Caccia all’uomo bianco in Sudafrica

Oggi è morta Winnie Mandela, ex moglie del più famoso Nelson, i giornali la ritraggono come icona della lotta all’apartheid, ma basta leggersi qualche cronaca per sapere che fu pesantemente coinvolta in rapimenti, torture e omicidi. Insomma, sta bene dove sta ora, oppure occorre “contestualizzare” quegli anni e capire che tutti i mezzi erano leciti per raggiungere un più nobile fine?

Da diverso tempo, sulla faccenda, le cose si stanno rivelano molto diverse da come ce le hanno sempre raccontate. E questo, soprattutto, accade perchè in sudafrica hanno lavorato per decenni molti italiani, che ora sono in pensione e sono tornati qui, e quello che dicono lo ascoltiamo dalla loro viva voce che non somiglia per niente a quel che scrivono i grandi media di massa.

E sentirlo con queste oreccchie non è facile. Per un ex giocatore di Rugby che ha tifato Sudafrica ai mondiali del 1995 e che si è commosso alla morte di Mandela nel 2013. Per uno che ritiene che ogni uomo abbia una sua naturale dignità solo perché “uomo”, non è mica facile. Però nella vita non ci sono solo i principi astratti e l’empatia per gli oppressi: ci sono anche lo studio, l’analisi, l’approfondimento, e se questi studi, analisi e approfondimenti ti dicono che in Sudafrica si viveva meglio PRIMA di Mandela occorre tirare un respiro lungo, prenderne atto e cercare di capire perché.

Tutto ciò – forse – potrà servire un giorno anche per capire cosa significa davvero la questione dei migranti, così attuale per noi ora.

Nelson Mandela è stato un leader politico che prima di rovesciare il regime di segregazione razziale si è fatto 27 anni di galera. Il regime di segregazione prevede una differenziazione sulla base dell’etnia di appartenenza, come sanno anche i bambini, i neri in Sudafrica per motivi legati alla plurisecolare forza colonizzatrice dei bianchi non godevano di tutti i diritti di cui godevano i bianchi. Se pensate, però, che allora i bianchi sudafricani siano state delle merde vi dico «attenzione»: i paesi che hanno promosso la fine dell’apartheid in Sudafrica, come gli Stati Uniti, hanno avuto la segregazione per anni e prima ancora la schiavitù, e ancora oggi trasferiscono le società manifatturiere dove c’è sfruttamento minorile. Ma dire questo sarebbe fuorviante. Ciò che conta nella nostra analisi è che in Sudafrica fino al 1993 vi era la segregazione razziale e che nonostante i neri fossero maggioranza essi non erano adeguatamente rappresentati e non governavano il paese. La cosa, sinceramente, mi ha sempre fatto schifo … fino a che…  fino a che, ancora ragazzo e ben prima che finisse l’apartheid non mi sono confrontato con un conoscente che era da poco rientrato come lavoratore italiano emigrato da Johannesburg. Costui sosteneva, a dispetto di tutti i media italiani, che i neri in Sudafrica avevano un’indole poco incline all’amministrazione e all’ordine e che – parole sue – al lavoro si comportavano piuttosto male. Essendo abituati – diceva – a vivere alla giornata, al lavoro arraffavano il più possibile se non visti e dovevano essere continuamente controllati e trattati con estrema fermezza per poter anche solo minimamente far rispettare un orario di consegna.

Ricordo perfettamente che allora la discussione mi disgustò e mi sembrò assolutamente una generalizzazione razzista della peggior specie.

Quando arrivò la fine della segregazione mi parve dunque una manna dal cielo: finalmente i bianchi schiavisti mollavano la presa! Mandela – vincitore del premio Nobel – aveva vinto la sua battaglia.

Un paio d’anni or sono, in occasione di una festicciola, ho avuto occasione di parlare con persone nate e vissute da bambini a Johannesburg e che poi sono rientrate in italia. Mi dicevano che la città è oggi fuori controllo, invivibile, una sorta di cloaca caratterizzata da delinquenza, violenza gratuita e povertà. Soprattutto, mi dicevano che prima la città era un gioiellino, paragonabile all’odierna Zurigo.

Siccome un paio di aneddoti non fanno né storia né scienza, allora ho controllato meglio la faccenda confidando anche su quel che mi suggeriva il mio vecchio fiuto, e cioè che i nostri media raccontano esclusivamente balle.

Le cose, in sostanza, stanno così.

