Perchè essere Hegeliani oggi

Slavoj Zizek ha definito il suo monumentale saggio dedicato a Hegel – Meno di niente – la più grande impresa della sua vita.

Come per tutti i grandi studiosi di economia e di politica che si rispettino,  infatti, anche per lo psichiatra e filosofo di Lubiana, Hegel è imprescindibile, la prima pietra con la quale dare stabilità all’edificio del sapere.

«In qualche modo – ha detto Zizek –  ho ricapitolato con Hegel tutto il mio lavoro».

Nonostante Zizek sia noto come emblema della filosofia pop e del postmoderno, nonostante faccia spesso il buffone e nonostante una delle sue opere più vendute sia titolata “107 barzellette di Zizek”, tra le righe si capisce molto bene che i suoi riferimenti ontologici e metafisici sono in realtà molto profondi.

Oltre a Lenin e a Marx, si è occupato delle categorie psicoanalitiche di Lacan, di Deleuze, di Althusser, ma il grosso del lavoro per sua stessa ammissione lo ha fatto su Hegel, il pensatore senza il quale non ci sarebbero stati – tra gli altri – nessun Marx, e nessun Freud

Karl Popper era letteralmente terrorizzato da Hegel – e infatti tutti i liberisti positivisti dovrebbero esserlo – ma la sua definizione di Hegel come profeta del totalitarismo è una idiozia assoluta e bene a fatto Zizek a mettere le cose in chiaro.

“Che la nozione filosofica di totalità sia il germe del totalitarismo politico è un’idiozia che ha contagiato anche Lévinas e Adorno”, ha precisato il filosofo sloveno al Corriere. “Semmai è il contrario. Se si esamina scrupolosamente ciò che Hegel intende per totalità, si capisce che non indica affatto un ordine ideale dove ogni cosa è in pace con se stessa. Osservare un fenomeno nella sua totalità significa, all’opposto, abbracciare nel suo concetto tutte le lacerazioni, i fallimenti, i conflitti. Per cui, essere hegeliani oggi significa includere nell’analisi del capitalismo contemporaneo le crisi, gli orrori, le guerre. Fa tutto parte della stessa totalità”.

In tal senso, potremo dire noi, la totalità di cui parla Hegel è la comprensione di un processo, e non la sua “santificazione”

Su questo (voluto) fraintendimento, spesso Hegel viene etichettato come il filosofo dello Stato prussiano, della borghesia e della Riconciliazione, ma pensare qualcosa del genere significa non averlo letto. Riconciliazione non è sinonimo di armonia globale. Ed Hegel non fu per niente un giusticazionista dello status quo, ma proprio l’opposto. Ogni lettore attento sa che la riconciliazione hegeliana non annulla la dialetticità del mondo, ma sancisce piuttosto il suo costitutivo antagonismo. Hegel non è un razionalista da quattro soldi, è al contrario il grande filosofo della contingenza. Ed è anche molto, ma molto più concreto di Marx, perché, a differenza di quanto fa costui col proletariato, non attribuisce ad alcun soggetto sociale il potere di conoscere la direzione della storia e agire come suo strumento. Hegel lo dice chiaro e tondo: “La nottola di Minerva spicca il volo al tramonto”. Il che, per inciso, significa che la conoscenza di un fenomeno nel senso completo del termine si quando quel fenomeno si è concluso. Pensare, come fece Marx, ad una classe sociale sigifica prevedere, non conoscere. E oggi ci troviamo esattamente in questa condizione: radicalmente aperta, impenetrabile alla teleologia, insomma, molto più hegeliana che marxiana.

Prendiamo – a titolo esemplificativo – il tema della Rivoluzione. Uno dei problemi di Hegel era precisamente di sapere come restare fedele ai valori della rivoluzione francese, senza ripetere il Terrore. In questo senso egli fu  beckettiano: “Try again, fail again, fail better”, e cioè

“Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò meglio”

Per Hegel non si trattava di sapere come preparare la Rivoluzione – infatti la si era già tentata. Si trattava di ripeterla “migliorandola”.  E questo vale tanto di più oggi poichè il nostro problema è esattamente quello di Hegel: come, dopo lo stalinismo comunista, possiamo restare fedeli ad un progetto di emancipazione senza diventare dei cinici liberali? E come ritenere che l’emancipazione sociale sia possibile, resistendo alla tentazione di pensarla praticabile solo a livello individuale?

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