Annuncio nell’era della ripresa: «astenersi cercatori di stipendio»

C’è un annuncio di lavoro di un ufficio di Bari che sta facendo il giro dei social nel quale, tra le richieste rivolte ai candidati, emerge anche quella di “astenersi” dal pretendere uno stipendio. Essendo oramai un pelo esperto di questi messaggi ad effetto internettiano non mi sono stupito più di tanto: da quando ho memoria, infatti, studi legali, notarili e commercialisti sfruttano l’esistenza dei rispettivi albi professionali per far lavorare, aggratis, giovani laureati costretti ad un tirocinio obbligatorio  per accedere all’Esame di Stato per l’abilitazione della professione. Ma nonostante questo annuncio non sia “tecnicamente” una grande novità, le richieste che vi sono esplicitate confermano una tendenza nazionale: quella di promuovere lunghe fasi di lavoro gratuito.

Qualche anno fa la classe dominante aveva sciolto le briglia ad uno dei suoi “negri di casa”, alias Lorenzo Cherubini detto Jovanotti, che ci aveva spiegato come fosse cosa buona e giusta lavorare gratis da ragazzi, per imparare e gnegnegne. Poi è arrivata l’alternanza scuola-lavoro. Bellissima idea e funzionale all’orientamento lavorativo futuro, se solo avesse previsto un minimo di retribuzione. Accade allora che stia passando l’idea che sia giusto lavorare senza pretendere un compenso. Ricordo, se per caso qualcuno fosse si fosse distratto, che il lavoro consente di creare beni e servizi che poi vengono venduti e consentono un profitto. Se un commercialista realizza una consulenza per un cliente, ma parte della consulenza è frutto del lavoro di un collaboratore, quel collaboratore deve essere compensato per il TEMPO che c’ha perso sopra. Punto!

Detto questo, è fuorviante, anzi, è proprio sbagliato pensare che ciò dipenda dalla natura malvagia del datore di lavoro. Se, infatti, il giovane laureato, tra qualche anno, si troverà a gestire uno studio, anche lui deciderà di NON compensare un collaboratore, qualora la legge glielo consenta.

Il marcio di questo meccanismo va cercato altrove.  Più precisamente, nella privatizzazione estrema di ogni forma di lavoro. Secono il paradigma liberista, infatti, nessuna attività lavorativa dovrebbe venire offerta dalla collettività, ma solo ed esclusivamente da società private. L’affermazione di questo paradigma è pericolosa e deleteria per due motivi. In primo luogo, perchè ciò ha comportato e comporta che servizi strategici per un Paese vengano affidati a fondi azionari, magari stranieri, che possono decidere, da un momento all’altro, di sospenderli. La vicenda delle compagnie aeree in Italia credo sia emblematica: tratte di volo aperte alla qualunque, con promozione turistica indotta verso mete turistiche non italiane, fino a far crollare la compagnia di bandiera, fallita, svenduta e poi rivenduta dopo numerose quanto inutili tristrutturazioni aziendali.

In secondo luogo, la privatizzazione del lavoro consente la totale ricattabilità del lavoratore. Qualora, infatti, una collettività richieda cospicua forza-lavoro, chi cerca un’occupazione ha maggiore scelta e può anche declinare le offerte dei privati, qualora ritenute economicamente troppo svantaggiose.

Il caso dell’Italia è davvero emblematico. Nel Belpaese, infatti, la collettività potrebbe offire tanto di quel lavoro da non riuscire nemmeno a trovare tutti gli operatori necessari. La cablatura della Rete informatica, la messa in sicurezza degli immobili  in virtù di un territorio sismico, la pulizia dei fiumi, l’ediliza scolastica, la ricerca in ambito scientifico … in Italia ci sono così tante di quelle cose da fare da poter azzerare la disoccupazione per decine di anni. Perchè il mondo industriale italiano non lo vuole? Eppure anch’esso avrebbe molte vantaggi da uno sviluppo infrastrutturale del territorio. Il motivo è banale, ma non tutti lo colgono nella sua fulgida semplicità. Qualora, infatti, lo Stato distribuisse più lavoro, i lavoratori sarebbero meno ricattabili e potrebbero pretendere stipendi più alti. Annunci di lavoro come quello esibito qua sopra diventerebbero impossibili, anacronistici. Il mondo imprenditoriale italiano ha fatto una scelta liberista, e cioè quella di concorrere con messicano, pakistani e cinesi. Per stare al passo con questo paesi ipertrofici di residenti e di chilometri quadrati, occorre arrivare ad azzerare gli stipendi. E quindi il lavoro gratuito viene fatto sembrare necessario, o addiruttura «cool». Per i fessi che ci cascano.

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