Oggi i russi voteranno Putin perchè hanno memoria

Alexey Navalny è alto circa un metro e novanta ed è molto giovane. Vladimir Putin invece va per i 70 ed è alto appena un metro e settanta, ma questi dati non gli impediranno di sodomizzare il suo “oppositore” con la sabbia e restando in piedi. Ci hanno spiegato fino alla nausea che Navalny non era stato candidato perchè poteva compromettere la leadership di Putin. Navalny in persona ha poi dichiarato ai quattro venti che scegliere di non recarsi alle urne sarebbe stato come votare per lui.

Oggi i russi hanno risposto ai quaquaraquà che infestano l’Unione ed agli estimatori di Navalny, andando a votare in massa.

Anche se lo spoglio ancora non è ancora stato fatto, tutti prevedono che Putin sarà confermato a capo del Cremlino con facilità. Come mai succede questo, nonostante gli oppositori politici siano furbacchioni postcomunisti o, come nel caso di Navalny, liberali giovani, alti e belli? La ragione sta nella storia, che mediamente in Europa orientale interessa molto più che a noi.

La transizione della Russia dopo il 1992, anno della disgregazione ufficiale dell’Urss, venne accompagnata dalle teorie economiche già applicate in Gran Bretagna con Margaret Thatcher e negli Stati Uniti durante il governo di Ronald Reagan. L’espressione largamente utilizzata per tracciare il passaggio dal comunismo statalista al libero mercato fu chiamata shock therapy. Il termine shock applicato all’economia, come ricorda l’economista canadese Naomi Klein, è tratto dalla medicina in voga negli anni ’50 e ’60 che si proponeva di curare i malati psichiatrici tramite tecniche in grado di indurre ad una regressione della personalità. Come l’elettroshock consentiva di ripulire il cervello dei matti riportandolo ad uno stato infantile grazie al quale “ricominciare da capo”, così un trauma collettivo come fu l’implosione dell’Urss avrebbe permesso a nuovi leader di promuovere qualsiasi tipo di riforma senza ostacoli e col massimo del consenso. Il maggior ideologo della dottrina dello shock in campo economico fu l’economista americano Milton Friedman, le cui ricette verranno applicate senza riserve in Russia negli anni Novanta. Per Friedman il profitto ed il mercato regolano tutto. Pertanto, i servizi statali, i diritti dei lavoratori e la spesa pubblica vanno ridimensionati fino alla loro abolizione, ma poiché queste misure risultano sempre impopolari, per farle passare occorre uno shock. Friedman, in qualità di consulente economico, consigliò ai politici di sfruttare le crisi per far passare le politiche più dolorose per le masse. Secondo Naomi Klein, il libero mercato non è nato sotto libertà e democrazia, ma grazie a situazioni di shock di vario tipo. Se ciò valse per l’affermazione del liberismo in Occidente, a maggior ragione ciò doveva funzionare in Russia, appena entrata in una fase di profonda crisi. Come scrisse lo stesso Friedman nel 1982, “soltanto una crisi, reale o percepita, produce un cambiamento reale”.

L’importante, e ciò non dipende dal fatto che le varie crisi siano preparate o meno, è che nella fase più acuta della crisi vi sia già una soluzione preconfezionata pronta per l’occasione, attraverso la quale far accettare la fine dei diritti, delle tutele e della gestione pubblica dei servizi fondamentali, per far trionfare l’idea del libero mercato. Ovunque, questa ideologia ha avuto le maggiori accelerazioni appena dopo le crisi, come si è visto con il colpo di stato in Cile, ad esempio, o con Piazza Tienanmen in Cina nel 1989.

Lo studio della Klein si basava sulle già citate convinzioni di medicina psichiatrica elaborate dopo il 1945, ma anche su una attenta lettura dei manuali resi pubblici degli interrogatori della Cia, andati in stampa nel 1963 e poi ripubblicati negli anni Ottanta. Da questi documenti emerge chiaramente come la Cia ritenesse di fondamentale importanza mettere i prigionieri da interrogare in uno stato di shock, perché una volta ridotti in quello stato essi regrediscono ad uno stadio infantile diventando incapaci di reagire, argomentare e difendersi. L’efficacia del metodo applicato alla tortura, dunque, non sarebbe molto diverso da quello applicato su larga scala all’economia dai teorici neoliberisti negli ultimi trent’anni. La Russia postsovietica è stata uno di questi tentativi assieme al Cile, allo spread greco-tedesco, alla Polonia e molti altri.

Piccolo particolare: in Russia queste ricette sono fallite miseramente, dimostrando che il neoliberismo è una dottrina inserita nel corso storico e come tale non diversa e forse peggiore di altre formule economiche utopiche. Il Presidente Boris Eltsin nel suo discorso di commiato nel 1999 chiese di essere perdonato per le sofferenze patite dal popolo russo nel corso degli anni ’90, e, riguardo al processo di transizione economica che lui stesso aveva guidato, disse:

“Siamo bloccati a metà strada tra un’economia pianificata e di comando e un’economia normale, di mercato. E ora quello che abbiamo è un brutto modello, un incrocio dei due sistemi”.

Il senso di colpa doveva allora essere molto forte in Eltsin, responsabile di aver peggiorato sensibilmente il tenore di vita dei russi a fronte dell’occasione storica che si era presentata a lui e al suo gruppo dirigente con la fine del comunismo. Quello che Eltsin senza dubbio non ammise, tuttavia, era che le riforme successive al 1993 non avevano nulla di ibrido, e che lo Stato aveva perso qualsiasi controllo economico a favore degli oligarchi; quindi, non vi era stato nessun incrocio dei due sistemi. Molto più semplicemente, il sistema economico russo non aveva sperimentato né il capitalismo sociale dei paesi scandinavi, né il capitalismo monarchico anglosassone, né il capitalismo borghese dell’Europa continentale novecentesca. I russi avevano saggiato subito il turboliberismo teorizzato dai professori dell’Università di Chicago per i quali se le risorse vengono utilizzate a esclusivo vantaggio dei pochi imprenditori privati che ne detengono il controllo, tale uso produrrà una effettiva prosperità economica. Naturalmente, aggiungevano Friedman e i Chicago Boys, affinché ciò si realizzi il processo deve avvenire senza alcuna ingerenza dello Stato.

Ecco allora che si spiega molto meglio la paura dei neoliberisti di scuola americana per la nuova Russia di Putin, che è stata in grado di uscire dalla sacca nella quale gli oligarchi l’avevano ficcata e di migliorare le condizioni economiche dei russi utilizzando le risorse in modo adeguato, con l’ausilio dell’intervento statale. E tutto questo è avvenuto dopo il totale fallimento dell’intervento americano in Russia.

In Russia tutto questo non lo hanno mai dimenticato, e oggi lo ricorderanno a se stessi ed a noi, con un voto che più democratico non si può.

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