DeKlerk, presidente del Sudafrica ha ceduto alle pressioni internazionali all’inizio dei Novanta, pur avendo la forza militare ed il consenso delle classi abbienti per mantenere il potere. A seguito di ciò, la rabbia in sudafrica non si è minimamente assopita ed anzi abbiamo assistito ad anni di vendette e confusione. La moglie stessa di Declerk, protetta da guardie private di colore, è stata da quelle stesse guardie accoltellata, strangolata ed uccisa. Il paese, che segretamente aveva addirittura prodotto armamenti nucleari e che grazie alla presenza di materie prime come i diamanti era ricchissimo, divenne preda immediata delle multinazionali. Per i bianchi sudafricani che gestirono oro e diamanti non è neanche una grande novità, com’è noto i boeri (bianchi di origine olandese) dovettero combattere una guerra sanguinosisssima contro gli inglesi per avere la sovranità su quei territori. Territori che fanno gola a colonialisti veri, che stanno fuori dal Sudafrica, e non come i boeri afrikaner, che invece sono sudafricani dalla nascita. Chiunque seguiva le vicende a fine anni ’80, se è intellettualmente onesto, ricorderà che nella maggior parte dei casi, gli scontri non erano tra bianchi e neri, in sudafrica, ma tra i neri soltanto … e che i bianchi si limitavano ad amministrare, e piuttosto bene, le tante risorse minerarie ed agricole che il paese aveva ricevuto da madre natura come manna dal cielo. Sarebbe anche storicamente tutto da dimostrare che i bianchi di origine olandese, gli afrikaner, sono stati degli usurpatori di terre. A parte che i bianchi attuali sono nati e vissuti lì, ciò che va detto è che i loro antenati arrivarono in sudafrica nel 1600, quando il territorio era scarsamente abitato. Comunque, usurpatori di terre o no (e noi diciamo di no), fatto sta che gestivano quel territorio molto meglio dell’etnia oggi al potere, che dipende in larga parte da interessi che stanno fuori dal sudafrica, soprattutto la Cina, i mediorientali e gli onnipresenti americani. Sarebbe anche spiacevole insistere qui che i leader bianchi che sostennero Mandela e che fecero cadere il governo afrikaner dei bianchi non erano bianchi boeri, ma bianchi di origine ebrea, come Joe Slovo e Nadine Gordimer. Ma siccome non vorremo giammai diventare ulteriormente sgradevoli e razzisti, non indagheremo oltre su questo. Di fatto, i bianchi che potevano se ne sono andati oggi dal Sudafrica, qualche stima parla addirittura del 25% dei bianchi, e tra questi anche le persone, di origine italiana, con cui ho parlato io. In rete si susseguono diversi rendiconti di “caccia all’uomo bianco” perpretata da gente di colore contro i contadini bianchi rimasti. Una sorta di redneck al contrario.

Cosa c’è che non andava bene nell’atteggiamento di Mandela?

Cosa non ha funzionato?

Per alcuni critici, egli non era altro che l’uomo giusto al momento giusto in gran parte inconsapevole di essere utile alle altre superpotenze (Israele, Usa…). Utile perché in grado di fare decadere il Sudafrica da questo ruolo di alto livello che gli afrikaner si erano ritagliati nei secoli. Per chi scrive, non avendo prove circostanziate sul “gomploddo” mondialista, è bene prendere comunque atto di alcuni aspetti politici oggettivi: Mandela soffriva dello stesso male da cui stenta a guarire la sinistra occidentale, e quella italiana in particolare. La stessa malattia, inoculata dal capitalismo stesso – che giustamente se la ride – a seguito della quale i diritti civili vengono prima dei diritti economici. Ci troviamo, insomma, sulla scia di stupide patentate come le Pussy Riot in Russia, le Femen in Ucraina, o di ottusi e viziati rompiballe, come il movimento LGBT e Jovanotti da noi. Per questi attivisti-artisti, e per Mandela pure era così, il principio della libertà di espressione e di partecipazione politica (il voto) deve essere in cima ai valori e alla prassi politica, mentre queste cose hanno scarso valore (anzi, diciamo pure nullo) se non sono precedute dall’affrancarsi dal bisogno, dall’emancipazione economica e da una riforma culturale.

Se molte popolazioni nere in Sudafrica non sono ancora attrezzate all’amministrazione pubblica e alla gestione economica, se cedono alla tentazione mondialista, se sono propense al consumo sregolato ed hanno scarsa capacità progettuale, ciò è dovuto alla loro struttura tribale, alla loro tradizione, così come si è nei secoli storicamente determinata. Altri testimoni mi riferiscono che l’uomo di colore sudafricano tende a spendere tutto ciò che guadagna, anche quando è benestante, e che svuota gli scaffali dei supermercati ogni venerdì sera come se non ci fosse un domani. La maggior parte dei neri, senza casa ma con il cellulare nuovo fiammante, sta oggi peggio di come viveva prima della scelta di Declerk. Limiti genetici? Non diciamo sciocchezze! Direi però atteggiamento culturale: rispettabile per carità, ma inadeguato e inadatto a gestire una nazione grande, ricca di risorse e perennemente sotto i riflettori delle grandi multinazionali come il Sudafrica.

Oggi il Sudafrica, che era una sorta di Svizzera del sud, non è poi così diverso come disoccupazione e prospettive future di altri paesi africani da noi considerati “miserabili”, come la Nigeria, o la Tanzania, tant’è che in Rete insistentemente si parla di un progetto di abbandono totale del Sudafrica da parte della popolazione bianca. Popolazione che, giova ripeterlo, è nativa africana da generazioni.

La nostra assenza di progettualità sulla questione migranti, il lavoro martellante di certa intellighenzia alla Joe Slovo,  le inutili rincorse allo Ius soli (istituto quest’ultimo inesistente in Europa e nato per paesi-continente semidisabitati come il Canada o gli Stati Uniti), rischiano di ridurci nella stessa situazione terzomondista verso la quale sta oggi precipitando il Sudafrica: salari bassi, debiti, disoccupazione, ma cellulare nuovo.

Viene allora alla mente un vecchio socialista italiano, Sandro Pertini, che durante un’intervista sul concetto di libertà diceva:

“si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero”.

(ps: facendo un po’ il verso ad Aristotele, e pur volendo bene a Mandela, ritengo di volere più bene alla verità)

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