Investire sul lungo periodo? Com’è messa la Borsa Italiana?

Spesso si sente dire che l’investimento azionario di lungo periodo è comunque profittevole. Insomma, non è raro imbattersi in approfondimenti che ribadiscono come, alla lunga, investire in azioni conviene.

Balle!

Se guardiamo alla serie storia dei prezzi dell’ultimo secolo e mezzo, solo un orizzonte temporale molto lungo (20 anni) ha garantito in USA rendimenti reali sempre positivi. e con la brutta eccezione del 1929-1949, quando per positività si intende un misero 0,10%; orizzonti di medio-lungo termine (10-5 anni) hanno reso risultati negativi rispettivamente 1.4 e 2 volte su 10; infine, orizzonti di breve termine (1 anno) hanno regalato perdite agli investitori per circa 1 volta su 3.

Detto divrsamente, secondo alcuni studi pubblicati sul Sole24Ore, l’investimento a 5, 10 anni, normalmente considerati di lungo periodo, non è affatto detto che abbiano una resa positiva.

Ad esempio, “per ben 28 volte su 140, cioè una volta su cinque, un investimento di durata 5 anni ha prodotto un rendimento reale negativo”. Magari letta così può sembrare un buon risultato, ma pensateci: quanti anni possiamo permetterci di vivere per rischiare di incappare nel “quinquennio” sbagliato?

Ma questi dati non devono deprimerci: l’investimento non è solo una cosa da trader, altrimenti non si spiegherebbero i vari Buffet, Dalio, ecc ecc. Anzi, i veri ricconi, per certi versi, non sono trader di breve periodo, ma di lungo.

Per avere soddisfazioni dal famigerato “lungo periodo” di investimento azionario, l’unico modo è valutare il timing sulla base di alcuni parametri, non ultimo il rapporto esistente tra il rpezzo di un’azione e gli utili della società di riferimento: il cosiddetto  p/e.

Negli Stati Uniti questo il liboro di Jeremey Siegel è diventato un volume ormai classico e costituisce una guida di riferimento all’investimento azionario di lungo periodo. Jeremy Siegel nell’orami lontano 2010, intese dimostrare come le azioni restino, nonostante momenti critici, il miglior investimento nel lungo periodo. A tale scopo, presentò un’imponente analisi dei mercati finanziari dal 1802 fino alle odierne strategie d’investimento, individuando alcune variabili che influenzano la performance del mercato.

Non è affatto un caso che Siegel avesse fissato la sua attenzione suo rapporto esistente tra prezzo dell’azione e utili.

In modo un po’ generico, ma semplice, si può affermare che quando il P/E ratio è molto elevato rispetto alla media storica, vuol dire che l’azienda produce utili molto bassi rispetto al prezzo corrente dell’azione ed è, quindi, probabile abbia una redditività troppo debole per remunerare a sufficienza i propri azionisti in futuro.

Non mi soffermo neanche un minuto sulle modalità di calcolo del p/e ratio, anche perchè si può trovare sui maggiori giornali finanziari (per aziende molto capitalizzate), oppure su siti specializzati, come starcapital, per qunto riguarda il p/e di stati e indici.

Facciamo quindi tesoro e monitoriamo il consiglio fornito da Riccardo Tedeschi, professore di economia a contratto a Bologna, secondo il quale, si deve prendere in cosiderazione la media mobile del p/e degli ultimi 20 anni e confrontarla con il p/e dell’anno i corso. I dati storici mostrano che  in corrispondenza di ogni crisi di borsa, il P/E ratio annuale veleggiava sopra i propri livelli medi di lungo periodo.

Ad esempio nel gennaio 2009, anno della crisi finanziaria, l’indice americano SP500  aveva raggiunto il livello di 58.2 contro una media di 25.2 del ventennio precedente.

In sostanza l’idea di Riccardo Tedeschi è la seguente:

se il P/E ratio è molto basso rispetto alla media storica è probabilmente un buon momento per comprare un’azione o un indice; se il P/E ratio è molto più elevato rispetto ai livelli medi del passato, vendere è probabilmente la cosa migliore da fare.

il Price/Earning medio è compreso tra 15 e 22. Valori superiori a 25 indicano una possibile sopravvalutazione del mercato azionario… a che punto sta la borsa italiana?

Se diamo retta ad alcuni etf che replicano l’indice di borsa italiano, come il dbxt che replica il MIb e che mostra in chiaro il rapporto prezzo/utili, allora la Borsa italiana ancora non è sottovalutata, registrndo un p/e inferiore a 15. Occorre dire, tuttavia, che ci sono diversi modi per calcolare il p/e e che occorre fare molta attenzione per non venire bruciati proprio ora, con il fondo bridgewater che punta sul ribasso dell’Italia ed a pochi giorni dalle elezioni politiche.

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