Gli europei sono distrutti, e a Berlino si balla

Quando si legge che l’Europa è ormai fuori dalla crisi non si legge una menzogna. L’Europa delle multinazionali lo è effettivamente, fuori dalla crisi economica. La produzione industriale è oggettivamente in aumento. Come mai allora continua questo cupo pessimismo che avvolge il Vecchio Continente? A cosa si devono proteste e malcontento?

In Europa vivono 500 milioni di persone, non solo gli industriali ed i finanzieri e, udite udite, la stragrande maggioranza degli europei non è nè un capitano d’industria nè un finanziere.

In questo grafico, pubblicato poche ore fa dal Sole24Ore, si vedono due linee in movimento cronologico, dal passato al presente. Una di colore blu, rappresenta la produzione industriale degli ultimi anni. L’altra, giustamente in rosso, registra l’andamento dei salari in Germania.

Cosa notiamo?

Mentre per il lato dell’offerta di beni al consumo, cioè dei produttori, gli affari vanno a gonfie vele da quasi 30 anni, dal lato della domanda, cioè di chi quei beni concretamente li crea, le cose non vanno bene proprio per niente, visto che i salari sono calati per anni ed ora godono di una leggera progressione, inficiata però dall’arrivo del precariato perenne. Dunque, in un banale grafico, si coglie tutta la veridicità del pessimismo degli europei, che seguono a ruota la Germania come centro direzionale dell’Unione.

Resta solo da capire – ultime mancette a parte – cose sia possibile che l’«offerta» continui imperterrita a produrre beni da consumare se dal lato della domanda i salari sono compressi.

La risposta è solo apparentemente complicata, basterebbe che ognuno guardasse meglio ciò che succede attorno a sè.

PRIMO: gli europei continuano a comprare perchè hanno attraversato un lungo periodo d’oro, quello delle politiche economiche keynesiane, che gli ha permesso di accumulare e di investire. Ora diventa più facile attingere al capitale faticosamente accumulato dalla media borghesia in quegli anni di progettualità pubblica perchè è cambiato il paradigma emozionale della middle class che non si preoccupa più di tanto di consumare quanto accantonato dai predecessori.

SECONDO: gli europei stanno aderendo sempre più massicciamente all’industria del credito, cioè tendono ad indebitarsi con maggior serenità rispetto al passato, durante il quale l’indebitamento veniva visto come qualcosa di non-preferibile, o addirittura di disdicevole. Non è affatto raro osservare come alcuni lavoratori preferiscano indebitarsi piuttosto che aspettare anche pochi giorni.  Quindi la domanda regge, visto che si diffondono le carte di credito ed è possibile accedere a finanziamenti per piccole cose (ma per investimenti importanti e consistenti no. In tal caso si alzano le barricate)

TERZO: i colossi produttivi europei, soprattutto quelli tedeschi, vendono la maggior parte della loro produzione al di fuori del circuito europeo classico, profittando in modo astuto della nuova domanda di beni proveniente dai paesi ex comunsti (che formano un cintura attorno ai confini tedeschi), o nei nuovi continenti emergenti.

Queste tre argomentazioni spiegano perchè l’Europa ha retto. Ma i lavoratori del vecchio continente rimangono sempre con un piede sull’orlo del precipizio, mentre le multinazionali fanno profitti tenendosi ben lontane dai bordi.

Tutto ciò è stato possibile grazie alle riforme capestro avviate in Europa che hanno consentito – più di prima – di non pagare quote di lavoro via via sempre maggiori (=stipendi fermi).

Il tema del lavoro non pagato a qualcuno fa storcere il naso perchè puzza di  Carlo Marx lontano un miglio.

Ma è proprio di questo che si tratta.

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