Calo delle nascite. Freud ci aveva già spiegato perchè

Italiani sempre più vecchi, nel 2017 calo record di nascite. Con questa frase aprono oggi i maggiori quotidiani online poichè le analisi demografiche dell’istat appena uscite registrano un calo di centomila persone rispetto all’anno precedente. L’Italia fotografata è sempre più abitata da vecchi, insomma, con le coppie che non fanno più figli. Il minimo storico per le nascite ha toccato il picco del -2% rispetto al 2016, con solo 464mila nuovi nati.

A fronte di questi drammatici dati le interpretazioni si sprecano. C’è chi sostiene che l’ulteriore calo sia dovuto alla legge sulle unioni civili (ridicolo!). Chi pensa sia legato al calo di stranieri, che però sono in aumento, secondo l’istat. Chi, invece, ritiene che ciò sia dovuto alle condizioni economiche degli italiani, mediamente peggiorate nel corso dell’ultimo decennio.

In quest’ultimo assunto (le condizioni economiche) c’è parte della verità, ma anche in questo caso non la si vuole dire tutta, perchè bassi stipendi e precariato solo solo una piccola parte del motivo per cui le coppie fanno meno figli. Le cause sono decismanete più profonde, oserei dire ancestrali, e per fortuna a soccorrerci c’è il vecchio caro Sigmund Freud, medico, psicanalista e filosofo che è stato  sopravvalutato per decenni, e che oggi,  per ironia della sorte e contrappasso storico, viene invece tristemente sottovalutato.

Per capire ciò che sta succedendo, occorre far riferimento al ruolo della specie nella storia dell’evoluzione.

La specie umana, infatti, ha come interesse la procreazione, e per ottenere ciò fornisce noi individui di due impulsi: la pulsione sessuale per la procreazione dei figli, e la pulsione aggressiva per la difesa della prole. Queste due pulsioni, necessarie alla sopravvivenza, Freud le colloca nell’inconscio, cioè in quella parte della personalità dell’individuo che non è mediamente pensato da noi in modo “progettuale”. In altri termini, la specie ci ha fornito queste due pulsioni (sessualità e aggressività), ma noi non è che ci pensiamo ogni momento e non fanno parte del nostro piano di vita; eppure, esse sono lì, covano sotto la cenere, e agiscono indipendentemente dal nostro controllo razionale armonico.

Noi individui non ci pensiamo mai come funzionari della specie, cioè come esseri che lavorano affinchè la specie vada avanti, eppure lo siamo e quelle pulsioni sono sempre lì, pronte a intervenire.

Ecco allora che scatta un conflitto tremendo. Da una parte l’io, cioè la parte controllata di noi stessi che si figura un mondo fatto di ambizioni personali, progetti di vita, di carriera, di senso, ecc. ecc. Dall’altro, l’inconscio con i suoi due padroni, sessualità ed aggressività, che invece ci portano a desiderare anche ciò che razionalmente non vorremo o non potremo desiderare. Ad odiare e aggredire ciò che non vorrremo o non potremo odiare e aggredire.

Chi vince in questa lotta? Ma le pulsioni, ovvio. Perche esse lavorano per la specie, non per noi intesi come soggetti individuali.

SESSUALITA’ E AGGRESSIVITA’ sono le due pulsioni di cui la natura si serve per preservare la specie. E non sono istinti, che hanno anche gli animali e che sono rigidi, ma sono appunto pulsioni, dunque piuttosto elastiche, più facili a modificarsi ed a mutare paradigma.

Le pulsioni di cui parla Freud sono ovviamente presenti sia negli uomini che nelle donne. Ma nelle donne accade qualcosa di molto diverso e affascinante, qualcuno forse direbbe, di inquietante.

Per capirlo occorre tener ben presente che le nostre pulsioni confliggono con i divieti, con le regole, che sono anch’essi funzionali alla conservazione della specie. Eppure il conflitto c’è, altrimenti – se le pulsioni prevalessero sempre in assenza di freni – ci sarebbe il caos e l’umanità non si troverebbe nella posizione che ricopre attualmente, cioè quella di vertice nella catena alimentare del pianeta.

Un uomo che sia tale ha bisogno di cercare un equilibrio tra gli eccessi delle regole e quelli delle sue pulsioni. Il mondo maschile però ha un vantaggio, rispetto  quello femminile. I maschi, infatti, hanno un corpo predisposto alla procreazione, ma non ad ospitare l’altro. Il corpo femminile, invece si, nel senso che è predisposto dalla Natura per preservre se stesso (come nel caso del maschio), ma anche per nutrire e preservare l’altro, che, fuor di metafora, è il figlio.

La donna, dunque, per queste sue caratteristiche è innanzitutto relazione: io e l’altro. L’uomo è prevalentemente “io”. La donna costruisce la propria identità a partire dalla relazione. L’uomo non ha la necessità tout court, di fare questa operazione così complessa.

