Elogio funebre di Giordano Bruno

Caro Giordano Bruno. Lo so, che non mi senti. Ma in questa data, il 17 febbraio del 1600, qualcuno decise di bruciarti vivo per aver avuto il coraggio di criticare il potere. Molte cose sono cambiate da allora, ad esempio ora preferiscono ignorare o deridere o sminuire le nostre critiche, ma l’obiettivo non è cambiato affatto: fermare il percorso della Ragione nella Storia Umana. Sono dei poveri illusi. E’ impossibile.

Le fiamme ci accendono, non ci spengono.

L’ultima volta che sono stato a Roma, ho salutato la tua statua in Campo dei Fiori nel punto esatto in cui ti hanno arso vivo. Triste vedere quattro disgraziati imbriachi di aperitivi che popolano la piazza, girarti attorno senza saper chi tu sia stato. Come faceva Socrate, anch’io spesso oso assentarmi dai gruppi e rimanere da solo pur in mezzo agli altri, assorto tra mille pensieri. A Campo dei Fiori mi è sempre successo così. Ma oggi voglio ricordarti anche qua, nell’eternità dei bit. E non userò parole mie, ma quelle che tu volesti dedicare a te stesso nella Cena delle Ceneri, la tua opera, forse, più famosa.

Potrebbe essere un’orazione funebre. La più bella che abbia mai letto.

Oh ecco

quello che ha varcato l‘aria,

ecco quello che ha penetrato il cielo,

che ha discorse le stelle e trapassati gli margini del mondo,

ecco quello che ha fatto svanire la fantastica muraglia delle prime, ottave, none, decime sfere dei vani matematici,

e il cieco vedere dei filosofi volgari.

Ecco quello che ha aperto i chiostri della verità che a noi aprir si possono,

che ha nudata la ricoperta e velata natura

che ha donati gli occhi alle talpe,

che ha illuminato ciechi che non potevano fissare l’immagine sua da tanti specchi che da ogni lato, da ogni lato,  gli si opponevano,

ecco quello che ha sciolto la lingua ai muti, che non sapevano e non ardivano esplicare gli intricati sentimenti;

ecco quello che ha risaldato gli zoppi, che non volevano avanzare.

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