Il Giorno della Memoria contro la Scienza

Come sanno anche i cacciavite, dal 2005 l’Onu ha deciso di istituire una giornata della memoria in ricordo della Shoah, cioè dello sterminio degli ebrei perpretato dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo un dibattito piuttosto articolato si decise per il 27 gennaio, giorno del 1945 in cui i sovietici aprirono i cancelli di Auschwitz, mostrando al mondo gli orrori della persecuzione. In Italia la celebrazione è particolarmente sentita perchè, com’è tristemente noto, dal cosiddetto Belpaese partirono numerosi convogli ferroviari destinati ai campi di sterminio organizzati a partire dal 1942, anno in cui venne decisa la «soluzione finale».

Come ogni rituale che si rispetti, da anni, e anno dopo anno, all’avvicnarsi del 27 gennaio si organizzano incontri sul tema, la televisione fornisce numerosi documentari, filmati d’epoca e opere di Cinema. Nelle maggiori piazze italiane, i comuni invitano autorità e scuole e si portano fiori nei pressi degli ex ghetti ebraici o sui monumenti ai caduti per un momento di condivisione del dolore.

Non vi è dubbio che, a seguito di queste iniziative, l’orrore arrivi eccome e che spesso ci si fermi a riflettere sulla natura umana, sulle radicalizzazioni ideologiche, sulla pura e semplice “cattiveria”.

C’è però anche qualcosa che non si dice mai, mai e poi mai. Ed ecco che ancora una volta il politically correct fa danni enormi, non solo alla verità, ma anche affinchè, come si sente dire fino alla nausea, “certe cose non abbiano più a ripetersi”.

PREMESSA. Da quando scrivo sul web, solo una volta mi sono pentito di averlo fatto: in occasione dell’ondata polemica sui vaccini, meno di due anni fa, quando mi misi a discernere su questioni di medicina e di scienza, forte della lettura di un libro dell’accademico Giorgio Cosmacini. Il mio approfondimento si intitolava “La medicina non è una scienza”, come il libro più famoso di Cosmacini, e nell’analisi sostenevo cose molto simili a quelle di Cosmacini. In effetti, ad una lettura non superficiale, si capiva subito che i vaccini non c’entravano nulla di nulla col mio bersaglio polemico, ma che me la prendevo con le posizioni positiviste della cultura ufficiale, stupidamente idolatriche nei confronti del pensiero scientifico, con la scienza chiamata a discernere di qualunque questione solamente con l’occhio attento alla  “quantità” e venerata dagli intellettualoidi di questo occidente levantino, come gli antichi sciamani indiani adoravano lo spirito di Manitù.

E’ stato anche divertente far notare a infermieri e medici che mi criticavano che in realtà stavano criticando Cosmacini, loro fonte accademica di indiscussa credibilità.

Non è bastato. Anche le spiegazioni successive sono state trascurate. Avevo osato toccare… LA ZIENZA, “la reina de lo conozienzes”. In quell’occasione persi alcuni amici, e perfino alcuni ex studenti, che in giro avevano sempre manifestato forte stima nei miei confronti. Ad essere sincero fino in fondo, si trattava e si tratta di studenti coi quali pochissimo ho avuto a che fare, o perchè ho insegnato loro solo storia, e magari per un annetto, o perchè erano al liceo e seguivano all’epoca le mie cose “fuori”, ma in classe avevano altri insegnanti a lezione frontale. Nessuna critica mi fu rivolta, infatti, da ex studenti che mi avevano seguito per tutti e 3 gli anni del corso di filosofia. E non è affatto un caso.

Più volte pensai di mettere le cose in chiaro con un approfondimento che parlasse la lingua dei miei critici, quella basata sui numeri, ma poi rinunciai: gli scienziati che vivono in questa fase storica sono dei religiosi. Non vi è nessun reale argomento che possa far loro cambiare idea.

Avvicinandosi tuttavia il giorno fatidico della Memoria della Shoah, magari ci riprovo su un pezzetto di tutta la storia, toccandola più bassa. Sia mai che questa volta si possa fare goal senza che nessuno si senta minacciato dalle soverchianti forze dell’oscurantismo classicista. Chissà!

Cosa manca nella narraFFione del 27 gennaio?

Manca sempre di ricordare a tutti la motivazione tecnica adottata dai nazisti e dai fascisti per arrivare poi alla soppressione di vite umane. La motivazione politica è nota, quella economica pure, ma quella “tecnica”?

Spesso leggo la bestialità secondo la quale – siccome le SS custodivano nello zainetto “la Repubblica” di Platone – allora l’ideologia filosofica avrebbe gravi colpe nell’affermazione del nazionalsocialismo in Europa. Invece, i diretti responsabili hanno sempre invocato la scienza, anche ai processi, rifiutando in modo esplicito qualsiasi fondamento religioso, o mistico, o filosofico, a supporto delle loro dottrine e convincimenti. Per saperlo, basta leggere integralmente quanto scrissero all’epoca sul razzismo gli italiani nel 1938, sulla falsariga delle leggi di Norimberga:

È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.