Sia bene inteso, non è che i maschi non implementino relazioni, ma questo aspetto non è costitutitivo del loro essere, mentre per la donna ciò è necessario. Secondo gli psicologi, dunque, la psiche femminile è molto più complessa di quella maschile.

Per capire meglio quanto ho appena detto, pensate alla ragazza nel momento della pubertà.

In quella fase, la ragazza vuole immaginare e costruire il suo corpo, la sua immagine, la sua identità secondo i suoi desideri e secondo le istanze sociali del suo tempo storico. Ma non può farlo molto liberamente, come invece accade all’uomo. Il suo corpo, durante la pubertà, segue infatti un’altra economia, l’economia della specie. E lei lo vede su se stessa, con le prime mestruazioni.

Il processo mestruale interviene sul corpo della ragazza e gli fa da promemoria dicendole: “tu sei un individuo, ma sei anche un funzionario della specie”

E’ assolutamente ovvio che anche gli uomini siano funzionari della specie, ma non ne hanno una evidenza fisica, nè psichica in grado di condizionarli. Potremo dire – parafrasando ciò che ha scritto Umberto Galimberti su questo tema – che l’uomo è “uno” e la donna è “due”.

Nel caso degli italiani che non fanno più figli, sarebbe bene usare queste informazioni freudiane per capire che la denatalità è un trend che non dipende da omosessualità, bassi stipendi, ecc, ma che ciò avviene a causa delle modificazioni storiche intervenute nella condizione femminile.

La donna – detta fuori dai denti – non vuole più fare figli o vuole procrastinare il più possibile l’evento. Oppure, se interessata fortemente alla maternità, preferisce limitare il numero della prole.

Per capire come ciò sia possibile possiamo fare riferimento al complesso edipico, che immaginiamo sempre come rovesciato, nel mondo femminile. Se il complesso di Edipo per il maschio consiste – tra le altre cose – nel voler prendere il posto del padre, nel caso della femmine, il desiderio di prendere il posto della madre può attendere… Questo desiderio, infatti, fomentato dalle pulsioni di cui si parlava, esiste. Eccome se esiste! Ma il voler prendere il posto della madre nella donna non è mai certo. Nel fare QUELLA scelta, la donna è in una condizione doppia, poichè da un lato lo desidera, ma dall’altro percepisce che con la maternità deve rinunciare a un bel pezzo del suo IO, del suo essere persona con una identità definita a tutto vantaggio dell’altro.

Nella società italiana nessuna politica si è mai posta il problema in questi termini e – anche nel caso in cui qualcuno l’abbbia pensato – mai è riuscita a risolvere questa lotta interiore della donna che è combattuta tra l’emancipazione della sua persona e il desiderio pulsionale di diventare madre. Ecco allora che la donna italiana capisce che con la maternità, per come la nostra società si è costituita, essa avrà difficoltà enormi a perseguire le proprie ambizioni, la propria emancipazione e la propria identità. Essa, con la maternità, sarà tagliata fuori dal lavoro e dalla carriera, da viaggi e divertimenti, limitata persino nella banale libertà di movimento (tutto ciò, ovviamente, vale come dato aggregato, non sempre e comunque per tutte).

Le donne italiane sanno che con la maternità devono rinunciare molto a se stesse, e molto più di quanto non debbano fare gli uomini. Perchè le donne siano in futuro maggiormente predisposte alla maternità è necessaria una totale revisione del mondo del lavoro femminile.

Una mia conoscente norvegese, con 3 figli oggi adulti e un lavoro attuale da 8mila euro al mese, mi diceva che durante la maternità era lei a scegliere l’orario di servizio, e nel caso del secondo figlio, dispose all’azienda un orario di un solo giorno alla settimana. Inoltre, in quel paese, i figli non possono praticamente continuare a vivere con i genitori una volta terminati gli studi superiori. Ma non è una questione di mentalità, come si vuol far credere qui, ma di assetto sociale, di organizzazione delle scuole, dell’architettura delle città e delle aziende. E, dunque, alla fin fine, la questione per noi italiani è effettivamente economica, ma non nel senso superficiale cui molti fanno riferimento.

2 Commenti

  1. La cultura dell’uomo medio italiano dovrebbe cambiare radicalmente per venire incontro alle urgenze di una donna che non vuole rinunciare né ai figli né al lavoro. Il rapporto dev’essere di collaborazione totale, ma è vero che troppe donne italiane sono ancora legate ad un ruolo decisamente antiquato e piuttosto che farsi aiutare si ammazzano di lavoro

    • Forse non è problema di uomo italiano, ma di una visione comune culturale italiana. All estero gli italiani fanno figli, in italia pure gli extra ne fanno pochi.Forse il problema è proprio di sistema, in italia le donne tendono a scegliere il mammone, fuori no… perchè in italia se non hai la famiglia di origine alle spalle sei finito. Se si vede anche i dati delle nascite in italia sono eloquenti: un 20% hanno entrambi i genitori italiani un 20%entrambi stranieri, e un 60% hanno un genitore straniero. Forse l articolo non è tanto sbagliato.

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