questo dato economico fa eslicito e unico riferimento alla crisi economica. In altri termini, la stampa sta sostenendo apertamente che le case in Italia non aumentano di prezzo perché nel Belpaese ci troviamo ancora in piena crisi economica, mentre nel resto d’Europa i prezzi sono saliti perché gli altri stati nazionali sono veramente usciti dalla crisi.

 Attorno a questa linea mainstream – ed è raro che ciò accada – si stanno “conformando” anche i blog indipendenti ed i divulgatori della cosiddetta controinformazione. In pratica, per metterla in quel posto al governo e al Partito Democratico – secondo i quali l’Italia sarebbe uscita dalla crisi grazie ai loro interventi – si sostiene che il calo italiano delle case è indice del perdurare della crisi.

La tesi è che se le compravendite ed i prezzi degli immobili non aumentano, allora un Paese è in crisi.

Cazzata!

A parte il fatto che gli immobili salgono quando vengono considerati un  asset da preferire agli altri, e non quando “le coppiette si sposano in gran numero”, va detto in modo chiaro che nel resto d’Europa i prezzi stanno crescendo soprattutto perché PRIMA erano realmente crollati. (Germania a parte).

Preciso che, ora come ora, anche per il sottoscritto il paese non si trova fuori dalla crisi. Tuttavia, se in Italia le case non crescono ciò è dovuto al fatto che erano in bolla fino al 2008 e che poi i prezzi sono scesi troppo lentamente e senza mai crollare veramente, come accaduto ad esempio in Spagna.

Durante gli anni di crescita speculativa – e dunque almeno fino al 2007 – in molte zone d’Italia, compresa quella nella quale risiedo (in Veneto),  i prezzi degli immobili avevano raggiunto livelli stratosferici, paragonabiili a quelli di città come Parigi e New York. Un attico a Treviso costava come un appartamento normale nel centro di Manhattan, ed ora le cose sono cambiate solo perchè la Grande Mela è di molto salita. Non perchè Treviso è scesa…

In Italia i prezzi delle case hanno sostanzialmente tenuto con flessioni di rado attorno al 30%, mentre l’entità della crisi, il crollo del PIL, e soprattutto la crisi occupazionale avrebbero dovuto comportare un abbassamento dei prezzi almeno del 50-60% (sennò di che bolla stiamo parlando?).

Detto diversamente, se nel 2007 un appartamento di 3 camere in una media città italiana costava attorno ai 200mila euro, oggi costa sui 160-170mila euro. Intanto, in Grecia e Spagna i prezzi si erano minimo minimo dimezzati.

Quindi, l’Italia continua oggi nella sua lenta discesa dei prezzi e non ha ancora raggiunto il punto più basso. La domanda semmai dovrebbe essere: per quale motivo in Italia i prezzi degli immobili tutto sommato hanno retto in questi anni?

E la risposta è relativamente semplice, poiché in Italia ci sono le banche che dominano il mercato immobiliare molto più che all’estero. Guardate la lista dei titoli azionari con maggior capitalizzazione in Italia: sono quasi tutte azioni bancarie. Siccome, a causa dei mutui, il patrimonio immobiliare italiano è nelle mani del sistema bancario, che non ha mai voluto svendere, ecco spigato perchè i prezzi sono rimasti alti.

Per quanto possa essere alta la domanda di case, se i proprietari, e in questo caso le banche, non sono disposte a mollare l’osso, i prezzi non diminuiranno mai.

Se, infatti, un immobile viene venduto a 100 e il proprietario non si accontenta di prendere meno anche a fronte di una crisi epocale …, allora il prezzo di quell’immobile rimarrà per sempre a 100!

Occorre dunque, e ancora una volta, guardare all’informazione mainstream con forte sospetto, e con molto dispiacere in questo caso ci tocca rilevare che anche la controinformazione in rete preferisce mettere benzina nella macchina del fango più che seguire la via maestra dell’analisi razionale.

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