Occorre ammetterlo: rileggere queste righe è affascinante. Attraente. Perchè mai dovremo essere razzisti, si chiedono i fascisti che poi trascineranno Primo Levi fino ad Auschwitz?

Per QUESTIONI BIOLOGICHE! … non per motivi meramente filosofici o religiosi… te lo dicono loro, più chiaro di così?

Quello che ho appena riportato è solo il settimo punto di un manifesto che la propaganda fintamente antifascista spaccia oggi in tutta italia come “il manifesto della razza”, ma che quando fu fatto uscire era noto per il suo titolo originale: “il Manifesto degli scienziati fascisti” (1938).

Volete qualche nome e cognome?

Eccoveli:

dott. Lino Businco, assistente di patologia generale nell’Università di Roma,
prof. Lidio Cipriani, incaricato di antropologia nell’Università di Firenze direttore del Museo Nazionale di antropologia ed etnologia di Firenze,
prof. Arturo Donaggio, direttore della clinica neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, presidente della Società italiana di psichiatria,
dott. Leone Franzí, assistente nella clinica pediatrica dell’Università di Milano,
prof. Guido Landra, assistente di antropologia nell’Università di Roma,
sen. Nicola Pende, direttore dell’Istituto di patologia speciale medica dell’Università di Roma,
dott. Marcello Ricci, assistente di zoologia all’Università di Roma,
prof. Franco Savorgnan, ordinario di demografia nell’Università di Roma, presidente dell’Istituto centrale di statistica,
on. prof. Sabato Visco, direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di biologia presso il Consiglio nazionale delle ricerche,
prof. Edoardo Zavattari, direttore dell’Istituto di zoologia dell’Università di Roma.

Ciò che spesso viene omesso, quando parliamo di genocidio degli ebrei, è che esso fu avvallato dalla scienza. Come direbbe il provax e prezzemolino televisivo Roberto Burioni, “la scienza non è democratica”. E cazzarola, se si è visto! Verrebbe da dire che – per grande fortuna – la democrazia non è scientifica, sennò ci saremo già estinti.

La scienza si avvale di un metodo, che poi gira che ti rigira, fa semrpe capo a quello di Galileo Galilei, utilizzato dal pisano a cavallo tra Cinque e Seicento. La grandezza del metodo galileiano fu quella di mostrare come si rendesse necessario provare – e in modo inconfutabile – ciò che si stava affermando. Dunque, l’applicazione di questo metodo fu utilissima, e lo è ancora, per chiarire tanti aspetti misteriorisi o complessi della realtà.

Ma tanti aspetti… NON SIGNIFICA AFFATTO TUTTI GLI ASPETTI DELLA REALTA’, e, soprattutto, non significa affatto che ciò che ancora non è stato oggetto di test da sottoporre al metodo, allora non sia per questo stesso motivo valido. Quando vogliamo chiudere la bocca a qualcuno, basta dire: “non è scientifico”. Tuttavia, il fatto che una cosa non sia stata provata dalla scienza non significa affatto che non sia valida. Significa solo che, ancora, la scienza non si è messa a studiare quella cosa.

Se scopro che, grattandomi il culo, mi passa il raffreddore, la risposta non può essere: “desisti bestia. La scienza non lo ha dimostrato”. La scienza potrà solo dirmi che non lo ha dimostrato. Ma non potrà mai e poi mai dirmi: “desisti”.

E per quale motivo, di grazia, alcune cose vengono “prese in esame” dalla scienza, e altre no?

Dai. Daiiiiii che forse ci arrivate anche voi, che fate gli scientisti. Quando risponderete a questa domanda capirete il senso di molte delle mie analisi, anche di quelle di natura geopolitica o monetaristica.

Comunque, se io nelle mie polemiche vi sembro troppo deciso, magari arrogante, sappiate che non è nelle mie intenzioni. Sono i blog che mi riducono così. Siamo qui per imparare. Ma tutti, eh? tutti, tutti, tutti.

Eppoi, detto fuori dai denti, non avrei mai e poi mai creduto (ai tempi del fascismo) ad un neurologo o ad un antropologo che sostenevano che esistono etnie superiori alle altre. Esistono le etnie, questo è ovvio, ma non alcune superiori ad altre. Non avrei mai creduto a questo, nemmeno se a raccontarmelo fosse Carlo Rubbia. Perchè? Perchè per me la scienza è un segmento del sapere. Una parte del sapere. Non è tutto il sapere. Gli scienziati più illuminati che abbiamo avuto questo lo sapevano benissimo. Ad esempio, logica e storia mi suggeriscono che le cose cambiano velocemente e che se gli africani subsahariani, oggi, hanno un QI più basso di quello degli europei (cosa testata), comprendo che è una misura valida solo  hic et nunc, e cioè che è valida all’atto della misurazione scientifica, ma che potrebbe non essere più così già tra pochi anni. In caso contrario, tutti avremo sempre lo stesso identico quoziente intellettivo durante la nostra vita. Nel senso che sarebbe identico a 8 anni, come  a 40. E forse, anche tra molti che mi leggono, è andata proprio così.

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